Ancora su iPad, Kindle, tablets e contenuti del futuro molto prossimo

January 30th, 2010

Nel mio post precedente ho espresso qualche perplessità riguardo all’iPad; perplessità condivise in rete ma anche – giustamente – avversate. Si noti bene, però: il mio scetticismo non è tanto riguardo al prodotto in se’, che è molto bello e all’avanguardia, quanto piuttosto sul suo posizionamento rispetto a possibili competitor come il Kindle, lo stesso iPhone o altri strumenti di dimensioni e funzionalità diverse che lo potrebbero contrastare.

Detto questo, credo che il successo di qualsivoglia strumento del futuro o del presente futuribile non possa che essere imprescindibilmente legato ai contenuti che vi si fruiscono e alla modalità con la quale questi vengono messi a disposizione tramite gli strumenti stessi. Forse ancora più affascinante dell’iPad è il video dimostrativo della prossima versione di Sports Illustrated: quella in versione totalmente digitale, fruibile per l’appunto da tablet pc, Kindle, iPad o quello che sarà. Sperando che la riproduzione qui non violi alcun diritto, eccolo per intero:

Come detto, credo che il futuro prossimo sarà segnato da chi – nel mettere assieme contenuti e strumenti con cui fruirli – meglio comprenderà quali saranno le modalità più appetibili per i consumatori. Difficile a dirsi. Visto in video è tutto fichissimo. Il punto sarà capire se poi avere delle pagine digitali che posso ingrandire e spostare, tonnellate di foto e video e la pubblicità veramente interattiva sarà una cosa di cui i “lettori” vorranno avvalersi, in quali contesti, in quali momenti e in quale misura. Ricordiamoci sempre che il video on demand non è ancora del tutto decollato e che l’interattività di Internet è sfruttata solo in un piccolissimo numero di casi. Questo per l’umanissima regola per cui fra l’avere troppe scelte e avere qualcuno che sceglie per me, generalmente l’homo pigrissimus sceglie la seconda opzione. Staremo a vedere.

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iPad: ne’ telefono ne’ computer. Boh.

January 28th, 2010

Finalmente è arrivato il nuovo nato in casa Apple: il tanto atteso iPad. Dato che mi è tuttora difficile capire e quindi descrivere che cos’è, lascio il compito al video di lancio:

Se sulla bellezza, funzionalità e potenza dei computer Apple non vi era quasi nulla da ridire e se l’iPhone è stato realmente innovativo nell’unire telefono, touch screen, navigazione e applicazioni simil-computer, questa volta dell’iPad non si capisce bene il posizionamento. E’ troppo grosso per essere un telefono. E’ troppo piccolo e troppo poco potente per essere un computer. E’ troppo poco diverso dall’iPhone per esserne considerato il fratello maggiore, al massimo può esserne considerata la copia fatta col pantografo. Forse potrebbe essere considerato il vero rivale del Kindle, solo più potente e costoso. Ma se il valore aggiunto rispetto al Kindle doveva essere la maggiore funzionalità e/o la connettività estesa, ebbene temo che siano stati poco lungimiranti per i motivi di cui sopra (avrò comunque bisogno di un telefono di dimensioni tascabili se me lo voglio portare in giro e se avrò bisogno di un comodo computer… userò un computer). Forse ancora un lettore multimediale? Di nuovo, se sono in aereo mi bastra e avanza l’iPhone e se non lo sono preferisco un mega-schermo lcd o un iPod.
Questa volta onestamente non riesco a capire a cosa dovrebbe servire questo aggeggio. Bellissimo e sofisticatissimo ma a mio modo di vedere veramente poco funzionale nel lungo periodo. Vedremo quando arriva in Italia: andrò a provarlo e potrò esprimere un giudizio più sensato. Forse.

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Alitalia: come prendere l’ABC del marketing e fregarsene

January 9th, 2010

Non trovo particolarmente divertente attaccare Alitalia per i continui disservizi e le ripetute contraddizioni in cui cade: semplicemente lo trovo molto facile, visto che ormai sono un quasi-frequent flyer. Però non mi accanirò nuovamente sui ritardi o sugli apparecchi che sembrano tenuti assieme col nastro isolante. L’organizzazione aziendale non è tema riguardo al quale io abbia competenza alcuna, motivo per il quale esprimerò nuovamente alcune considerazioni sulle cose che meglio (teoricamente) conosco, ovvero marketing e comunicazione.
Tempo fa criticai aspramente la campagna di comunicazione che mandarono on air a fine primavera, trovandola del tutto fuori luogo.

