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Archive for November, 2009

Il sesto senso nella realtà

November 29th, 2009 1 comment

Ringrazio Imlog e il mio capo per aver segnalato questo speech veramente affascinante di Pranav Mistry, l’uomo che – forse – è davvero riuscito ad integrare il mondo digitale con quello reale, dando vita a quella che lui chiama la “tecnologia del sesto senso”. Non facilissimo da capire il suo inglese ma vale davvero la pena di perderci un po’ di tempo:

Bic for literature

November 25th, 2009 No comments

Non che la mia opinione possa cambiare granché ma, giusto per la cronaca, mi aggiungo alla schiera di detrattori dell’iniziativa “Internet for peace“, ovvero l’idea di candidare Internet al premio Nobel per la pace. C’è chi ha usato il paragone con le macchine (ti possono salvare la vita portandoti prima in ospedale ma anche ammazzarti se ti investono), chi quello con gli elicotteri (stessa cosa: li vogliamo premiare perché portano le medicine?).
A me è venuto in mente il paragone con la penna a sfera: anch’essa è uno strumento. Utilizzata da un sacco di grandi scrittori. Vogliamo quindi dare il premio Nobel per la letteratura alla Bic?

2009: (ancora) anno zero del social media (e del web)

November 25th, 2009 No comments

Parlando oggi con dei colleghi inglesi che si occupano di social media in maniera apparentemente sensata (ovvero con una tecnologia che è in grado di andare a leggere i profili, i gusti e i contenuti degli utenti, andando a “produrre” annunnci dinamici iper-profilati), ci siamo trovati d’accordo su una triste verità: uno dei motivi principali per cui l’utilizzo dei social media non ha funzionato finora è che quasi tutti si sono dimenticati dell’ABC del web, di cui ci si era dimenticati anche ai suoi primordi. Ovvero: che si crei un gruppo, una fan page, un’applicazione o un pofilo sul Facebook del caso, stiamo comunque parlando di una pagina, un sito o un pezzo di sito all’interno del mare magnum che è il web. Ergo tutto quello che creo può essere fantastico e veicolare i valori di una marca molto meglio di uno spot televisivo ma se questa pagina/sito/community non la pubblicizzo… nessuno saprà mai che esiste!
Ancora oggi credo ci sia una grande confusione tra ciò che è strumento di comunicazione e ciò che è prodotto. Che piaccia o no, un sito web, un blog, una pagina di Facebook sono strumenti di comunicazione solo in seconda battuta; in prima istanza sono prodotti. Prodotti editoriali più o meno sofisticati o professionali ma comunque prodotti. Certo, veciolano determinate informazioni ma questo è per l’appunto la natura dei prodotti editoriali. Ben altra cosa sono gli strumenti di comunicazione, che sono volti a far conoscere e veicolare traffico verso il prodotto (editoriale, ancora una volta) di riferimento. Se quindi creo una fan page di una birra su Facebook, avrò creato un prodotto editoriale (autoalimentato tramite i contributi degli utenti) che rimarrebbe totalmente sconosciuto ai più se non cercassi di veicolarvi traffico tramite… gli strumeni di comunicazione. Quindi la pubblicità – tanto per cominciare. Ovvero banner, text link, video e quant’altro.

Questo è l’ABC. Lo è sempre stato e sempre lo sarà. Per cui mi piacerebbe davvero tanto che sedicenti esperti di comunicazione online la smettessero di elencare siti web, blog e quant’altro tra gli strumenti di comunicazione. No! Non sono strumentipubblicitari: sono piattaforme, prodotti editoriali, quello che volete ma non strumenti di comunicazione come li intende chi lavora nel media come me!
Sono discorsi che si facevano nel 2000 ma che sembra ancora non siano stati totalmente assimilati, ergo repetita iuvant: ieri si trattava del sito-vetrina che poteva essere bello quanto si voleva ma senza farvi pubblicità nessuno poteva apprezzarlo. Oggi si tratta della fan page o del gruppo su Facebook; ma parimenti se non si investe in pubblicità (banner, social ads, link incrociati, quello che volete) che porti traffico alle suddette pagine, i fan,i membri diun gruppo o semplicemente i visitatori saranno sempre quattro gatti.
Discorso noioso e banale, lo so, ma sono sicuro che anche fra 5 anni – mio malgrado – tornerò a ripetere ancore le stesse cose. Anche se spero di no.

Guerra all’informazione. Non (solo) in Italia.

