Editori verticali e centri media: un rapporto basato sulla collaborazione
Con l’avvicinarsi dello IAB Forum 2009, un amico di una concessionaria mi ha chiesto di contribuire alla stesura di un e-book, dando qualche spunto riguardo al rapporto tra centri media e piccoli editori verticali. Il tutto in ottica propositiva, ovvero ipotizzando le condizioni per le quali i suddetti editori possono diventare “attraenti” per chi pianifica. Ho accettato volentieri, sperando di aver messo più buon senso che idee fumosamente astratte. Ecco l’anticipazione di quanto dovrebbe venire pubblicato. Liberi di commentare, aggiungere o dissentire.
In una situazione di mercato piuttosto complicata – caratterizzata da una maggiore attenzione e razionalizzazione degli investimenti da una parte e da un proliferare di nuovi attori sul mercato dall’altra – la fluidità, chiarezza e semplicità di rapporti e offerte è decisamente fondamentale.
Chi lavora in un centro media si trova di fronte a un panorama estremamente frammentato e incerto (si pensi che le persone che lavorano sui mezzi digitali in un’agenzia media possono arrivare ad avere a che fare con all’incirca un centinaio di concessionarie ogni anno), per cui le scelte di pianificazione sono spesso guidate dalla necessità di avere garanzie di sicurezza, velocità e cooperazione. Sono quindi questi gli elementi imprescindibili che editori e concessionarie devono tenere in considerazione per poter meglio interloquire con chi si occupa di gestire i budget pubblicitari dei propri clienti. Questo vale ovviamente per tutti, a maggior ragione per le realtà con numeri non propriamente da mass market o più semplicemente molto verticali.
I tre elementi sopra citati (sicurezza, velocità e cooperazione) fanno spesso parte di un unico approccio e modus operandi, che si dovrebbe tradurre in diversi elementi pratici. In sostanza l’offerta commerciale dovrebbe rispondere alle esigenze “classiche” di chi pianifica. Cominciando dai numeri: ogni campagna deve necessariamente raggiungere un determinato numero di individui, con una certa frequenza e secondo un determinato schema temporale; è quindi assolutamente necessario che siano ben chiari i numeri assoluti e la loro distribuzione. Quanti utenti unici al mese, alla settimana, al giorno? Quante pagine sviluppano? Come si costruisce la copertura totale nel corso del tempo? E soprattutto: chi sono le persone che navigano il mio sito? Non solo in termini di sesso ed età ma anche e soprattutto per quel che riguarda le loro caratteristiche sociali: quale l’ambito professionale? Quale il ruolo? Quali le abitudini? I gusti?
Il primo lavoro del planner è quello di individuare con precisione il target di riferimento, quantificarlo e trovare i canali più adatti per contattarlo. Risposte precise e puntuali alle domande di cui sopra sono il primo passo del processo tramite il quale una pianificazione prende corpo.
Trovato il target e il canale giusto, si debbono trovare gli strumenti più adatti per interagire col suddetto target. I formati corretti, tanto per cominciare. Ecco che allora avere a disposizione formati universalmente validi e riconosciuti semplifica la vita non solo ai planner ma anche e soprattutto alle agenzie creative e ai (budget dei) clienti, spesso costretti a produrre svariate declinazioni della stessa creatività per via di formati non-standard che sempre più editori adottano (a maggior ragione all’interno di pianificazioni piuttosto strutturate dove vengono inclusi svariati player).
Parlando di online, un occhio di riguardo va dato ovviamente all’aspetto tecnologico, ovvero ai sistemi di gestione e tracciamento delle campagne. Parliamo in sostanza di ad server. Capita a volte che le piattaforme di editori piccoli o verticali siano incompatibili o non supportino una gestione in redirect con gli ad server più comuni. Altre volte la compatibilità esiste ma non è possibile tracciare alcuni formati particolari. Tutto questo chiaramente non contribuisce a facilitare il lavoro di chi gestisce grosse campagne tramite piattaforme centralizzate, visto che tutto ciò che non è compatibile con i sistemi dell’agenzia deve essere trattato alla stregua di eccezione, la cui moltiplicazione fa perdere moltissimo tempo e spesso anche denaro. Ergo anche da un punto di vista tecnologico un adeguamento agli standard di mercato si rende decisamente necessario per facilitare i flussi e i processi fra agenzie ed editori/concessionarie.