Ora, a cavallo fra 2009 e 2010, di nuovo vanno in onda con un paio di spot che vedono protagonista Raul Bova. Ovvero questi:

Di nuovo, trovo sconcertante che abbiano incentrato la comunicazione su una tematica che nel contesto attuale praticamente nessuno trova rilevante (“Con Alitalia mi sento come a casa mia”). Non che il comfort del viaggio non sia importante ma direi che in questo momento storico esso è l’ultimissimo dei problemi della “nostra” compagnia di bandiera. La comunicazione infatti serve generalmente – fra le altre cose – a spostare la percezione di un prodotto in una determinata direzione, generalmente opposta a quella caratterizzata dalla problematicità. In questo caso la percezione problematica che di Alitalia si ha è che:
- è totalmente inaffidabile, non è possibile contare su di essa per spostarsi da un luogo all’altro (e il taglio delle rotte non ha certamente giovato);
- è cronicamente in ritardo;
- non da’ certezza del servizio (credo sia la compagnia aerea con il più alto numero di scioperi all’anno, nonchè voli cancellati per un motivo o per l’altro)
- è vecchia e malata, dando per di più la sensazione di essere anche poco sicura.

Per l’appunto a questo tipo di percezione bisognerebbe ovviare, raccontando per esempio (come accennato nel mio post precedente) che la percentuale di voli in orario è aumentata (che pare sia vero), che le principali rotte internazionali vengono mantenute e che hanno persino ricominciato ad acquistare nuovi aerei (e anche questo sembra moderatamente realistico). Perché è questo che importa prima di tutto al consumatore. Non che (su un volo su 100) hanno forse un cuscino morbido, “quello loro”.
Credo sia semplicemente l’ABC del marketing dei servizi: a scuola mi hanno insegnato che in una società si distinguono i servizi primari da quelli secondari. Una compagnia aerea fornisce come servizio primario la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro nel minor tempo possibile, al minor costo possibile e col minor rischio possibile. Soddisfatti questi bisogni, al livello successivo entrano in gioco i servizi secondari, come il catering, i film proiettati, la possibilità di andare alla toilette, le poltrone reclinabili ecc. Tutte cose piacevoli e vicine al necessario ma non fondamentali per definire il “prodotto” di una compagnia aerea (portare gente da un luogo a un altro). Ora Alitalia ha enormi problemi riguardanti i servizi primari che tutti percepiscono. Vorrei quindi capire come pensano di rimediare spingendo i servizi secondari.
L’aveva capito molti anni fa mia mamma, che non capisce niente di marketing ma che essendo un’inglese trapiantata in Italia, prendeva un sacco di aerei da e per Londra. Quando le chiesi come mai preferiva spendere di più con la British Airways proprio quando Alitalia accoglieva sui propri aerei tutte le signore con una rosa (ero piccolo, mi sembrava una cosa molto carina: beata ingenuità!), mi rispose giustamente:”Sai cosa me ne importa di una rosa e di pagare un po’ di meno se ogni volta non sono sicura di partire perché ci potrebbe essere uno sciopero o rischio di arrivare in ritardo e perdere il treno per il nord (Londra era solo una tappa), per il quale dovrò perdere ancora qualche ora!”. Io ho come la sensazione che il buonsenso dei consumatori in vent’anni non sia cambiato. E l’ottusità del management Alitalia neanche.

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Ciao ciao grattacieli di Topolino

December 16th, 2009

Probabilmente dovrei essere contento di fronte alla notizia che Topolino (nel senso del giornalino a fumetti) si potrà leggere in digitale su iPhone o PSP – tanto per cominciare. Qui la notizia.

Però da vecchio e affezionato lettore da quando avevo 6 anni, non posso fare a meno di immalinconirmi un po’: ve le ricordate le pagine di fotografie dei lettori accanto alla catasta, la montagna o il grattacielo di giornaletti di cui ci si gloriava? Ecco, io ero uno di quelli che si beava di avere una collezione così cospicua che la pila che riuscivo a comporvi era più alta di me! Per non parlare poi dei feticci (io avevo il numero 1.000 e il numero 1.500)…

Mi sento un po’ vecchio nel dire che certe cose non torneranno più. Però è così. Peccato.

