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Morte delle (internet) apps?

January 27th, 2011 2 comments

Più volte su questo blog ho espresso la mia perplessità riguardo al futuro delle apps e soprattutto riguardo alla mortifera previsione di Chris Anderson sul destino del web. Da una parte sostenevo l’ingestibilità di tutta l’informazione di cui ho bisogno tramite molteplici apps, che non fanno altro che complicarmi la vita nel momento in cui esco dal seminato dell’abitudine. Dall’altra, trattandosi sostanzialmente di mondi “chiusi”, ponevo la questione della sostenibilità di un unico conenuto (una notizia, tanto per esemplificare) per veicolare la quale ho bisogno di sviluppare tantissimi conenitori diversi (apps differenti per device diversi per molteplici sistemi operativi).
Ora, ancora una volta Luca Lani mi viene incontro, ripubblicando i dati di vendita delle versioni per iPad dei principali magazine americani: un disastro su tutta la linea.
In giro per la rete ho letto tantissime opinioni di un sacco di persone che cercavano le motivazioni di una tale disfatta: la maggior parte di esse erano da ricondurre al prezzo del contenuto fruito tramite app e/o alla praticità del device.
Io onestamente sono anche in questo caso d’accordo con Luca e più nello specifico credo si debba riflettere su alcuni aspetti di fondamentale importanza, per lo più riconducibili al buon senso e alla normalissima natura umana piuttosto che a macro-fenomeni sociali da interpretarsi tramite disquisizioni filosofiche:

– Se esiste sia una versione app che una web del mio quotidiano preferito, dove la prima è a pagamento e la seconda gratuita, perché mai dovrò scegliere di spendere soldi per qualcosa che posso avere gratis?
– Se voglio leggere il Corriere della Sera e poi LaRepubblica, perché mi devo scaricare due applicazioni differenti (che probabilmente avranno anche due interfacce differenti), aprirne una per poi chiuderla ed aprire l’altra, quando posso invece rimanere sempre all’interno del mio browser e limitarmi a digitare un nuovo indirizzo e a cliccare sui diversi link?
– Perché se voglio condividere un articolo con i miei amici di Facebook con un browser devo mediamente fare un click mentre dall’interno di una app mediamente non lo posso proprio fare?
– Perché, ancora una volta, ammesso e non concesso che l’iPad sia il device di comunicazione del futuro, devo pagare dei programmatori per “costringere” i miei contenuti all’inerno di un’applicazione da sviluppare poi su tutti gli altri tablet quando con l’HTML 5 ottengo risultati uguali o migliori in termini di resa, interattività e cratività senza dovermi reinventare ogni volta l’HTML 5 per iOS4, quello per Android, quello per Windows ecc?
– Soprattutto (e lo dico con la cognizione di causa di chi lavora nell’ambiente dello sviluppo di nuovi formati pubblicitari), se voglio render gratuita la mia app o quantomeno contenerne il prezzo, come cavolo faccio a fare soldi proponendo pubblicità da web del 1996, senza possibilità di veicolare contenuti creativi e multimediali a meno di modificare l’applicazione stessa?

Questi e tanti altri quesiti dovrebbero secondo me indurre qualche riflessione sul fatto che – sempre per citare Luca – dopo 15 anni abbiamo finalmente una piattaforma totalmente aperta, flessibile, creativa e potente (parlo del Web, ovviamente) e ora sembra che vogliamo tornare a una miriade di programmini chiusi, limitati e a compartimenti stagni o quasi. Onestamente non ne vedo molto il senso. Oltre al fatto che – per me che non sono più un giovincello di primo pelo – le applicazioni erano i cosidetti “programmi” che giravano solo in locale. Cosa che ha in effetti ancora molto senso. Per i giochi, ad esempio.