Naturalmente da un punto di vista commerciale è altrettanto importante riuscire a trovare il giusto mix di offerte, che possano rispondere alle esigenze di campagna, ovvero agli obiettivi, che di volta in volta i clienti pongono. Questi ultimi possono essere i più diversi e va da se’ che ognuno richiede un approccio diversificato: a seconda che si parli di semplice visibilità, di generare traffico al sito, registrazioni, vendite o altro, chi pianifica avrà bisogno di avere a disposizione la mdalità di acquisto che meglio si adatta ai propri scopi. La flessibilità in tal senso assume un ruolo fondamentale. Flessibilità in senso commerciale, certo, ma anche e soprattutto in termini di supporto che gli editori sono in grado di dare agli inserzionisti, laddove non si parli solo ed esclusivamente di presenza tabellare. Sempre più spesso vengono richiesti progetti speciali, integrazioni e co-brand, che rendano più appetibile il prodotto del cliente. Il tutto in moltissimi casi all’interno di un contesto totalmente volto ai risultati, alle performance: specialmente dove la campagna e il sito all’interno del quale è ospitata sono molto verticali o comunque tecnici, i clienti cercano di quantificare l’efficacia in modo molto concreto, tramite la valorizzazione di documenti scaricati, nominativi raccolti o simili. In questo senso dovrebbe valere la regola secondo cui nessuno come il cliente conosce il proprio prodotto ma specularmente nessuno come l’editore conosce il proprio prodotto editoriale e il proprio pubblico. Da qui l’idea della collaborazione in ottica di partnership e non solo di rapporto cliente-fornitore, dove lo scopo diventa comune e il rischio condiviso.
In questo senso, sempre più ci si aspetta, a prescindere dalla strettezza e dall’impegno nella collaborazione, che la conoscenza del proprio mezzo significhi anche e soprattutto essere in grado di produrre delle stime di risultati. L’erogazione delle impression è ora il minimo indispensabile. Dare rassicurazioni astratte sulla bontà del target lascia il tempo che trova. Al giorno d’oggi i clienti chiedono benchmark, si aspettano che si sia in grado di stimare quale sarà l’esito finale della campagna. Quanti click? Quante visite? Quante conversioni? Cosa ci di può aspettare, insomma? E’ ovvio che vi sono in gioco tantissime variabili come la creatività, gli asset precostituiti, le limitazioni strutturali (policy e simili) che rendono tale lavoro di previsione più difficile. Però come accennato poc’anzi, laddove la collaborazione è in ottica di partnership, anche gli obiettivi di marketing devono essere condivisi e – nel limite del possibile – stimati a priori.
Quest’ultima parte dovrebbe rientrare nel campo della tanto celebrata “disponibilità”, “proattività”, “flessibilità” o, se preferite, del generico buonsenso.
Infine, ma non meno importante, spesso e volentieri – soprattutto in periodo di crisi – i centri media tendono a cercare di concentrare gli investimenti su pochi player, sia per questioni di ritorno economico che semplicemente per non disperdere energie. Ecco allora che se una realtà web non può contare su numeri da mass market, presentarsi come singola entità può non essere la migliore delle idee, poiché il rischio di venire percepiti come uno dei tanti “piccoli” con cui è dispersivo avere a che fare diventa molto alto. Tradotto in parole povere, concessionarie aggregatrici di realtà verticali sono probabilmente la soluzione migliore, sia per quel che riguarda gli editori che – soprattutto – i centri media, abituati a lavorare con poche realtà consolidate. Ancora una volta, quindi, il concetto di collaborazione biunivoca deve stare alla base di tutti i rapporti e delle modalità di lavoro.
Sono pienamente d’accordo con te…e te lo dico da editore specializzato e verticale.
il problema inizia quando
–> i centri media tendono a cercare di concentrare gli investimenti su pochi player, sia per questioni di ritorno economico che semplicemente per non disperdere energie
allora di un budget di 100 si inizia a
“e vabbè, ma non possiamo non fare repubblica e corriere”
“ok ma con questi abbiamo i DN più alti…possiamo mai lasciarli fuori?”
“cavolo, ma questo mi ha sempre dato storicamente click più alti…anche se non è esattamente in linea con il target, dai ce lo mettiamo dentro comunque che tira su la media”
insomma quando le necessità del centro media (per carità, legittime eh) vanno ad erodere una prima fetta, sempre più ampia del budget a disposizione, costringendo l’editore a lavorare con budget polverizzati.
Vogliamo poi parlare dell’identificazione del TARGET? a volte, tramite la mia concessionaria, mi arrivano richieste con target che definire bizzarri è dir poco.