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Mr. B. e la comprensione della rete globale

December 6th, 2009

Ovviamente il titolo del post non si riferisce a Berlusconi ma a Gordon Brown, attuale primo ministro britannico. Non molto popolare in patria al momento, meno telegenico di Tony Blair ma da questo speech a TED sembrerebbe aver capito un paio di cose su come funziona la rete globale, sia in senso tecnologico che in senso metaforico e quindi politico. A differenza di un altro signor B. di italica conoscenza.

We believe in something bigger than ourselves

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Il sesto senso nella realtà

November 29th, 2009

Ringrazio Imlog e il mio capo per aver segnalato questo speech veramente affascinante di Pranav Mistry, l’uomo che – forse – è davvero riuscito ad integrare il mondo digitale con quello reale, dando vita a quella che lui chiama la “tecnologia del sesto senso”. Non facilissimo da capire il suo inglese ma vale davvero la pena di perderci un po’ di tempo:

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Bic for literature

November 25th, 2009

Non che la mia opinione possa cambiare granché ma, giusto per la cronaca, mi aggiungo alla schiera di detrattori dell’iniziativa “Internet for peace“, ovvero l’idea di candidare Internet al premio Nobel per la pace. C’è chi ha usato il paragone con le macchine (ti possono salvare la vita portandoti prima in ospedale ma anche ammazzarti se ti investono), chi quello con gli elicotteri (stessa cosa: li vogliamo premiare perché portano le medicine?).
A me è venuto in mente il paragone con la penna a sfera: anch’essa è uno strumento. Utilizzata da un sacco di grandi scrittori. Vogliamo quindi dare il premio Nobel per la letteratura alla Bic?

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2009: (ancora) anno zero del social media (e del web)

November 25th, 2009

Parlando oggi con dei colleghi inglesi che si occupano di social media in maniera apparentemente sensata (ovvero con una tecnologia che è in grado di andare a leggere i profili, i gusti e i contenuti degli utenti, andando a “produrre” annunnci dinamici iper-profilati), ci siamo trovati d’accordo su una triste verità: uno dei motivi principali per cui l’utilizzo dei social media non ha funzionato finora è che quasi tutti si sono dimenticati dell’ABC del web, di cui ci si era dimenticati anche ai suoi primordi. Ovvero: che si crei un gruppo, una fan page, un’applicazione o un pofilo sul Facebook del caso, stiamo comunque parlando di una pagina, un sito o un pezzo di sito all’interno del mare magnum che è il web. Ergo tutto quello che creo può essere fantastico e veicolare i valori di una marca molto meglio di uno spot televisivo ma se questa pagina/sito/community non la pubblicizzo… nessuno saprà mai che esiste!
Ancora oggi credo ci sia una grande confusione tra ciò che è strumento di comunicazione e ciò che è prodotto. Che piaccia o no, un sito web, un blog, una pagina di Facebook sono strumenti di comunicazione solo in seconda battuta; in prima istanza sono prodotti. Prodotti editoriali più o meno sofisticati o professionali ma comunque prodotti. Certo, veciolano determinate informazioni ma questo è per l’appunto la natura dei prodotti editoriali. Ben altra cosa sono gli strumenti di comunicazione, che sono volti a far conoscere e veicolare traffico verso il prodotto (editoriale, ancora una volta) di riferimento. Se quindi creo una fan page di una birra su Facebook, avrò creato un prodotto editoriale (autoalimentato tramite i contributi degli utenti) che rimarrebbe totalmente sconosciuto ai più se non cercassi di veicolarvi traffico tramite… gli strumeni di comunicazione. Quindi la pubblicità – tanto per cominciare. Ovvero banner, text link, video e quant’altro.

