Fine di un’era e ora di ricominciare. Da noi stessi.

November 13th, 2011 No comments

Berlusconi ha dato le dimissioni. Bene. E’ finita un’era? Non è detto. Ovviamente spero di sì ma chi ha letto i miei post precedenti al riguardo (http://www.carnazza.com/2011/02/il-paese-immobile-perche-litalia-merita-il-berlusconismo/) sa bene che non ho mai creduto nella teoria del grande vecchio e soprattutto ho sempre ritenuto Berlusconi come un prodotto dell’Italia contemporanea e non viceversa. Allo stesso modo spero quindi che le sue dimissioni siano solo il sintomo dell’inizio di un cambiamento e non un fatto isolato. Forte, storico, significativo e necessario finché si vuole ma non sufficiente. Perché tante cose che venivano attribuite al berlusconismo in realtà gli pre-esistevano. Tante caratteristiche poco lusinghiere dell’italianità sono sempre state presenti. Certo, i governi arruffoni e populisti degli ultimi vent’anni hanno l’innegabile colpa di non aver fatto nulla per contrastare quello che spesso è malcostume popolare, che in quanto tale trascende governi, partiti, ideologie. Che al governo vi sia Berlusconi, Prodi, D’Alema, Bersani, Renzi, Mussolini, Stalin o Mazinga Z, l’italiano medio è sempre stato e – temo – sempre sarà impregnato di abitudini, atteggiamenti e cultura personale che lo spingono ad agire contro il buon senso e soprattutto contro il senso civico e dello stato. Contro questo atteggiamento ci vuole sicuramente una leadership forte e autorevole che indichi la strada e dia il buon esempio ma ci vuole soprattutto una presa di coscienza collettiva che non può prescindere da quella individuale. Detta in altri termini, è ora di ricominciare da noi stessi. E’ ora di arrivare a dire “Ma lo Stato dov’è? Lo Stato cosa fa?” solo dopo che ognuno personalmente ha fatto tutto il possibile per essere migliore, aiutare se’ stesso e gli altri. Ognuno si deve impegnare individualmente. Io primo fra tutti. Con poche, piccole ma significativissime cose.

Io mi impegnerò a rispettare lo Stato e le sue leggi perché anche se le trovo ingiuste o insensate, infrangendole divento ingiusto e insensato anch’io e il tutto diventa lo scontro tra due torti. Se voglio che qualcosa cambi devo dare il buon esempio con una condotta esemplare e lottando perché con gli strumenti della democrazia (leggi, referendum, informazione, cultura) quello che trovo ingiusto venga cambiato in maniera organica dal suo interno.
Io mi impegnerò a pagare sempre tutte le tasse, perché anche se le trovo troppo alte e inique, è l’unico modo che ho per poter chiedere qualcosa allo Stato a buon diritto e con la coscienza pulita. Soprattutto è uno degli elementi indispensabili per uscire dal circolo vizioso delle tasse troppo alte, che producono evasori, che producono tasse ancora più alte per chi le paga, la qual cosa produce altri evasori e così via.
Soprattutto mi impegno a non sentirmi scemo perché sono uno dei pochi che paga sempre e tutto. Mi impegno a ignorare quelli che mi dicono che “tanto poi non te ne viene nulla perché si mangiano tutto quelli della politica”. Perché anche se è sempre stato così non è un buon motivo perché questo non possa cambiare. Perché se non ci si crede non cambierà mai per forza. A costo di sentirsi dare degli scemi.
Io mi impegnerò a rispondere che “Io sono scemo ma tu sei un farabutto” a quelli che mi ritengono stupido se mi comporto secondo legalità. Andrò a letto un po’ seccato e frustrato ma con la coscienza pulita.
Io mi impegnerò a richiedere sempre fattura o scontrino a fornitori o negozianti. Perché mi impegnerò a ricordarmi che non è vero che sono fatti loro se evadono. Perché i soldi che evadono sono anche miei. Sono soldi che lo stato dovrebbe reinvestire in servizi e infrastrutture per me. Per cui se il comune mi dice che non ci sono soldi per riparare le buche nella strada sotto casa mia è anche colpa mia. E’ anche colpa mia che non ho chiesto lo scontrino al negoziante vicino all’ufficio. Che quindi non ci ha pagato sopra le tasse. Che quindi non sono state redistribuite in servizi e infrastrutture che comprendono il rifacimento delle strade. Ovvio che non è solo colpa mia. E’ colpa di quel me stesso moltiplicato per milioni che da’ come risultato la popolazione italiana e una cifra spropositata di soldi persi.
Io mi impegnerò a continuare a indignarmi per i grandi evasori e i grandi criminali ma contemporaneamente mi impegnerò a non dimenticare che i principi, i diritti e i doveri sono uguali per tutti. Che i piccoli evasori non commettono reati meno gravi solo perché non se lo possono permettere. L’evasione è l’evasione, il crimine è il crimine.
Io mi impegnerò a non ragionare in modo da far diventare regola quelle che sono eccezioni. Perché è questo uno dei problemi maggiori dell’Italia: dieci milioni di “Evabbè, che vuoi che sia” rispetto a una piccola infrazione fanno uno sfacelo. Se io non lascio il bigliettino coi miei riferimenti dopo aver involontariamente urtato e rigato la macchina di qualcun altro, sono (facciamo finta) 200 Euro di danni non pagati e sostanzialmente di furto, che tendiamo a considerae innocente. E’ una cosa successa a tutti (o quasi) nella vita. Ma appunto per questo se moltiplichiamo quei 200 Euro per dieci milioni di possibili casi, ecco che abbiamo 2 miliardi di Euro bruciati in “Evabbè, che vuoi che sia”.
Io mi impegnerò a non gettare cartacce e mozziconi per terra e a riprendere chi lo fa, perché il mio mozzicone non è un “Evabbè, cosa vuoi che sia” ma è una parte di quello schifo che sono le decine di milioni di cartacce e mozziconi che imbrattano le nostre città tutti i giorni.
Io mi impegnerò – finché me lo posso permettere – a non comprare una casa che è palesemente stata costruita sui mattoni dell’abusivismo, delle tangenti e della corruzione. Lo so, non tutti si possono permettere di discriminare ma io che sono un privilegiato mi ci posso impegnare.
Io mi impegnerò a non utilizzare l’auto (che peraltro non ho) se non è strettamente necessario e ad utilizzare i mezzi pubblici tutte le volte che posso. Per non impigrirmi e non inquinare. Soprattutto, se mai la comprerò, mi impegnerò a considerare “di lusso” una macchina ibrida o comunque ecologica e non quei maledetti SUV inquinanti, ingombranti e – diciamocelo – parecchio burini.
Io mi impegnerò a spegnere la luce ogni volta che l’illuminazione artificiale non è necessaria, ogni volta che esco da una stanza e ogni volta che vedo una stanza vuota anche se non l’ho accesa io. E mi impegnerò a fare lo stesso con il riscaldamento e l’acqua.
Io mi impegnerò – ora che è compito mio – a cercare di dare stipendi equi a chi lavora per me e a sfruttare i contratti “deboli” (gli stage, i progetti, i tempi determinati) per quello a cui servono veramente, ovvero valutare e formare, e a trasformarli in contratti “forti” non appena ne avrò la possibilità. Io mi impegnerò a mantenere l’azienda sana e ad assumere persone quando ce lo possiamo permettere, non quando voglio scommettere e rischiare sulla pelle di qualcun altro. Io mi impegnerò a considerare il mio ruolo di responsabilità come tale e non come un privilegio: il capo prende decisioni a parità di altre variabili e se ne prende le resonsabilità, indica la direzione e consiglia i più giovani, per il resto è al servizio di chi lavora per lui, per fare in modo che gli altri possano lavorare al meglio ed essere il più possibile contenti di farlo.
Soprattutto, se mai mi dovessi dare alla politica, mi impegnerò a ricordarmi che essa è soprattutto un onere e non un onore: se dovessi mettermi al servizio dello Stato mi dovrò ricordare che di servizio si tratta, che devo fare gli interessi degli altri e non i miei. Perché fare politica dovrebbe essere un sacrificio, non un privilegio. Chi la fa dovrebbe mettersi il saio, non andare in giro con le auto blu. Chi la fa dovrebbe dare il buon esempio andando al supermercato cercando di gestire 1000 Euro al mese, perché solo così si possono capire i problemi della “gente”. Pagare tre Euro per un primo alla buvette con uno stipendio da 10.000 ho come idea che ti estranei un po’ dalla realtà…
Soprattutto, cercherò di impegnarmi a votare chi mi darà garanzia che la strada sotto casa mia sarà riasfaltata e che mio figlio potrà andare in un asilo decente piuttosto che dare la mia fiducia a chi mi convince che l’altro è “il male” perché 40 anni fa faceva parte dei movimenti studenteschi di una sedicente destra o di una ormai morta sinistra.
Mi impegnerò, davvero, ad essere una persona migliore e a cercare di farlo prima degli altri perché se aspetto “gli altri” temo che di migliore non arriverà mai niente.