November 22nd, 2009 No comments

In varie occasioni ho parlato della rete come formidabile mezzo di diffusione delle notizie e delle informazioni che spesso e volenteri non giungono agli occhi e alle orecchie di chi si serve solo dei cosiddetti mezzi di comunicazione “classica” (tv, radio, stampa, ecc.) per sapere e capire che cosa succede nel mondo. Questa volta mi piace pensare di poter dare un piccolo contributo personale in questo senso. Una mia amica giornalista ha appena finito di confezionare un documentario non tanto – per quello che capisco – sulla guerra nella striscia di Gaza, quanto sulla difficoltà di chi fa informazione di raccontare quello che realmente accade: intimidazioni, censure, divieti e addirittura giornalisti uccisi impediscono o quantomeno rendono estremamente difficoltoso far capire al resto del mondo quello che è acaduto e tuttora sta accadendo.
Lascio comunque spazio ad Anna Maria Selini, con le sue parole e il trailer del suo documentario (per chi volesse contattarla o saperne di più, basta cliccare sul suo nome o sul link del blog amico “Certestorie”, dove si possono trovare i suoi riferimenti):

Durante «Piombo fuso» hanno perso la vita in sei, per raccontare la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. E oggi, che la guerra è terminata (seppur la ricostruzione resti proibita), i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua.

In UK il web supera la tv. In Italia il “Grande Fratello” supera “Le segretarie del sesto”

November 10th, 2009 No comments

Notizia notiziona: il 30 settembre 2009 IAB UK annuncia che gli investimenti pubblicitari allocati ai mezzi digitali hanno superato quelli della TV. Evviva! Allora forse c’è speranza anche per un paese come l’Italia, che arriva esattamente agli stessi risultati dei paesi anglosassoni ma con qualche anno di ritardo.
Guy Phillipson, CEO della stessa IAB UK racconta così l’evento:

A mio avviso vanno sottolineati tre aspetti fondamentali:
1) Phillipson parla di un 75% di inglesi adulti che vanno online TUTTI I GIORNI
2) Sempre Phillipson parla di connessioni a banda larga sempre più veloci ed economiche: in effetti basta andare sul sito della Bulldogbroadband per trovare un’offerta (non promozionale, quindi prezzo pieno) di banda larga+telefono flat a £14,99, ovvero €16,60 al tasso di cambio attuale – laddove in Italia le offerte più economiche per lo stesso pacchetto sono di €29,90, ovvero l’80% più care
3) In UK tutti i canali BBC non hanno pubblicità – il che, con una forte dose di approssimazione, significa grosso modo la metà dei canali nazionali generalisti.

Il primo punto è segno della maturità (in termini di mentalità e abitudini) di un popolo che l’Italia è molto lontana dal raggiungere (leggo oggi che la prima puntata della decima edizione del Grande Fratello – la decima!!! – ha raccolto più di 10 milioni di telespettatori, battendo la fiction di Raiuno Le segretarie del sesto, che ha fatto segnare 4.225.000 spettatori. Sommati fanno quasi 14 milioni e mezzo di persone che in una sera si sciroppano programmi televisivi pensati per un’audience media con la terza elementare come titolo di studio. In termini numerici più della metà dell’intera popolazione Internet Italiana attiva (e parliamo di gente che si collega almeno una volta al mese, lasciamo perdere la quotidianità). Un paese sempre più maturo in senso anagrafico ma ancora terribilmente immaturo come mentalità, quindi.

Il secondo punto è sicuramente frutto di infrastrutture arretrate, scarsa concorrenza e probabilmente anche un po’ retaggio del vecchio monopolio Telecom. E con questo ho detto tutto.

Il terzo punto, infine, è in realtà volto a sminuire un po’ quello che accade in UK: vorrei vedere gli inglesi a spendere di più online se gli ormai 4/5 canali della BBC accettassero pubblicità. Parleremmo di una copertura decisamente più alta e soprattutto di bacini di teste “fatturabili” molto più ampli. In Italia invece nessuno si fa mancare nulla e ormai anche le partite di calcio sulla RAI vengono interrotte continuamente anche durante il gioco, non più solo fra primo e secondo tempo. Quindi da questo punto di vista credo che il paragone non possa assolutamente reggere.

Resta il fatto che in Italia siamo ancora terribilmente indietro. A mio avviso dovremo assistere a X fenomeni prima che lo spending degli inserzionisti su internet superi quelli della televisione.

Soprattutto – e lo dico con una certa mestizia – qualche passo in avanti lo si potrà fare quando, oltre a ritorvare un po’ di positività nel mio personalissimo blog letto da quattro gatti di settore, la si smetterà di raccontare al mercato di inserzionisti che l’Italia NON è un paese per Internet (e cito testualmente la quasi totalità degli interventi alla tavola rotonda tenutasi allo IAB Forum di inizio novembre, dove il pessimismo e lo sconforto regnavano sovrani fra gli addetti del settore).