Chiudo poi con un interrogativo sui numeri: un recente studio della Chetan Sharma Consulting afferma che nel 2012 ci saranno globalmente qualcosa come 50 miliardi di download di applicazioni e che il mercato varrà circa 17,5 miliardi di dollari. Ovvio che una grossissima parte di questi ricavi andrà ai distributori (agli App store, tanto per capirci) e anche ammesso e non concesso che vi sia una certa concentrazione degli sviluppatori, rimane il fatto che le app prodotte per generare un tale fatturato sono ormai centinaia di migliaia (forse oltre il milione, considerando le diverse versioni) e che la revenue pro-app alla fine non è comunque granché… Il mio timore è cioè che il mercato sia sì enorme ma talmente frammentato da lasciare pochissimi margini ai produttori – come dire che il negoziante guadagna un sacco sui volumi derivanti dalla vendita delle scarpe di 50 artigiani diversi ma gli artigiani stessi alla fine non ci campano. E, com’è ovvio, un sistema di questo tipo alla lunga non regge.
Staremo a vedere.

Aggiornamento del Samsung Galaxy S ad Android 2.2 (Froyo): che fatica! – Post di servizio

November 14th, 2010 12 comments

In quanto felice possessore di un Samsung Galaxy S che però ha fatto una fatica dell’accidenti ad aggiornare il sistema operativo (o meglio, il firmware) del proprio telefono da Android 2.1 (Eclair) ad Android 2.2 (Froyo), ritengo cosa utile riportare la procedura che ho seguito, per aiutare tutti gli sventurati che come me sono utenti avanzati ma non tecnologi e che dovessero aver riscontrato gli stessi problemi. Vi sono in giro molti forum dove se ne parla ma le problematiche sono state tante e diverse, motivo per il quale non ritengo necessariamente ridondante questo mio post – soprattutto perché gli altri post e thread sembrano tutti scritti per programmatori o super-geek, cosa che io e tanti altri non siamo.

Dunque, il punto di partenza di cui magari non tutti sono a conoscenza è il software Samsung Kies, tramite il quale è possibile gestire da computer i vari elementi del proprio telefono (contenuti, contatti, impostazioni e – per l’appunto – aggiornamento del software). Tale software può essere scaricato dal sito di Samsung Mobile o (nel caso si abbia Windows xp/Vista/7) anche direttamente da qui (che poi è lo stesso).

Una volta installato Kies sul proprio pc, lo si avvia e si collega il telefono al pc tramite cavo USB, assicurandosi che il software “veda” il telefono (comparirà come collegato in alto a destra).
Ora, chi volesse aggiornare il firmware da Android 2.1 a 2.2 in teoria non deve far altro che cliccare sulla pen’ultima icona a destra nella barra in basso della finestra, “aggiornamento firmware”. Il sistema chiederà se si vuole fare un backup dei dati. Liberi di farlo o meno ma consapevoli del fatto che si rischia di perdere tutti i contenuti del telefono, soprattutto i contatti (quindi fatelo!). Successivamente, riconoscendo il sistema operativo, dovrebbe comparire una schermata come quella qui riportata che vi informa della possibilità di aggiornare il firmware.
Se così avviene basta seguire la procedura e dopo una ventina di minuti il sistema terminerà da solo il processo, riavvierà il telefono e vi ritroverete con il fantastico Android Froyo sul vostro bellissimo Samsung Galaxy (che, lo confermo, ne migliora decisamente le prestazioni).
Se invece – come è successo a me – avete la sfortuna di avere una versione firmware che Kies non riconosce come aggiornabile, potete provare a seguire la seguente procedura, che richiede un “patcher”.

Scaricate Kies Patcher da un link come questo (che a quanto pare ora è diventato a pagamento ma in giro per la rete se ne trovano altri, basta cercare con Google – io ho aggiornato già il link 3 o 4 volte e dopo un po’ diventato tutti o inattivi o attivi previa registrazione o a pagamento ma per l’appunto bastan cercarne di nuovi): http://gigabytedownloads.com/accessing/kies_patcher_download.rar
1. Connettete il Galaxy S in modalità Kies e assicuratevi che Kies rilevi il telefono
2. Decomprimete il Kies Registry Patcher dove volete, anche sul desktop
2. Avviate Kies Registry Patcher (usate permessi di amministrazione su Windows Vista e 7, ovvero cliccate col tasto destro e la seconda voce del menu sarà “Esegui come amministratore”: cliccatela)
3. Selezionate patch e poi l’unica voce che appare
4. Premete poi su “File” e selezionate “Load Backup”
5. Selezionate il file ITV incluso nel pacchetto
6. Da Kies effettuate l’aggiornamento (che adesso verrà trovato)