Questo è l’ABC. Lo è sempre stato e sempre lo sarà. Per cui mi piacerebbe davvero tanto che sedicenti esperti di comunicazione online la smettessero di elencare siti web, blog e quant’altro tra gli strumenti di comunicazione. No! Non sono strumentipubblicitari: sono piattaforme, prodotti editoriali, quello che volete ma non strumenti di comunicazione come li intende chi lavora nel media come me!
Sono discorsi che si facevano nel 2000 ma che sembra ancora non siano stati totalmente assimilati, ergo repetita iuvant: ieri si trattava del sito-vetrina che poteva essere bello quanto si voleva ma senza farvi pubblicità nessuno poteva apprezzarlo. Oggi si tratta della fan page o del gruppo su Facebook; ma parimenti se non si investe in pubblicità (banner, social ads, link incrociati, quello che volete) che porti traffico alle suddette pagine, i fan,i membri diun gruppo o semplicemente i visitatori saranno sempre quattro gatti.
Discorso noioso e banale, lo so, ma sono sicuro che anche fra 5 anni – mio malgrado – tornerò a ripetere ancore le stesse cose. Anche se spero di no.

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Guerra all’informazione. Non (solo) in Italia.

November 22nd, 2009

In varie occasioni ho parlato della rete come formidabile mezzo di diffusione delle notizie e delle informazioni che spesso e volenteri non giungono agli occhi e alle orecchie di chi si serve solo dei cosiddetti mezzi di comunicazione “classica” (tv, radio, stampa, ecc.) per sapere e capire che cosa succede nel mondo. Questa volta mi piace pensare di poter dare un piccolo contributo personale in questo senso. Una mia amica giornalista ha appena finito di confezionare un documentario non tanto – per quello che capisco – sulla guerra nella striscia di Gaza, quanto sulla difficoltà di chi fa informazione di raccontare quello che realmente accade: intimidazioni, censure, divieti e addirittura giornalisti uccisi impediscono o quantomeno rendono estremamente difficoltoso far capire al resto del mondo quello che è acaduto e tuttora sta accadendo.
Lascio comunque spazio ad Anna Maria Selini, con le sue parole e il trailer del suo documentario (per chi volesse contattarla o saperne di più, basta cliccare sul suo nome o sul link del blog amico “Certestorie”, dove si possono trovare i suoi riferimenti):

Durante «Piombo fuso» hanno perso la vita in sei, per raccontare la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. E oggi, che la guerra è terminata (seppur la ricostruzione resti proibita), i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua.

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In UK il web supera la tv. In Italia il “Grande Fratello” supera “Le segretarie del sesto”

November 10th, 2009

Notizia notiziona: il 30 settembre 2009 IAB UK annuncia che gli investimenti pubblicitari allocati ai mezzi digitali hanno superato quelli della TV. Evviva! Allora forse c’è speranza anche per un paese come l’Italia, che arriva esattamente agli stessi risultati dei paesi anglosassoni ma con qualche anno di ritardo.
Guy Phillipson, CEO della stessa IAB UK racconta così l’evento:

A mio avviso vanno sottolineati tre aspetti fondamentali:
1) Phillipson parla di un 75% di inglesi adulti che vanno online TUTTI I GIORNI
2) Sempre Phillipson parla di connessioni a banda larga sempre più veloci ed economiche: in effetti basta andare sul sito della Bulldogbroadband per trovare un’offerta (non promozionale, quindi prezzo pieno) di banda larga+telefono flat a £14,99, ovvero €16,60 al tasso di cambio attuale – laddove in Italia le offerte più economiche per lo stesso pacchetto sono di €29,90, ovvero l’80% più care
3) In UK tutti i canali BBC non hanno pubblicità – il che, con una forte dose di approssimazione, significa grosso modo la metà dei canali nazionali generalisti.

Il primo punto è segno della maturità (in termini di mentalità e abitudini) di un popolo che l’Italia è molto lontana dal raggiungere (leggo oggi che la prima puntata della decima edizione del Grande Fratello – la decima!!! – ha raccolto più di 10 milioni di telespettatori, battendo la fiction di Raiuno Le segretarie del sesto, che ha fatto segnare 4.225.000 spettatori. Sommati fanno quasi 14 milioni e mezzo di persone che in una sera si sciroppano programmi televisivi pensati per un’audience media con la terza elementare come titolo di studio. In termini numerici più della metà dell’intera popolazione Internet Italiana attiva (e parliamo di gente che si collega almeno una volta al mese, lasciamo perdere la quotidianità). Un paese sempre più maturo in senso anagrafico ma ancora terribilmente immaturo come mentalità, quindi.

Il secondo punto è sicuramente frutto di infrastrutture arretrate, scarsa concorrenza e probabilmente anche un po’ retaggio del vecchio monopolio Telecom. E con questo ho detto tutto.