Ancora sui minus di (not) Google Plus

September 26th, 2011 2 comments

(Ormai) quasi vecchio ma se non fosse chiaro il concetto… 😉

Google Minus

September 25th, 2011 No comments

Poco più di due mesi fa mi chiedevo (come la maggior parte degli internauti, credo) quale potesse mai essere il valore aggiunto di Google Plus rispetto a Facebook e – senza dirlo esplicitamente per dare una parvenza di neutralità – ne avevo predetto la fine prematura o comunque l’insuccesso.
Ora, l’Italia farà testo fino a un certo punto, c’è ancora tempo e soprattutto spazio per una creascita esponenziale di G+ però… al momento mi sembra in pessima salute. Non ho alla mano numeri ufficiali ma la mia esperienza personale mi dice che:

– In due mesi sono andato a vedere la bacheca di G+ un paio di volte. Su Facebook invece ci vado più o meno tutti i giorni
– Google Plus mi sembra sempre uguale e se c’è qualcosa di nuovo non lo pubblicizza in maniera decente. Facebook ha invece introdotto la timeline e – oltre ad ammettere che era una cosa che aspettavo da tempo – ne sono rimasto talmente incuriosito che sono andato subito a provarla in versione beta.
– Soprattutto, su FB il numero dei miei amici continua ad aumentare e chi postava e condivideva prima, oggi lo fa sempre allo stesso modo e con la stessa assiduità. Su Google Plus ho raggiunto 55 contatti fra le mie cerchie e solo 3 postano con regolarità – uno dei quali tramite feed, che è un po’ come dire che non va considerato. Inoltre non mi sogno nemmeno di continuare ad aggiungere amici – sono già tutti su FB, perché il doppio sforzo?

Facendo queste riflessioni spicce, mi viene sempre in mente l’aneddoto su Henry Ford che di solito viene utilizzato per smontare i sostenitori del consumer-oriented marketing. Se non ricordo male diceva qualcosa come:”Se avessi chiesto ai miei clienti cosa desiderassero, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Lui invece fece qualcosa di molto meglio: cominciò a produrre automobili.
Ecco, in questo caso mi sembra che Google non abbia nemmeno provato a proporre ai consumatori un cavallo più veloce: ne ha proposto uno con la sella dalla forma strana, forse pensando che la gente potesse cambiare cavallo in ragione di quello. No, alla gente importa del cavallo e se ne ha già uno che vince tutte le corse, che se ne fa di un’altro con la sella strana?