Ulteriore problema: come se non bastasse, finito l’aggiornamento funzionava tutto meravigliosamente, tranne… gli sms. Ogni volta che provavo a leggerne o scriverne uno, l’applicazione mi andava in crash, mandandomi il messaggio “SIAMO SPIACENTI
L’APPLICAZIONE MESSAGGI (PROCESSCOM.ANDROID.MMS) SI E’ ARRESTATA IMPROVVISAMENTE RIPROVARE”.
Purtroppo, l’unico modo che ho trovato io per sistemare la cosa è un factory reset, ovvero la cancellazione di tutti i dati e il ripristino dei dati di fabbrica (e qui sì, decisamente bisogna fare il backup dei dati). Fatto questo ora funziona tutto alla perfezione.
Il factory reset è abbastanza semplice: sul telefonino, bisogna selezionare “impostazioni -> privacy -> ripristina dati di fabbrica. Da lì seguire la procedura.

Sperando di avere fatto cosa utile, ribadisco che il Galaxy con Froyo è decisamente figo. Però vanno anche decisamente tirate le orecchie alla Samsung sia per l’attesa che per tutti i bug della procedura e le camicie sudate per riuscirci. Speriamo meglio alla prossima edizione di Android!

Gratis – Apparentemente

October 16th, 2010 1 comment

Il libro è ormai un po’ “datato” (io l’ho letto a nella seconda metà del 2009 anche se la prima edizione originale credo risalga al 2008) ma, trovandomi a discutere degli arogmenti che tratta in questi giorni, ho pensato di “riesumare” Gratis, l’ultima fatica editoriale di Chris Anderson (Free nella versione americana). Lettura decisamente interessante sui modelli di business che si basano o, per meglio dire, usano come leva commerciale primaria la gratuità. Mi premeva scrivere due righe in proposito perché, cercando approfondimenti, ho trovato molti post, commenti o simili dove viene data una lettura totalmente diversa da quella che ho inteso io o dove si critica il fatto che molte cose alla fine della fiera non sono affatto gratuite come sostiene Anderson (fra cui i suoi costosissimi interventi a conferenze, dibattiti ecc.).
Per come l’ho intesa io, Anderson sostiene che il fatto che molti prodotti o contenuti vengano distribuiti gratuitamente non significa affatto che non vi sia un qualche tipo di guadagno dietro: semplicemente il modello sottostante è più indiretto di quelli classici (“io ho un prodotto, vendo quel prodotto e guadagno sulla vendita di quel prodotto”). Gli esempi che porta sono molto spesso legati all’economia digitale – dove per l’appunto il costo marginale della produzione e distribuzione di contenuti è ormai vicina allo zero – ma il modello che da lì parte può essere poi applicato a tantissime realtà. Il concetto fondamentale credo possa essere riassunto in un’espressione come “non ti faccio pagare questo prodotto perché il suo valore (percepito o reale) è vicino allo zero ma baserò il mio guadagno su qualcosa d’altro, che al prodotto è legato: che sia l’upgrade del prodotto stesso, che sia la ricarica, che sia la versione premium, che sia la ripetitività dell’acquisto, che sia un cross-sell di un’altra cosa, comunque sia riceverò il pagamento in altre forme”. A costo di diventare impopolare, ho trovato molto calzante e forse filo-meritocratico l’esempio della musica: poiché i file digitali sono riproducibili (o meglio: copiabili) all’infinito senza perdita di qualità a costo pressoché nullo, le persone non percepiscono più il valore di tale prodotto e sono sempre meno disposte a pagare per averlo. Ebbene, sarebbe probabilmente sensato che l’industria musicale cambiasse modello e si spostasse in un’altra direzione: si pensi ad esempio a un modello dove i file musicali vengono distribuiti gratuitamente ma dove il loro ruolo passa ad essere quello di mezzo di diffusione, conoscenza, promozione ecc. In pratica do’ la mia musica gratis per fare in modo che la gente mi conosca e mi apprezzi. Fatto questo, la mia fonte primaria di guadagno diventeranno (come ritengo giusto che sia) i concerti, gli eventi, le manifestazioni, i gadget, le magliette e via discorrendo. Questo implica anche che il successo o meno di un gruppo o un cantante siano meno legati alle mosse delle case discografiche e più al reale gradimento (e bravura musicale) del gruppo stesso. Come si vede, in questo caso in realtà la gratuità non è un mancato ricavo ma un investimento per guadagnare in altro.