Il terzo punto, infine, è in realtà volto a sminuire un po’ quello che accade in UK: vorrei vedere gli inglesi a spendere di più online se gli ormai 4/5 canali della BBC accettassero pubblicità. Parleremmo di una copertura decisamente più alta e soprattutto di bacini di teste “fatturabili” molto più ampli. In Italia invece nessuno si fa mancare nulla e ormai anche le partite di calcio sulla RAI vengono interrotte continuamente anche durante il gioco, non più solo fra primo e secondo tempo. Quindi da questo punto di vista credo che il paragone non possa assolutamente reggere.

Resta il fatto che in Italia siamo ancora terribilmente indietro. A mio avviso dovremo assistere a X fenomeni prima che lo spending degli inserzionisti su internet superi quelli della televisione.

Soprattutto – e lo dico con una certa mestizia – qualche passo in avanti lo si potrà fare quando, oltre a ritorvare un po’ di positività nel mio personalissimo blog letto da quattro gatti di settore, la si smetterà di raccontare al mercato di inserzionisti che l’Italia NON è un paese per Internet (e cito testualmente la quasi totalità degli interventi alla tavola rotonda tenutasi allo IAB Forum di inizio novembre, dove il pessimismo e lo sconforto regnavano sovrani fra gli addetti del settore).

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La nuova frontiera dell’interattività (?)

October 17th, 2009

E’ in un’interattività non esattamente in senso proprio – poichè è il mezzo che interagisce con le persone e non necessariamente viceversa – ma sicuramente è digitale, ad ampia copertura (territoriale) e decisamente “engaging”.
Una bella idea, in ogni caso :-)

Enjoy!

Hand from Above from Chris O’Shea on Vimeo.

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Editori verticali e centri media: un rapporto basato sulla collaborazione

October 12th, 2009

Con l’avvicinarsi dello IAB Forum 2009, un amico di una concessionaria mi ha chiesto di contribuire alla stesura di un e-book, dando qualche spunto riguardo al rapporto tra centri media e piccoli editori verticali. Il tutto in ottica propositiva, ovvero ipotizzando le condizioni per le quali i suddetti editori possono diventare “attraenti” per chi pianifica. Ho accettato volentieri, sperando di aver messo più buon senso che idee fumosamente astratte. Ecco l’anticipazione di quanto dovrebbe venire pubblicato. Liberi di commentare, aggiungere o dissentire.

In una situazione di mercato piuttosto complicata – caratterizzata da una maggiore attenzione e razionalizzazione degli investimenti da una parte e da un proliferare di nuovi attori sul mercato dall’altra – la fluidità, chiarezza e semplicità di rapporti e offerte è decisamente fondamentale.

Chi lavora in un centro media si trova di fronte a un panorama estremamente frammentato e incerto (si pensi che le persone che lavorano sui mezzi digitali in un’agenzia media possono arrivare ad avere a che fare con all’incirca un centinaio di concessionarie ogni anno), per cui le scelte di pianificazione sono spesso guidate dalla necessità di avere garanzie di sicurezza, velocità e cooperazione. Sono quindi questi gli elementi imprescindibili che editori e concessionarie devono tenere in considerazione per poter meglio interloquire con chi si occupa di gestire i budget pubblicitari dei propri clienti. Questo vale ovviamente per tutti, a maggior ragione per le realtà con numeri non propriamente da mass market o più semplicemente molto verticali.

I tre elementi sopra citati (sicurezza, velocità e cooperazione) fanno spesso parte di un unico approccio e modus operandi, che si dovrebbe tradurre in diversi elementi pratici. In sostanza l’offerta commerciale dovrebbe rispondere alle esigenze “classiche” di chi pianifica. Cominciando dai numeri: ogni campagna deve necessariamente raggiungere un determinato numero di individui, con una certa frequenza e secondo un determinato schema temporale; è quindi assolutamente necessario che siano ben chiari i numeri assoluti e la loro distribuzione. Quanti utenti unici al mese, alla settimana, al giorno? Quante pagine sviluppano? Come si costruisce la copertura totale nel corso del tempo? E soprattutto: chi sono le persone che navigano il mio sito? Non solo in termini di sesso ed età ma anche e soprattutto per quel che riguarda le loro caratteristiche sociali: quale l’ambito professionale? Quale il ruolo? Quali le abitudini? I gusti?
Il primo lavoro del planner è quello di individuare con precisione il target di riferimento, quantificarlo e trovare i canali più adatti per contattarlo. Risposte precise e puntuali alle domande di cui sopra sono il primo passo del processo tramite il quale una pianificazione prende corpo.