Un bel minus a Google stavolta.

Twitter, Facebook, Google Plus: primi confronti

July 23rd, 2011 No comments

Chi mi segue su Facebook, Twitter o su questo blog già avrà capito come la penso sull’arrivo di Google Plus, anche se è ancora molto presto per esprimersi con piena cognizione di causa. Quindi per il momento cercherò di limitarmi a esporre e prendere in considerazione i dati di fatto, a partire dalla domanda attorno alla quale ruota il dibattito sulle possibilità si sopravvivenza o successo dell’ultimo arrivato, ovvero: che differenza c’è con Facebook e gli altri? Strumenti, funzionalità in più? Valore aggiunto?
Per questo ho trovato molto utile l’ultimo post di Stefano Epifani, da cui rubo apertamente l’infografica che ha creato per cercare di cogliere le prime differenze tra i tre big del social networking (o meglio, tra i due big e il terzo che per ora di big ha solo la G):


Io onestamente continuo a faticare a trovare differenze eclatanti, vedo solo quelle che per me sono sottigliezze. Ma, come dice lo stesso eEpifani, non saremo certo noi geek a decretare il successo o meno di una nuova piattaforma: sarà la gente comune che come al solito si farà guidare da abitudine, buon senso, comodità, facilità e – soprattutto – pigrizia (e con questo credo di aver detto abbastanza esplicitamente come la penso).

Ai posteri la facile sentenza! :-)

Privacy su Internet – Forget Big Brother

July 21st, 2011 No comments

Come in altre occasioni rischierò di essere accusato di piaggeria ma tant’è, le mie scelte lavorative sono sempre state più o meno coerenti con quella che è la mia visione del mercato e del suo futuro. Per questo sono abbastanza convinto che – oltre che in questa occasione – tornerò spesso a parlare di raccolta dati, profilazione, utilizzo dei dati stessi e, di conseguenza, privacy online. Partirò dal fondo, riproponendo l’intervista al CEO di Weborama a proposito delle idee fuorvianti che circolano sempre più spesso a proposito dell’utilizzo delle informazioni che sugli utenti si raccolgono in rete.
Questa l’intervista (in inglese, ovviamente):

E’ solo una piccola parte dei pregiudizi che circolano a proposito della Rete che viene spesso vista come un nuovo Grande Fratello. Proprio per questo mi piacciono le metafore e i paragoni che utilizza Levy (e qui parte la piaggeria ma pazienza):

– Il Grande Fratello utilizzava due strumenti, con funzioni ben differenziate: da una parte c’era la telecamera, utilizzata per osservare e ascoltare; dall’altra lo schermo, utilizzato per impartire ordini. Ebbene, per quel che riguarda la Rete, l’analogia si ferma al primo aspetto: è vero, è un enorme bacino di ascolto e osservazione. Ma penso che difficilmente si possa dire la stessa cosa della parte impositiva: il web è pieno di “suggerimenti” sempre più accurati, mirati e diretti ai singoli (grazie all’uso dell’informazione) ma proprio perché così ricchi, numerosi e variegati, credo sia impossibile affermare che vi sia qualcosa di anche solo lontamente simile all’imposizione e alla dittatura (da che mondo è mondo la varietà è sinonimo di democrazia).
– Altra analogia secondo me (e secondo Levy) scorretta è quella che vede gli utenti come pecore, pronte a seguire il pastore ovunque egli le direzioni; la prova del contrario è nel punto precedente ma a maggior ragione gli utenti devono essere visti come api, che raccolgono informazione e la trasportano di fiore in fiore per dare vita al web. Soprattutto lo impollinano con le loro azioni, le loro informazioni e – perché no – i loro acquisti, le loro transazioni (vi danno insomma valora aggiunto, anche solo e sfacciatemente economico – ma di nuovo, in che altro modo finanziare l’informazione e i contenuti liberi?)

Tutto molto semplice in apparenza ma il dibattito si è appena aperto e, come detto, sono piuttosto sicuro che continuerà a lungo. Ben contento di affrontarlo.

Back soon!

July 17th, 2011 4 comments

Sono più di 5 mesi che non scrivo nulla. Diciamo che ho aspettato che succedessero un po’ di cose per poterci riflettere con calma. Ora Se ne sono accumulate un bel po’. Nel mondo, in Italia, a Milano, (soprattutto) in rete, ovunque…
Che vi piaccia o no, sto per tornate. Rimanete sintonizzati!

Aggiornamenti sul mercato mobile – Arriva Nokiasoft. Durerà?

February 13th, 2011 No comments

Dopo l’annuncio della partnership di Nokia e Microsoft per lo sviluppo dei prossimi smartphone (come già scritto a suo tempo, Symbian va in pensione), si va profilando un nuovo scenario nel mercato mobile mondiale. O forse no. Perché Nokia cerca di evitare il declino associandosi al peggior sistema operativo presente sul mercao (Windows phone). Qualcuno sostiene che sia per poter dettar legge in casa di chi non ha competenze ma i soldi per svilupparle. Io ritengo sia semplicemente una mossa sbagliata. Ma come al solito sarà il mercato a giudicare. Per inciso, chi volesse avere una panoramica aggiornata del suddetto mercato, può andare a leggersi questo bel post di Seba, dove vengono forniti numeri, statistiche e novità. Esauriente e molto istruttivo.