Gli altri esempi sono innumerevoli e sotto gli occhi di tutti ma il libro spiega in maniera esauriente anche quelli che sono i reali modelli sottostanti, corredandoli da un po’ di numeri esplicativi: dalle macchinette del caffè gratuite o in comodato d’uso compensate dal guadagno sulle cialde ai mesi gratis di telefonate o collegamento internet compensati dal lifetime value di un cliente dal momento in cui comincia a pagare; dai software gratuiti con upgrade a pagamento all’esempio, a me caro, delle conferenze di TED, messe liberamente a disposizione di tutti sul web ma i cui biglietti per assistervi dal vivo costano centinaia o migliaia di dollari (biglietti che vanno regolarmente esauriti); tanti esempi, tante idee, tanti modelli, un unico concetto: a questo mondo alla fin della fiera tutto si paga, non c’è nulla di veramente gratis.

Consigliato a chi non ha mai capito come certe cose potessero essere gratis, a chi ha un business e cerca nuovi modelli, a chi ha capito subito che c’era qualcosa dietro ma non ha mai capito esattamente cosa; a chi, infine, lavora nell’economia digitale, sa e ha capito tutte queste cose ma vuole leggere un libro piacevole che struttura in maniera sensata tutto questo sapere.

Sconsigliato a chi pensa di trovare dei super-trucchi per accaparrarsi qualcosa a sbafo.

Il libro è acquistabile online qui (fra i vari). Oppure, se si è in America, scaricabile gratuitamente online qui

Foursquare marketing, risultati e interpretazione dei dati

September 23rd, 2010 1 comment

Parlando di “nuove iniziative di marketing” utilizzando Foursqaure, c’è un lungo post su Brand Builder Blog che descrive e critica diffusamente tutta un’operazione fatta da McDonald’s in US che cercherò di riassumere qui di seguito.

– L’iniziativa: per un solo giorno McDonald’s ha messo in palio dei buoni da 5 o 10 Dollari per gli utenti di Foursquare che avessero fatto check-in in un loro ristorante durante quella giornata

– I risultati: secondo le dichiarazioni di Rick Wion – social media marketing director di McDonald’s – l’operazione ha avuto un successo incredibile, portando a un incremento delle visite ai punti vendita del 33% in quella singola giornata

– La verità: a quanto pare, il 33% di incremento è stato solo dei ceck-in su Foursquare, mentre il reale traffico sui punti vendita (cioè il reale numero di persone che sono entrate in un ristorante)… non è stato nemmeno misurato. Nota a margine, magari superflua ma importante: il check-in su Foursquare può essere fatto anche se siamo spaparanzati sul divano di casa a 5 isolati di distanza (ergo: non è per nulla significativo)

