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Guerra all’informazione. Non (solo) in Italia.

In varie occasioni ho parlato della rete come formidabile mezzo di diffusione delle notizie e delle informazioni che spesso e volenteri non giungono agli occhi e alle orecchie di chi si serve solo dei cosiddetti mezzi di comunicazione “classica” (tv, radio, stampa, ecc.) per sapere e capire che cosa succede nel mondo. Questa volta mi piace pensare di poter dare un piccolo contributo personale in questo senso. Una mia amica giornalista ha appena finito di confezionare un documentario non tanto – per quello che capisco – sulla guerra nella striscia di Gaza, quanto sulla difficoltà di chi fa informazione di raccontare quello che realmente accade: intimidazioni, censure, divieti e addirittura giornalisti uccisi impediscono o quantomeno rendono estremamente difficoltoso far capire al resto del mondo quello che è acaduto e tuttora sta accadendo.
Lascio comunque spazio ad Anna Maria Selini, con le sue parole e il trailer del suo documentario (per chi volesse contattarla o saperne di più, basta cliccare sul suo nome o sul link del blog amico “Certestorie”, dove si possono trovare i suoi riferimenti):

Durante «Piombo fuso» hanno perso la vita in sei, per raccontare la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. E oggi, che la guerra è terminata (seppur la ricostruzione resti proibita), i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua.

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