Il paese immobile – Perché l’Italia merita il berlusconismo

February 12th, 2011 3 comments

In questo post non parlerò di internet, di marketing, di applicazioni o altro. Vorrei parlare invece del nostro sistema-paese, o meglio di quello che vi sta dietro. Perché io che mi occupo – per dirla in maniera semplicistica – di innovazione, tecnologia e sviluppo (della rete), a volte faccio davvero fatica a pensare che valga ancora la pena rimanere in questo maledetto e amatissimo paese, accanendosi nel tentativo di migliorarlo. Ma le ragioni hanno poco o nulla a che fare con le infrastrutture esistenti, con la diffusione della banda larga e nemmeno con la politica intesa come l’insieme delle persone che ci governano. Ha tutto a che fare con quella che è la (non) cultura italiana, con la mentalità nostrana, con gli atteggiamenti e le consuetudini del nostro popolo. Quindi chi non è interessato ai miei sproloqui socio-politico-culturali può anche smettere di leggere e passare ad altro.
Dicevo del mio sconforto, che negli ultimi tempi è cresciuto a dismisura. Non tanto per le vicende legate a Berlusconi e alle sue malefatte personali. Perché, a mio modo di vedere, il problema non è lui. Anzi, paradossalmente io credo che il problema vero sia che nel bene e nel male a lui tendiamo ad attribuire tutti i meriti e tutte le colpe. Direi che il vero, grosso problema è che nessuno – e dico nessuno – è disposto a provare a prendersi un po’ di quei meriti o un po’ di quelle colpe che adesso Berlusconi monopolizza. Se l’economia va male la colpa è di Berlusconi. Se le esportazioni aumentano è merito di Berlusconi. Se l’istruzione pubblica è al collasso è colpa sua. Se la Ferrari vince un gran premio è merito suo.
NO.
Io non credo nella teoria del “grande vecchio” che tutto muove e tutto decide. Anche perché, ricordiamolo, Berlusconi non è salito al potere con un colpo di Stato. Berlusconi è stato democraticamente eletto. Il che vuol dire che una grossa parte del paese si identifica in lui. Quindi, brutalizzando di nuovo le cose, l’Italia non è un prodotto di Berlusconi ma esattamente il contrario: è Berlusconi che è un prodotto dell’Italia contemporanea. Per questo ci rappresenta. Così come tutte le cose di cui ci lamentiamo quotidianamente sono fondamentalmente prodotti dei nostri atteggiamenti e della nostra cultura atavica. Perché – che ci piaccia o no – noi siamo il paese del “non è colpa mia”, “qualcuno faccia qualcosa”, “lo Stato dov’è?” e via discorrendo. Siamo, in sostanza, un paese di irresponsabili. Perché abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi le contraddizioni che segnano il nostro agire e riguardo alle quali nessuno se non noi stessi possiamo fare alcunché. Che al governo ci sia Berlusconi o chiunque altro. Alcuni esempi.
-Tutti si lamentano della sporcizia che regna in quasi tutte le città italiane, magari accusando le amministrazioni locali di non fare abbastanza. Però praticamente tutte le persone che conosco e che fumano – anche le più colte, progressiste e dichiaratamente ecologiste – hanno lo schifosissimo viziaccio di gettare i mozziconi in mezzo alla strada o sul marciapiede quando hanno finito. Chiaro che la politica, le amministrazioni locali e i netturbini poco possono fare contro un malcostume così diffuso.
-Tutti si lamentano della fortissima evasione fiscale che regna in questo paese. Corretto. E al di là dei famosi grandi evasori, siamo tutti pronti a scandalizzarci davanti a un idraulico che chiede 80 Euro con la fattura e 50 senza. Sacrosanto. Ma sono pronto a scommettere che il 90% dei lettori di questo post – pur essendo sicuramente persone integerrime – hanno sempre e comunque optato per i 50 Euro anziché gli 80. Perché in fondo a noi cosa importa, sono affaracci dell’idraulico, no? Ma intanto con questo atteggiamento, tutti alimentano l’evasione fiscale. E non c’è norma, legge o ministro che tenga.
– Tutti ci lamentiamo del sistema scolastico Italiano, che è ormai al collasso. Può essere. Soprattutto inveiamo tutti contro i continui tagli all’istruzione. Insindacabile. Ancora di più ci fustighiamo di fronte ai cervelli in fuga e alla mancanza di meritocrazia a tutti i livelli. Ottimo. Ma io ricordo molto bene di quando dovetti fare il test d’ingresso per entrare a Scienze della Comunicazione a Bologna qualche anno fa. Io ce la feci per il rotto della cuffia, arrivando 138esimo su 140 posti disponibili. Ma non mi era andata altrettanto bene a Torino e Siena, dove sarei rimasto escluso dalla selezione. Chiaro che non ero felice. Ma il mio primo pensiero fu che chi ce l’aveva fatta era evidentemente più bravo di me. Loro meritavano di entrare e io no. Punto. Evidentemente non pensavano la stessa cosa le centinaia di persone che fecero ricorso al T.A.R. per farsi ammettere ab imperio. E tanti saluti alla meritocrazia. La regola c’era, erano i cittadini a trovarla giusta se si adattava ai loro porci comodi e ingiusta se ledeva il loro personalissimo interesse.
– Credo sia capitato a tutti di andare da un medico – ad esempio per il rinnovo della patente – il quale nemmeno ti visita, ti chiede se stai bene e alla tua risposta affermativa ti consegna il certificato per la modica somma di circa 40€. Insensato, illegale e pericoloso. Ma alzi la mano chi ha mai denunciato un medico del genere o preteso invece di essere accuratamente visitato. Anche in questo caso, il medico è tanto colpevole quanto la maggioranza dei cittadini che nulla fanno o chiedono per cambiare questo malcostume.
– Tutti ci lamentiamo dello schifo che c’è in Tv al giorno d’oggi. Idioti strepitanti o ragazzine seminude sculettanti. Ma sono io il primo – le pochissime volte che mi capita di accendere la televisione – a soffermarmi affascinato e un po’ sbavante davanti alle natiche sode e oscillanti della sgallettata di turno. E se facessi parte del panel Auditel contribuirei senz’altro ad avvalorare da un punto di vista numerico l’idea che le ragazzine con i seni rifatti sono “quello che la gente vuole vedere”.
– Ancora – e similmente – domani si terrà una grande manifestazione di protesta per come Berlusconi tratta e considera le donne. Ma ancora una volta sono dell’idea che il problema di fondo non sia tanto il signor B. Lui è solo uno dei tanti vecchietti bavosi che, anzi, suscitano l’ammirazione degli uomini per la sua prestanza sessuale in età avanzata (chi non vorrebbe essere ancora in grado di darsi alle orge una volta passati i 70?) e riscuotono successo tra le donne per gli stessi motivi. Quello di Berlusconi è più un problema contingente, legato al fatto che la sua è una figura pubblica di cui sono noti aspetti privati che mai dovrebbero giungere al grande pubblico. Più che contro il premier, credo che le donne e gli uomini che scenderanno in piazza dovrebbero accanirsi contro le varie Minetti, Ruby, Nadia, D’Addario, escort, stelline e soubrette che al gioco del vecchio bavoso si prestano. Perché – ancora una volta – il presidente del consiglio non le ha obbligate, non le ha forzate, non le ha incatenate. Sono state al gioco. E così come è difficile stabilire chi ha più colpe fra corruttore e corrotto, così andrebbero biasimate tanto quanto Berlusconi anche e soprattutto le fanciulle che qualunque cosa farebbero per un po’ di notorietà. Perché, ancora una volta, si rischia di stigmatizzare un singolo personaggio che tutti rappresenta, anziché ammettere che quest’ultimo è libero di fare quello che vuole delle e con le donne perché il nostro paese è pieno di aspiranti veline, sciacquette sculettanti e maggiorate esibizioniste, figlie di una cultura rarefatta, di una superficialità generalizzata e di un’aspirazione alla ricchezza e alla celebrità col minimo sforzo.
– Soprattutto, siamo il paese del “poverinismo”, del perdonismo e del “sonragazzismo”. Perché siamo pronti a denunciare, mandare in galera o alzare le mani contro un giovane che magari compie un furto veniale, imbratta un muro o ci riga la macchina per scherzo. Ma se quel giovane è nostro figlio, ecco che allora “è solo un ragazzo”, “ma poverino, cosa vuoi che sia”, “se la sono presa con lui solo perché gli altri sono scppati”. E via, perdonato!