Trovato il target e il canale giusto, si debbono trovare gli strumenti più adatti per interagire col suddetto target. I formati corretti, tanto per cominciare. Ecco che allora avere a disposizione formati universalmente validi e riconosciuti semplifica la vita non solo ai planner ma anche e soprattutto alle agenzie creative e ai (budget dei) clienti, spesso costretti a produrre svariate declinazioni della stessa creatività per via di formati non-standard che sempre più editori adottano (a maggior ragione all’interno di pianificazioni piuttosto strutturate dove vengono inclusi svariati player).

Parlando di online, un occhio di riguardo va dato ovviamente all’aspetto tecnologico, ovvero ai sistemi di gestione e tracciamento delle campagne. Parliamo in sostanza di ad server. Capita a volte che le piattaforme di editori piccoli o verticali siano incompatibili o non supportino una gestione in redirect con gli ad server più comuni. Altre volte la compatibilità esiste ma non è possibile tracciare alcuni formati particolari. Tutto questo chiaramente non contribuisce a facilitare il lavoro di chi gestisce grosse campagne tramite piattaforme centralizzate, visto che tutto ciò che non è compatibile con i sistemi dell’agenzia deve essere trattato alla stregua di eccezione, la cui moltiplicazione fa perdere moltissimo tempo e spesso anche denaro. Ergo anche da un punto di vista tecnologico un adeguamento agli standard di mercato si rende decisamente necessario per facilitare i flussi e i processi fra agenzie ed editori/concessionarie.

Naturalmente da un punto di vista commerciale è altrettanto importante riuscire a trovare il giusto mix di offerte, che possano rispondere alle esigenze di campagna, ovvero agli obiettivi, che di volta in volta i clienti pongono. Questi ultimi possono essere i più diversi e va da se’ che ognuno richiede un approccio diversificato: a seconda che si parli di semplice visibilità, di generare traffico al sito, registrazioni, vendite o altro, chi pianifica avrà bisogno di avere a disposizione la mdalità di acquisto che meglio si adatta ai propri scopi. La flessibilità in tal senso assume un ruolo fondamentale. Flessibilità in senso commerciale, certo, ma anche e soprattutto in termini di supporto che gli editori sono in grado di dare agli inserzionisti, laddove non si parli solo ed esclusivamente di presenza tabellare. Sempre più spesso vengono richiesti progetti speciali, integrazioni e co-brand, che rendano più appetibile il prodotto del cliente. Il tutto in moltissimi casi all’interno di un contesto totalmente volto ai risultati, alle performance: specialmente dove la campagna e il sito all’interno del quale è ospitata sono molto verticali o comunque tecnici, i clienti cercano di quantificare l’efficacia in modo molto concreto, tramite la valorizzazione di documenti scaricati, nominativi raccolti o simili. In questo senso dovrebbe valere la regola secondo cui nessuno come il cliente conosce il proprio prodotto ma specularmente nessuno come l’editore conosce il proprio prodotto editoriale e il proprio pubblico. Da qui l’idea della collaborazione in ottica di partnership e non solo di rapporto cliente-fornitore, dove lo scopo diventa comune e il rischio condiviso.
In questo senso, sempre più ci si aspetta, a prescindere dalla strettezza e dall’impegno nella collaborazione, che la conoscenza del proprio mezzo significhi anche e soprattutto essere in grado di produrre delle stime di risultati. L’erogazione delle impression è ora il minimo indispensabile. Dare rassicurazioni astratte sulla bontà del target lascia il tempo che trova. Al giorno d’oggi i clienti chiedono benchmark, si aspettano che si sia in grado di stimare quale sarà l’esito finale della campagna. Quanti click? Quante visite? Quante conversioni? Cosa ci di può aspettare, insomma? E’ ovvio che vi sono in gioco tantissime variabili come la creatività, gli asset precostituiti, le limitazioni strutturali (policy e simili) che rendono tale lavoro di previsione più difficile. Però come accennato poc’anzi, laddove la collaborazione è in ottica di partnership, anche gli obiettivi di marketing devono essere condivisi e – nel limite del possibile – stimati a priori.

