E’ nato prima Obama o Facebook?
Mi rifaccio a uno degli ultimi post di Matteo per fare l’ennesima riflessione sull’uso aziendale dei social media e Facebook in particolare.
Giusto per i super-pigri che non avessero voglia di cliccare due volte di troppo, metto anch’io a disposizione il link dal quale scaricare il pdf dell’ultimo studio di Frozenfrogs sui social media. Eccolo qui
Per gli ancora più pigri riporto qui di seguito quelli che considero i key learnings più interessanti:
- possiamo considerare i social media come un’estensione dei new media in quanto ottimo strumento di business intelligence, ma basandosi sulla conversazione delle persone, non può sostenersi da solo;
- i Social Media non possono costituire un’alternativa all’advertisement, ma possono aiutare – a parità di budget pubblicitario – a ottenere migliori performance. Se riguadagno fiducia, posso sperare in un maggiore ascolto alle mie iniziative di marketing e comunicazione;
- prima di aprisi ai social media proviamo a rispondere a queste domande:
• Quali contenuti riesco a produrre? Con quale frequenza?
• Dove dialogano i miei consumatori? Che tipo di contenuto consumano?
• Che limiti ho nella comunicazione? Ho bisogno di una risorsa dedicata? Ne dispongo?
• Che metriche di misurazione intendo adottare? Quali sono le più adatte?
• Cosa intendo ottenere? Come posso integrare il feedback per innovare l’azienda?
• Cosa voglio comunicare?
In sostanza sono conclusioni simili a quelle cui ero giunto in un mio post di qualche tempo fa. In aggiunta sembra di capire che una presenza sensata sui social media sia consigliabile solo a quei brand che già sono noti; anzi, devono essere noti a tal punto da avere fan, estimatori, gadgettistica reale e virtuale e via discorrendo. Come dire: se non vi sono motivi per i quali la gente già dovrebbe parlare di me nel mondo reale, è inutile (o quasi) che provi a crearne io, se non a costo di spendervi un sacco di tempo e denaro. In fondo anche il caso di Barack Obama non si discosta da questa visione: il presidente degli U.S.A. non è diventato tale grazie alla celebrità datagli dal sapiente uso di Facebook e altre piattaforme digitali. Obama era già famoso, in quanto senatore e candidato alla presidenza, esposto ai media di massa tradizionali già da lungo tempo. Quello che ha fatto egregiamente con Facebook e simili è stato capitalizzare anche nel mondo virtuale la popolarità che già aveva e il seguito di fan e ammiratori che lo hanno sempre seguito. Ha dato a questi ultimi un luogo dove incontrarsi, supportarsi a vicenda e soprattutto riconoscersi. Credo sia un po’ quello che mi piace chiamare l’effetto “locale vuoto – locale pieno” (versione happy hour del circolo vizioso che si trasforma in circolo virtuoso): quando con gli amici capita di bighellonare in giro per la città alla ricerca di un locale, spesso capita che vedendone uno totalmente vuoto si sia portati a pensare che vi sia qualcosa che non va e non si vuole mai essere i primi ad entrare. Viceversa, se un locale è già pieno di persone, si è portati a pensare che evidentemente dev’essere molto figo e accogliente. Lo stesso per le comunità virtuali. E’ più facile aderire a quelle già molto popolose (che quindi devono avere forti ragioni di esistere), piuttosto che a start-up virtuali dove i fattori aggreganti non sono chiari. Poi ovviamente l’effetto virale, del passaparola o semplicemente del member-get-member diventa esponenziale una volta che la gente comincia ad aderire.
Ovviamente ci sono tutte le eccezioni del caso – anche se francamente al momento non me ne viene in mente nessuna – ma più passa il tempo più mi convinco che da un punto di vista aziendale i social media siano molto più adatti come luogo di conversazione e aggregazione attorno a qualcosa di già noto e con dei valori molto forti che non un luogo dove fare pubblicità in senso classico. Comunque sono sicuro che ne riparleremo ancora lungamente.
Ciao Roberto,
grazie per averci segnalato. Il titolo che hai messo è geniale, appena ho l’occasione te lo copio (c’è il Creative Commons vero!?)
La teoria del locale pieno e vuoto è da esplorare a fondo. Ammetto invece che alcuni punti li abbiamo dati per scontati… la presenza sensata è per tutti, non solo per i grandi brand. L’importante è che questa presenza abbia, appunto, un senso. C’è un locale a piazza navona che, prestando attenzione alle domande che hai elencato, ha aumentato la sua notorietà grazie a facebook! E non si chiama Hard Rock Cafè o chissachè!
Se ti interessa, per spiegare meglio tutto questo, stiamo lavorando a dei nuovi materiali…. già qualcosa lo puoi vedere qui: socialconversation.it
A presto
Denisr [chiocciola] Gmail
Ciao Denis, grazie a te (a voi) per il lavoro fatto. Su questi temi credo ci sarà da dibattere a lungo e credo sia voi che io ci torneremo spesso. Anche sulla teoria del locale pieno – locale vuoto. Io rimango abbastanza convinto che i social media siano otimi strumenti per consolidare e/o amplificare dei movimenti già esistenti; sono invecce più dubbioso riguardo all’idea che li possano creare ex novo. A tal proposito consiglio a tutti di dare una letta ai vari documenti e articoli che raccontano l’uso che Obama ha fatto dei suddetti social media, ad esempio qui: http://www.fastcompany.com/blog/rich-brooks/social-media-strategies-small-business/what-businesses-can-learn-barack-obamas-soci
Sottolineo quella che secondo me è la frase più significativa: “What Obama did so successfully is that he went to where his customer base was”.
In ogni caso grazie anche della segnalazione di socialconversation.it andrò subito a vedere.