Siamo, in sostanza, il paese dalla grande coscienza collettiva degli affari altrui ma totalmente incosciente della propria responsabilità personale. Per cui – davvero – smettiamola di prendercela con la classe politica, come se questa non avesse nulla a che fare col nostro voto, col nostro comportamento, con la nostra cultura collettiva.
Cominciamo, SINGOLARMENTE, ad ammettere i nostri errori, a non buttare mozziconi e cartacce per terra, a non perdonare troppo facilmente le mancanze nostre e dei nostri figli, a guardare in massa Piero Angela anziché il Grande Fratello. Cominciamo ad ammettere i nostri limiti, riconosciamo le nostre incapacità e non incolpiamo la società, gli altri, la storia, lo Stato o il Papa se non passiamo un esame o non troviamo un lavoro. Cominciamo ad imparare a dire “è colpa mia”, “sono stato io”, “la responsabilità” è mia come singoli individui. Poi, solo a quel punto, cominciamo a dire che la classe politica non ci rappresenta. Perché, al momento, temo che invece ci rappresenti molto bene.

Morte delle (internet) apps?

January 27th, 2011 2 comments

Più volte su questo blog ho espresso la mia perplessità riguardo al futuro delle apps e soprattutto riguardo alla mortifera previsione di Chris Anderson sul destino del web. Da una parte sostenevo l’ingestibilità di tutta l’informazione di cui ho bisogno tramite molteplici apps, che non fanno altro che complicarmi la vita nel momento in cui esco dal seminato dell’abitudine. Dall’altra, trattandosi sostanzialmente di mondi “chiusi”, ponevo la questione della sostenibilità di un unico conenuto (una notizia, tanto per esemplificare) per veicolare la quale ho bisogno di sviluppare tantissimi conenitori diversi (apps differenti per device diversi per molteplici sistemi operativi).
Ora, ancora una volta Luca Lani mi viene incontro, ripubblicando i dati di vendita delle versioni per iPad dei principali magazine americani: un disastro su tutta la linea.
In giro per la rete ho letto tantissime opinioni di un sacco di persone che cercavano le motivazioni di una tale disfatta: la maggior parte di esse erano da ricondurre al prezzo del contenuto fruito tramite app e/o alla praticità del device.
Io onestamente sono anche in questo caso d’accordo con Luca e più nello specifico credo si debba riflettere su alcuni aspetti di fondamentale importanza, per lo più riconducibili al buon senso e alla normalissima natura umana piuttosto che a macro-fenomeni sociali da interpretarsi tramite disquisizioni filosofiche:

– Se esiste sia una versione app che una web del mio quotidiano preferito, dove la prima è a pagamento e la seconda gratuita, perché mai dovrò scegliere di spendere soldi per qualcosa che posso avere gratis?
– Se voglio leggere il Corriere della Sera e poi LaRepubblica, perché mi devo scaricare due applicazioni differenti (che probabilmente avranno anche due interfacce differenti), aprirne una per poi chiuderla ed aprire l’altra, quando posso invece rimanere sempre all’interno del mio browser e limitarmi a digitare un nuovo indirizzo e a cliccare sui diversi link?
– Perché se voglio condividere un articolo con i miei amici di Facebook con un browser devo mediamente fare un click mentre dall’interno di una app mediamente non lo posso proprio fare?
– Perché, ancora una volta, ammesso e non concesso che l’iPad sia il device di comunicazione del futuro, devo pagare dei programmatori per “costringere” i miei contenuti all’inerno di un’applicazione da sviluppare poi su tutti gli altri tablet quando con l’HTML 5 ottengo risultati uguali o migliori in termini di resa, interattività e cratività senza dovermi reinventare ogni volta l’HTML 5 per iOS4, quello per Android, quello per Windows ecc?
– Soprattutto (e lo dico con la cognizione di causa di chi lavora nell’ambiente dello sviluppo di nuovi formati pubblicitari), se voglio render gratuita la mia app o quantomeno contenerne il prezzo, come cavolo faccio a fare soldi proponendo pubblicità da web del 1996, senza possibilità di veicolare contenuti creativi e multimediali a meno di modificare l’applicazione stessa?