“maschio 18-40″ è in assoluto il più bello
ma anche il “vive in via montenapoleone e via manzoni a Milano e via condotti a roma” (a stò punto ditemi pure il campanello che vado a citofonare!!!).
occorrerebbe un passo indietro da parte di tutti, le concessionarie dovrebbero aumentare il livello di conoscenza, i centri media dovrebbero riuscire a sterilizzare maggiormente i propri bisogni e gli editori dovrebbero fare continui road show per illustrare la propria offerta…
io lo facevo..
ho smesso quando mi son reso conto che parlavo ad una platea di persone impegnate a mandare mail via blackberry…
se ho voglia di sentirmi parlare, preferisco cantare sotto la doccia…
da oggi ti seguo…
a presto
Sal
Ciao Salvatore,
ovviamente condivido il senso di ciò che dici.
Bisogna però ricordare che anche noi editori/concessionaria dobbiamo fare la nostra parte.
Che lo vogliamo o no, il mondo dei centri media ha le sue regole e le sue dinamiche, legate in gran parte al proprio ruolo di intermediario.
Sta a noi trovare il modo di tradurre la realtà di editori verticali in modo che possa rientrare nelle routine produttive del mondo dei CM.
E’ tropo facile puntare il dito, bisogna capire quali sono le ragioni sistemiche che rendono poco interessante la pianificazione dei siti verticali e risolverle, semplificando la vita ai planner.
Questo articolo è un estratto di un ebook scritto insieme a molti protagonisti dell’Internet Advertising proprio per affrontare questo tema. Sarà presentato a IAB. Propone alcune soluzioni.
Mi piacerebbe avere la tua opinione. Passa a trovarci in IAB.
Paolo Pettinato
Ciao Paolo,
attenzione, io non ho puntato il dito…sono ben conscio che il sistema CM vive un affanno anche maggiore di quello dell’editore (mi basta pensare ai miei numerosi amici che si ritrovano a dover consegnare piani complessi nel giro di 36 ore e son costretti a passare le notti in ufficio).
Io chiedo, utopisticamente, forse, un passo indietro dell’intero sistema ed un recupero di logiche di strutturazione che son troppo spesso sacrificate sull’altare dell’iperattivismo richiesto ai CM.
La collaborazione tra le tre strutture deve essere massima, ma questo (ed è questo il vero problema secondo me) accade solo in casi abbastanza rari. Come ho detto sopra, non taccio di illegittimità di comportamento i CM, mi chiedo solo come poter continuare a valorizzare l’essenza degli editori verticali se ci sono esigenze di struttura (imposte dal mercato) sempre maggiori.
Ci vediamo allo IAB
Salvatore
Secondo me mancano alcuni elementi nella discussione e nell’articolo. Ci sono alcune affermazioni un po’ strane. Nell’ordine: le 100 realtà con cui un media planner online può avere a che fare in un anno sono del tutto virtuali. Saranno forse 100 concessionarie in tutto, ma quelle interpellate sono molte meno.
La costruizione di un media plan: inutile chiedere a un editore, grande e generalista o piccolo e di nicchia, capacità di pianificazione, conoscenza di come si costruisce una copertura ottimale, quando sul mercato (e anche nei centri media) nessuno ancora possiede strumenti pienamente funzionanti che siano adatti allo scopo.
Infine, la direzione corretta non è l’aggregazione di editori verticali e tematici, in modo da avere un interlocutore unico; la direzione secondo me è l’apertura di marketplace digitale (che all’estero in parte già esistono) dove l’incontro tra domanda e offerta sia trasparente, dove non ci sia più l’interlocuzione con operatori umani e portatori di interessi e a volte scarse competenze, dove il planner possa lavorare su target, tematiche e affinità e non solo sulla parte di contrattazione economica (che invece viene determinata da meccanismi di bidding alla adwords).
Ciao a tutti,
comincio con il rispondere a Giacomo, di cui sarei curioso di sapere l’origine (nel senso di dove lavora, che attività svolge). Punto per punto.
- Le 100 concessionarie non sono affatto virtuali, anche se quello che si sta cercando di fare è renderle tali: la realtà per cui lavoro, nel 2008 ha dato soldi (quindi chiuso deal, figuriamoci se volessimo contare anche quelle a cui non ne ha dati) a 93 (93!) concessionarie. E’ un dato di fatto, non un’esagerazione tanto per lamentarsi della quantità di realtà esistenti.
- L’affermazione sull’inutilità di chiedere a un editore o concessionaria capacità di pianificazione è un po’ come dire che è inutile chiedere a un venditore di auto di capire qualcosa di auto: in alcuni casi – forse anche molti – potrà anche cavarsela grazie alla qualità instrinseca del prodotto (i famosi prodotti che si vendono da soli), fortuna o quant’altro; rimane però il fatto che quando l’interlocutore non è un povero sprovveduto ma un planner che certe competenze le ha – e il mercato chiede sempre più questo tipo di professionalità avanzata – la capacità di interazione con tali figure non può prescindere da una conoscenza più che profonda del proprio prodotto. L’affermazione di Giacomo poteva essere abbastanza vera nel 2002 ma al giorno d’oggi ti assicuro che non è assolutamente più così.