Quest’ultima parte dovrebbe rientrare nel campo della tanto celebrata “disponibilità”, “proattività”, “flessibilità” o, se preferite, del generico buonsenso.

Infine, ma non meno importante, spesso e volentieri – soprattutto in periodo di crisi – i centri media tendono a cercare di concentrare gli investimenti su pochi player, sia per questioni di ritorno economico che semplicemente per non disperdere energie. Ecco allora che se una realtà web non può contare su numeri da mass market, presentarsi come singola entità può non essere la migliore delle idee, poiché il rischio di venire percepiti come uno dei tanti “piccoli” con cui è dispersivo avere a che fare diventa molto alto. Tradotto in parole povere, concessionarie aggregatrici di realtà verticali sono probabilmente la soluzione migliore, sia per quel che riguarda gli editori che – soprattutto – i centri media, abituati a lavorare con poche realtà consolidate. Ancora una volta, quindi, il concetto di collaborazione biunivoca deve stare alla base di tutti i rapporti e delle modalità di lavoro.

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Del perché Berlusconi è comunista

October 9th, 2009
Quand’ero piccolo i miei genitori si sono sempre ben guardati dal parlarmi di politica e dal farmi capire da che parte stavano. Si sono limitati a crescermi con certi valori e principi. Così sono cresciuto con alcune convinzioni.
Sono convinto che quel che si ha ce lo si deve guadagnare con il sudore della fronte.
Sono convinto che nasciamo tutti uguali, con pari diritti e pari doveri. Poi crescendo smettiamo di essere tutti uguali e ci differenziamo in base ai nostri gusti, alle nostre capacità, al nostro lavoro e al nostro impegno. Ma alcuni diritti e soprattutto tutti i doveri rimangono sempre uguali per tutti.
Sono convinto che la ricchezza non sia immorale ma solo se non è a danno degli altri.
Sono convinto che ognuno debba essere libero come individuo e che la società debba essere costruita in modo tale da difendere la libertà di ciascuno. Ma sono anche convinto che la libertà di ciascuno finisca dove comincia quella degli altri.
Sono convinto che una società possa funzionare solo se tutti rispettano la legge, anche se la trovano ingiusta. E se la trovano ingiusta, le persone devono lottare per cambiarla, non per infrangerla.
Sono convinto che uomini e donne siano profondamente diversi e che le diversità vadano valorizzate, non ignorate. Valorizzate e soprattutto rispettate.
Sono convinto che gli esseri umani siano fondamentalmente egoisti e che alla fin fine perseguano ciascuno i propri interessi. Ma sono anche convinto che si possa trovare un equilibrio tra interessi diversi, soprattutto se vi è, ancora una volta, rispetto.
Sono convinto che il capitalismo sia decisamente imperfetto ma che sia fondamentalmente il minore dei mali. Così come sono convinto che lo Stato dovrebbe garantire l’istruzione, la sicurezza, la giustizia e la sanità dei propri cittadini. E poco altro. Intervenire il meno possibile, insomma. Ma quando interviene dovrebbe essere forte, deciso e sicuro. Allo stesso modo con tutti.
Sono convinto che le tasse dovrebbero essere il giusto prezzo per garantire l’istruzione, la sicurezza, la giustizia e la sanità di tutti. Non un iniquo balzello. E che tutti dovremmo essere sereni nel pagarle. Quindi pagarle tutti tutte.
Di tutte queste e tante altre cose mi sono convinto crescendo.

Successivamente, quando sono diventato un po’ più grande ho scoperto che la mia cultura famigliare era di stampo liberal-conservatore. Allora ho pensato che evidentemente ero di destra. E tutt’ora, anche se un po’ a fatica, lo penso.

Poi è arrivato Berlusconi. Lo guardo, lo seguo, vedo quello che dice e che fa. E se penso a tutte le cose in cui credo giungo alla conclusione che se io sono di destra e lui fa tutto il contrario di quello in cui credo, evidentemente deve essere comunista! Ah, cosa si scopre crescendo!