Questi e tanti altri quesiti dovrebbero secondo me indurre qualche riflessione sul fatto che – sempre per citare Luca – dopo 15 anni abbiamo finalmente una piattaforma totalmente aperta, flessibile, creativa e potente (parlo del Web, ovviamente) e ora sembra che vogliamo tornare a una miriade di programmini chiusi, limitati e a compartimenti stagni o quasi. Onestamente non ne vedo molto il senso. Oltre al fatto che – per me che non sono più un giovincello di primo pelo – le applicazioni erano i cosidetti “programmi” che giravano solo in locale. Cosa che ha in effetti ancora molto senso. Per i giochi, ad esempio.

Chiudo poi con un interrogativo sui numeri: un recente studio della Chetan Sharma Consulting afferma che nel 2012 ci saranno globalmente qualcosa come 50 miliardi di download di applicazioni e che il mercato varrà circa 17,5 miliardi di dollari. Ovvio che una grossissima parte di questi ricavi andrà ai distributori (agli App store, tanto per capirci) e anche ammesso e non concesso che vi sia una certa concentrazione degli sviluppatori, rimane il fatto che le app prodotte per generare un tale fatturato sono ormai centinaia di migliaia (forse oltre il milione, considerando le diverse versioni) e che la revenue pro-app alla fine non è comunque granché… Il mio timore è cioè che il mercato sia sì enorme ma talmente frammentato da lasciare pochissimi margini ai produttori – come dire che il negoziante guadagna un sacco sui volumi derivanti dalla vendita delle scarpe di 50 artigiani diversi ma gli artigiani stessi alla fine non ci campano. E, com’è ovvio, un sistema di questo tipo alla lunga non regge.
Staremo a vedere.

Idee e capacità vs tecnologia

January 26th, 2011 No comments

Stavolta ringrazio Luca Di Cesare per avermi segnalato questo video/demo (che ri-pubblico con colpevole ritardo) di un utilizzo molto avanzato delle possibilità date da Google Docs. Molti dei commenti al video sono piuttosto scettici ma al di là della veridicità della cosa, credo che il messaggio vero sia un altro: molto spesso buone idee e conoscenze approfondite di uno strumento relativamente semplice e gratuito compensano ampiamente la mancanza di uno strumento molto avanzato e sofisticato, che non serve a nulla senza idee, fantasia e soprattutto capacità di utilizzarlo:

In un certo senso è il sequel del video che postai qualche tempo fa: “Come non usare power point:-)

5 previsioni in controtendenza sul mercato mobile per il 2011 – Post semi-scopiazzato

December 26th, 2010 No comments

Tramite il blog di Luca Lani, ho “scoperto” queste 5 previsioni di Jamie Hall sul mercato del mobile nel 2011. Dato che sostanzialmente concordo su tutta la linea, le riporto testualmente (a volte “condividere” è un bell’eufemismo usato al posto di “scopiazzare” ma io lo faccio con orgoglio), aggiungendo il mio commento sul blog di Luca.

Le 5 previsoni:

1) The mobile browser is the new black . HTML is back and it’s the new app
Il motivo indicato  è quello dell’utilizzo ormai imminente di HTML5  che permetterà  di gestire animazioni, video, graphic UI, con grande facilità.  Ma sopratutto sarà standard tra le varie piattaforme (android, iOS, etc) e quindi comodo per gli sviluppatori da produrre (lo fai una volta per tutti).

2) Mobile social gaming will expand beyond Apps into the browser.
E’ una conseguenza della prima previsione: l’attuale  frammentazione delle piattaforme mobile e la loro incomunicabilità non permette di giocare con gli amici. Solo il browser gaming lo permette, e quindi lì è il futuro, anche  nel mobile

3) 2011 – The year of in-content mobile commerce
Si tratta delle famose valute virtuali e nuovi sistemi di micro-pagamento tramite cellulare. Di nuovo, se riesco a integrare tutto in un unico device e un unico sistema, perché non allargare anche al pagamento, che fondamentalmente già esiste?

4) Cuadrados Cuatro? Latinos will define the next great U.S. mobile service
Questa previsione è molto U.S. – centric. Niente di che, direi, semplice questione di numeri

5) Google’s biggest competitor won’t be Apple, it will be Google
Hall sostiene che nonostante tutto Android nel 2011 vincerà su Apple, perchè Android è distribuito da più produttori hardware e non è chiuso come iOS. Ma la frammentazione è a sua volta un potenziale pericolo anche per google, ed inoltre  google  fatica ormai a seguire tutti i filoni che sta aprendo.

Come detto, direi che sono fondamentalmente d’accordo su tutto. Soprattutto, in virtù del lavoro che faccio (piattaforme di distribuzione e tracciamento della pubblicità online), credo e spero nei primi due punti, dato che la frammentazione dei sistemi operativi e delle applicazioni fa diventare matti tutti. In questo momento stiamo sviluppando nuove soluzioni per la distribuzione del rich media sul mobile e confermo che sia noi che concessionarie ed editori stiamo puntando per lo più sui due “ciccioni” del mercato (iOS e Android) in abbinata con l’HTML5. Il mondo delle apps è meraviglioso ma troppo chiuso e dispersivo per poter sviluppare qualcosa per tutti e temo che molto difficilmente possa entrare nella logica della scalabilità.
Ergo, al di là di tutti i bei discorsi sociologici sull’avanzata delle apps rispetto al browsing, penso proprio che come al solito sarà il denaro a guidare il tutto (= prenderà piede quello che mi costa meno – una sola versione per tutti – e che mi rende di più – tutti pagano poco per una cosa che ho prodotto una volta sola).