- Riguardo alla possibilità di crare marketplace digitali, sicuramente sono condivisibili tutte le prospettive legate alla trasparenza e alla possibilità di lavorare su variabili oggettive (tematiche, target, numeri reali ecc). Un approccio di questo tipo ha però, a mio modo di vedere, alcune lacune. Da una parte sarebbe applicabile solo alla pubblicità cosiddetta tabellare (i banner, tanto per intenderci), escludendo tutte quelle operazioni speciali cui ho accennato nel mio post e che richiedeono necessariamente l’intervento umano: comunicare su internet al giorno d’oggi significa sempre più integrazione editoriale, azioni ad hoc, formati extra-tabellari, sezioni dedicate, seeding, viralità e via discorrendo.
Inoltre se un modello di marketplace con sistema ad asta fosse ipoteticamente applicato a tutto il mercato, si rischierebbe una totale perdita di controllo dei prezzi con il conseguente rischio di esclusione di moltissimi player medio-piccoli (fenomeno peraltro parzialmente già avvenuto nel mondo Google).
Al di là di queste mie risposte puntuali, ribadisco comunque che rimango piuttosto convinto della bontà dell’approccio che ho provato a spiegare. Il tutto a parità di altre variabili, si intende: questo significa nel mondo perfetto che non esiste ma è chiaro che dovendo ragionare in astratto alcune semplificazioni sono sempre necessarie.
ciao Roberto
il websurfing quotidiano mi ha portato oggi a questo tuo post, quindi lo commento seppur a distanza di qualche mese dalla sua pubblicazione.
Ho letto e riletto molto attentamente il tuo post e non posso certo dire che quanto da te affermato non corrisponda alla vera realtà delle cose.
Una realtà con cui mi incontro, e scontro, da parecchi anni, tranne qualche parentesi in cui la cosa era delegata alla concessionaria di turno.
Come forse ricorderai, ma sicuramente no, curo la raccolta per un sito finanziario indipendente. E’ nato indipendente (nel 2000) ed è rimasto tale, malgrado lo sboom, le torri ecc
Ad oggi, di siti finanziari vertical veri ne sono rimasti 4/5.
I nostri numeri, a parte qualche follia del panel Nielsen, sono più o meno in linea con gli altri 4. Anche noi siamo presenti con aree co-brand sui portaloni generalisti (yahoo-virgilio) ecc.
Questo mi dovrebbe portare alla conclusione che se un planner pianifica una campagna finanziaria o rivolta ad un target affine per reddito ecc quanto meno dovrebbe iniziare da tali siti… Cosa tra l’altro semplicissima, vista l’esiguità dei siti a disposizione e visto che bene o male quasi tutti abbiamo ormai una certa esperienza nel dotarci di tutte quelle tecnologie che consentano una reportistica affidabile, adserving e quanto altro sia necessario per il buon fine di una campagna.
Eppure non è così, o meglio, tocca fare i salti mortali per fare in modo che non sempre sia così.
Se ti affidi ad una concessionaria, perdi l’80% dei clienti diretti. In 10 anni, ahimè, non ho mai interagito con un account di concessionaria che masticasse finanza e quindi capace di interagire direttamente col cliente. Un conto è vendere impressions,, un conto è rispondere se sia meglio pianificare un banner sui cfd o sull’etf… e quindi il bilancio finale pende sempre a favore della gestione diretta.
Senza contare, e lasciamelo dire…, che un altro problema nasce dal fatto che un planner di cm spesso si affida al pacchetto proposto dalla concessionaria. Mi capita di vedere banner pianificati su siti nemmeno aggiornati o che parlano di come arrivare a fine mese… Dubito che i lettori di tali siti risiedano in quella fascia di reddito disponibile ad acquistare un blackberry, un fondo comune o un suv..
Per non farla troppo lunga.. Non sarebbe più semplice un meccanismo di accreditamento per i siti verticali? Io mi presento, tu valuti, verifichi, ti accerti se sono in condizione di gestire la campagna ed infine se il riscontro è positivo mi inserisci in una lista a cui il planner fa riferimento. Questo, secondo me, aiuterebbe e sosterrebbe l’informazione indipendente.
Noto, infine, che non hai accennato ai dn.. Forse qualcosa andava detta. No?
Ti ringrazio per l’ospitalità e ti invio un cordialissimo saluto
Fernando