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Il pensiero di Roberto Saviano sulla libertà di stampa

October 3rd, 2009

Io sono sempre un po’ perplesso di fronte a certi allarmismi, proclami, vittimismi o estremismi (come quelli di Santoro, tanto per citarne uno) ma direi che le parole di Roberto Saviano sono chiare, lucide, ponderate, sensate. Soprattutto pacate e dette con cognizione di causa (chi più di lui?). Direi che quindi vale la pena di ascoltarle e riflettere un pochino.

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Brand reputation e misurazione del buzz: i numeri che mancano

October 3rd, 2009

Curiosamente, anche se sono passati almeno 2 o 3 anni da quando il social media ha cominciato ad essere considerato come l’ultimo grido in fatto di fenomeni webbari, la moda attuale (ottobre 2009) in tema di web marketing sembra essere… il social media! Ergo forse è qualcosa più di una moda.
Lavorando nel mondo della pubblicità online, purtroppo o per fortuna mi tocca avere un’idea piuttosto precisa di come funziona e di come le aziende possano trarne vantaggio o quantomeno non esserne danneggiate. E’ però un tema ampio e spinoso, che cercherò di affrontare un po’ alla volta. In questo caso partirò dalla base, cioè dai numeri (che è poi la base del mio lavoro) e dalla loro misurazione.
Il tema caldo in questo senso è la cosiddetta “brand reputation”, ovvero – detto in parole povere – quello che di un marchio o un prodotto si dice sul web. Prima regola è infatti andare a monitorare chi, quanto e come le persone parlano di qualcosa all’interno di blog, forum, bacheche ecc. Diverse società mettono a disposizione alcuni strumenti per compiere questa attività di monitoraggio. A titolo esemplificativo, riporto qui la presentazione di BuzzMetrics della Nielsen – non perchè li ritenga migliori o peggiori di altri ma semplicemente perché dovrebbero essere più o meno trasversali a tutto il mercato:

View more documents from Marco Roncone.

In sostanza tutti gli strumenti di questo tipo danno un’idea di quanti “messaggi” relativi a un certo argomento esistono in rete (ovviamente sul numero assoluto ci saranno delle forti approssimazioni) e soprattutto forniscono un’analisi qualitativa di tali messaggi (riassumibili in “positivi” o “negativi”). Ergo in teoria mi dovrei preoccupare, esaltare o comunque riflettere in base a numero e qualità di tali messaggi.
C’è però un dato secondo me fondamentale che questi strumenti non raccontano: quanta gente legge quello che in rete scrive chi partecipa a forum, edita blog o simili?
Prendiamo un esempio: supponiamo che io e altri 100 blogger scrivessimo peste e corna dei fiammiferi Minerva (dico una cosa assolutamente a caso). Il punto non è tanto che ci sono in giro per la rete 101 post negativi sui fiammiferi Minerva. Il punto è che se ciascuno di noi ha 2 lettori, raggiungiamo un totale di 303 persone che hanno scritto o letto qualcosa di negativo sul prodotto. 303 su un totale potenziale di qualche milione di acquirenti di fiammiferi. La domanda è a questo punto: quanto sono rilevanti questi 303 rispetto a qualche milione? E soprattutto, questi 303 come si comporteranno offline? Ovviamente tutt’altro discorso sarebbe se i lettori dei 101 blog fossero qualche centinaia di migliaia o addirittura qualche milione. Lì il paragone è facile: è un po’ come se il Corriere della Sera pubblicasse una pessima recensione del prodotto, recensione che ovviamente verrebbe letta dal vastissimo pubblico del Corriere stesso.
Il problema è che gli strumenti a disposizione questi numeri non li danno, probabilmente non li possono sapere o avere. Il blogger XY ha postato un commentaccio sul mio prodotto e questo è male. Ma il blog di XY lo leggono solo sua sorella e suo zio (e quindi sostanzialmente me ne posso fregare) o ha milionate di lettori affezionati (e quindi sono sostanzialmente rovinato)? Non è dato sapere.
In conclusione il social media ha delle potenzialità enormi e qualitativamente dirompenti ma allo stato dell’arte ritengo che l’approccio quantitativo al fenomeno sia piuttosto lacunoso e carente di quelle informazioni numeriche che, nel bene e nel male, dovrebbero sempre essere alla base di quasi tutte le decisioni di chi si occupa di marketing e pubblicità. Arriveranno, ne sono certo. Ma per il momento cercherei di trattare il tutto con molto beneficio di inventario.

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