La storia digitale della natività

December 20th, 2010 No comments

Ho ormai poco tempo per aggiornare il blog, quindi stavolta la butto sul facile e sul veloce: sta girando in questi giorni vicino al Natale un virale carino che interpreta “digitalmente” la storia della natività.
Questo per dire semplicemente… Buon Natale a tutti!

L’Italia che ancora resiste e spera – Post fuori dalle righe

November 18th, 2010 No comments

Anche se ho sempre un po’ paura di scrivere di qualcosa che esula da marketing, web, tecnologia e via discorrendo perché so che parlando di attualità, politica e società si diventa più soggettivi, anche stavolta mi lascerò andare a qualcosa di un pochino più vicino all’Italia di oggi. Ho visto su Youtube l’intervista fatta da Serena Dandini a Carlo Azeglio Ciampi e mi sono commosso. Sia per la tenerezza di questo signore di novant’anni che si emoziona nel parlare dei 64 anni passati con la moglie ma soprattutto per la figura a tutto tondo e l’immagine che ha dato, che secondo me rispecchiano molto l’Italia di oggi: un uomo vecchio, un po’ stanco e tremolante ma di una lucidità impressionante. Un uomo deluso dall’Italia in cui si ritrova ma che ancora riesce a parlare di forza e di speranza. Un uomo che, nonostante tutto, non si arrende e che ancora ci crede e spera.
Sarebbe bello che tutti i giovani italiani vedessero quest’intervista e la prendessero come un esempio e una raccomandazione del vecchio nonno saggio, dal passato esemplare e dalla visione del futuro chiara e speranzosa. Ne vale davvero la pena.
Eccola.

Quando qualità del prodotto e tempi del marketing non coincidono

November 14th, 2010 No comments

Tempo fa scrissi un post in cui esprimevo la mia perplessità di fronte ad un paio di “inconvenienti” in cui era incappata la Apple nel rilasciare l’iPhone 4 e il suo corrispettivo software, ovvero l’iOS 4 (antenna malfunzionante in un caso e rallentamento dell’iPhone 3 nell’altro). Per par condicio, nel post precedente a questo ho affrontato il problema dell’aggiornamento (disastroso da un punto di vista della procedura, anche se coronato da successo, sia come esito che come prestazioni ottenute) del Samsung Galaxy da Android 2.1 a 2.2.

Nel caso di Apple ipotizzavo una specie di sindrome “microsoftiana” d’antan, ovvero la necessità di sfornare il più presto possibile sempre nuovi prodotti per far felici gli azionisti e cercare di distanziare la concorrenza; il tutto però a scapito della funzionalità del prodotto che – nella fretta – evidentemente non era stato testato a sufficienza prima del rilascio.
Nel caso di Samsung, invece, sembra quasi che si sia partiti dal fenomeno opposto per giungere infine a un risultato analogo, dettato (a mio modo di vedere) dall’ansia di (non) perdere ulteriormente tempo. Android 2.2 è stato infatti rilasciato verso fine giugno/inizio luglio, momento a partire dal quale un po’ tutti i produttori di telefoni con s.o. Android hanno cominciato a dare il via all’aggiornamento. Ebbene, nonostante il Samsung Galaxy S sia considerato un po’ il top di gamma della casa coreana, nonché uno dei migliori smartphone Android sul mercato, credo sia stato uno degli ultimi a rendere disponibile tale aggiornamento, almeno in Italia – disponibile sul nostro mercato dal 12 novembre, circa 5 mesi dopo i primi. Il tutto dopo svariati annunci poi smentiti, rinvii, rimandi, false voci ecc. ecc. Già questa cosa non ha dato una bella immagine (io personalmente ero un po’ seccato di avere la Mercedes dei telefoni, costretto ad utilizzare un motore da 500, mentre altri con mezzi più limitati già viaggiavano col motore Ferrari). Però ero fiducioso riguardo al fatto che, una volta arrivato il turno del mio Galaxy, sarebbe stato tutto perfetto. E invece il disastro. L’aggiornamento che non veniva trovato, la necessità del patcher e persino il crash dell’applicazione per i messaggi una volta installato. La cosa “divertente”, poi, è che dopo aver cercato proattivamente per vari giorni informazioni sulla data dell’upgrade, la cosa mi stava passando di mente. Ma è stata la stessa Samsung a risvegliarmi, pubblicando l’annuncio del rilascio sulla propria pagina Facebook, di cui io sono fan, motivo per il quale mi è comparso in bella evidenza sulla mia Home Page. Il classico caso del risveglio del cane che dorme.

La sensazione, insomma, è stata che anche in casa Samsung fossero partiti con le migliori intenzioni (di garantire un upgrade liscio e perfetto sia nel processo che nei risultati) ma che poi alla fine abbia prevalso la necessità di rispettare certi tempi e non apparire come quelli che arrivano disastrosamente in ritardo. Il tutto, analogamente a quanto successo alla Apple, a scapito del risultato finale, tutt’altro che perfetto al momento del rilascio (i.e. anche in questo caso non abbastanza testato, provato, ri-testato e reso a prova di consumatore)

Detto questo, tengo a sottolineare che la Apple continua a sfornare prodotti meravigliosi e che il mio Samsung adesso va che è una meraviglia. Però temo che a volte le necessità di marketing si rivelino dei boomerang che ottengono l’effetto opposto. Soprattutto, di fronte a certe cose temo di dover rivedere la definizione di “marketing” (che detto in termini seri è sostanzialmente la modalità di approccio e posizionamento sul mercato tramite varie leve) che avevo dato qualche anno fa e in cui credevo davvero: buon senso espresso con termini tecnici e avvalorato dai numeri. I termini tecnici rimangono, i numeri anche (seppur limitati a quelli dell’orologio, a quanto pare) ma il buon senso mi pare che stia venendo un po’ meno. Anche perché ho sempre più la sensazione che dal marketing di prodotto si stia sempre più passando a prodotti del marketing. Che è moto rischioso. Perché se parti da un prodotto ottimo e sbagli la strategia di marketing, il prodotto rimane comunque ottimo e in quanto tale ha delle possibilità di compensare. Ma se parti da una strategia di marketing sbagliata e questa sta pure alla base del prodotto… Beh, così è un po’ un pasticcio.

Aggiornamento del Samsung Galaxy S ad Android 2.2 (Froyo): che fatica! – Post di servizio

November 14th, 2010 12 comments

In quanto felice possessore di un Samsung Galaxy S che però ha fatto una fatica dell’accidenti ad aggiornare il sistema operativo (o meglio, il firmware) del proprio telefono da Android 2.1 (Eclair) ad Android 2.2 (Froyo), ritengo cosa utile riportare la procedura che ho seguito, per aiutare tutti gli sventurati che come me sono utenti avanzati ma non tecnologi e che dovessero aver riscontrato gli stessi problemi. Vi sono in giro molti forum dove se ne parla ma le problematiche sono state tante e diverse, motivo per il quale non ritengo necessariamente ridondante questo mio post – soprattutto perché gli altri post e thread sembrano tutti scritti per programmatori o super-geek, cosa che io e tanti altri non siamo.

Dunque, il punto di partenza di cui magari non tutti sono a conoscenza è il software Samsung Kies, tramite il quale è possibile gestire da computer i vari elementi del proprio telefono (contenuti, contatti, impostazioni e – per l’appunto – aggiornamento del software). Tale software può essere scaricato dal sito di Samsung Mobile o (nel caso si abbia Windows xp/Vista/7) anche direttamente da qui (che poi è lo stesso).

Una volta installato Kies sul proprio pc, lo si avvia e si collega il telefono al pc tramite cavo USB, assicurandosi che il software “veda” il telefono (comparirà come collegato in alto a destra).
Ora, chi volesse aggiornare il firmware da Android 2.1 a 2.2 in teoria non deve far altro che cliccare sulla pen’ultima icona a destra nella barra in basso della finestra, “aggiornamento firmware”. Il sistema chiederà se si vuole fare un backup dei dati. Liberi di farlo o meno ma consapevoli del fatto che si rischia di perdere tutti i contenuti del telefono, soprattutto i contatti (quindi fatelo!). Successivamente, riconoscendo il sistema operativo, dovrebbe comparire una schermata come quella qui riportata che vi informa della possibilità di aggiornare il firmware.
Se così avviene basta seguire la procedura e dopo una ventina di minuti il sistema terminerà da solo il processo, riavvierà il telefono e vi ritroverete con il fantastico Android Froyo sul vostro bellissimo Samsung Galaxy (che, lo confermo, ne migliora decisamente le prestazioni).
Se invece – come è successo a me – avete la sfortuna di avere una versione firmware che Kies non riconosce come aggiornabile, potete provare a seguire la seguente procedura, che richiede un “patcher”.

Scaricate Kies Patcher da un link come questo (che a quanto pare ora è diventato a pagamento ma in giro per la rete se ne trovano altri, basta cercare con Google – io ho aggiornato già il link 3 o 4 volte e dopo un po’ diventato tutti o inattivi o attivi previa registrazione o a pagamento ma per l’appunto bastan cercarne di nuovi): http://gigabytedownloads.com/accessing/kies_patcher_download.rar
1. Connettete il Galaxy S in modalità Kies e assicuratevi che Kies rilevi il telefono
2. Decomprimete il Kies Registry Patcher dove volete, anche sul desktop
2. Avviate Kies Registry Patcher (usate permessi di amministrazione su Windows Vista e 7, ovvero cliccate col tasto destro e la seconda voce del menu sarà “Esegui come amministratore”: cliccatela)
3. Selezionate patch e poi l’unica voce che appare
4. Premete poi su “File” e selezionate “Load Backup”
5. Selezionate il file ITV incluso nel pacchetto
6. Da Kies effettuate l’aggiornamento (che adesso verrà trovato)

Ulteriore problema: come se non bastasse, finito l’aggiornamento funzionava tutto meravigliosamente, tranne… gli sms. Ogni volta che provavo a leggerne o scriverne uno, l’applicazione mi andava in crash, mandandomi il messaggio “SIAMO SPIACENTI
L’APPLICAZIONE MESSAGGI (PROCESSCOM.ANDROID.MMS) SI E’ ARRESTATA IMPROVVISAMENTE RIPROVARE”.
Purtroppo, l’unico modo che ho trovato io per sistemare la cosa è un factory reset, ovvero la cancellazione di tutti i dati e il ripristino dei dati di fabbrica (e qui sì, decisamente bisogna fare il backup dei dati). Fatto questo ora funziona tutto alla perfezione.
Il factory reset è abbastanza semplice: sul telefonino, bisogna selezionare “impostazioni -> privacy -> ripristina dati di fabbrica. Da lì seguire la procedura.

Sperando di avere fatto cosa utile, ribadisco che il Galaxy con Froyo è decisamente figo. Però vanno anche decisamente tirate le orecchie alla Samsung sia per l’attesa che per tutti i bug della procedura e le camicie sudate per riuscirci. Speriamo meglio alla prossima edizione di Android!