– Ulteriore appunto: Olivier Blanchard (autore del post su Brand Builder Blog) critica anche il fatto che Foursquare possa essere stato (ammesso e non concesso che i risultati reali siano stati altrettanto positivi) il “barbatrucco” a cui si è dovuto un così grosso successo. In effetti, il vero incentivo erano i buoni offerti, non tanto il fatto che li si potesse richiedere tramite l’utilizzo dell’applicazione. Anzi, probabilmente sarebbe stato più sensato usare dei semplici poster (riutilizzabili) fuori dai ristoranti che invitavano a partecipare alla promozione con un “solo per oggi”.
Al di là del racconto in se’ e delle critiche più o meno condivisibili di Olivier Blanchard, mi premeva tornare su un’annosa questione che spesso e volentieri è stata e continua ad essere trascurata dalle persone che si occupano di marketing, pubblicità e promozione: la misurabilità fine a se’ stessa. Come in questo caso, si tende spessissimo a misurare l’efficacia di un’operazione riferendosi allo strumento utilizzato e non al risultato finale portato. Ovvero: perché il presunto successo dell’operazione di McDonald’s è stato misurato in termini di check-in su Foursquare e non di panini venduti? Perché su internet si tende ancora a misurare il click-rate e non altro? Che senso hanno le campagne televisive di cui si misurano solo i risultati di comunicazione (i GRP, tanto per intenderci) e non le vendite portate? Perché, tanto per rifarmi al mio post precedente, una campagna di guerrilla viene ritenuta efficace nel momento in cui crea scalpore? E’ un po’ come se un contadino si dichiarasse soddisfatto di aver dato il 33% di colpi di zappa in più al suo campo rispetto al giorno precedente invece di prestare attenzione ai chili di verdura prodotti (o meglio ancora, ai chili di verdura venduti).

E’ chiaro che tutto deve partire da lì e che non si può prescindere dai risultati di comunicazione. Ma tali risultati devono poi essere tradotti in ROI tramite vari passaggi e tassi di conversione. Blanchard lo esemplifica molto bene con questo schemino che avrebbe applicato al caso McDonald’s:

Reach → Response → Visits → Foursquare Check-ins → Transactions → Revenue (then repeat)

Non è una cosa difficile e soprattutto tutti i punti sono misurabili. Come al solito, basta pensarci. E farlo.

Arrivano gli anti-iPad

August 27th, 2010 No comments

Dopo aver cercato di contrastare l’iPhone con i vari Omnia e Galaxy,  Samsung si sta preparando a lanciare l’anti iPad, ovvero il Galaxy Tab, che è stato presentato il 2 settembre all’Ifa di Berlino. Questo il video teaser (grazie a Veronica che l’ha segnalato):

Le caratteristiche che si intuiscono: Android 2.2 (pesantemente personalizzato), display da 7″, “augmented reality”, full web browsing (ovvero supporto completo ad Adobe Flash), videochiamate, tastiera Swype. Le (probabili) specifiche tecniche: display (Super?) Amoled da 1024 x 600, processore S5PC110 con gpu PowerVR SGX540 (di gran lunga la miglior “combo” cpu-gpu attualmente sul mercato del mobile), fotocamera posteriore da 3,2 Megapixel, fotocamera anteriore Vga per le videochiamate, Gps, Wi-fi b/g/n, probabile supporto a DivX HD 720p.
In sostanza, così come per molti aspetti l’iPad sembra un grosso iPhone che non telefona, il Galaxy Tab sembra essere un grosso… Galaxy. Questa volta però con la connessione voce (enorme differenza rispetto all’iPad), oltre comunque a Skype e altre applicazioni web-based.
Tutto molto bello e – così com’è accaduto per altri prodotti – avrà sicuramente delle caratteristiche migliorative rispetto all’omologo Apple. La domanda vera é un po’ quella che ponevo a proposito delle best practices: riuscirà Samsung a differenziarsi e soprattutto farsi percepire come migliore rispetto a una cosa che superficialmente è quasi uguale e gode dell’aura di Innovazione per antonomasia (mi riferisco ovviamente all’iPad)? Lavoro duro per influenzatori, comunicatori, professionisti delle p.r. e via discorrendo e, come sempre, ai consumatori l’ardua sentenza.

Lo stato dell’e-commerce in Italia

August 19th, 2010 No comments

Vista la difficoltà di trovare documenti autorevoli e pubblicabili, condivido volentieri questa presentazione del rapporto annuale della Casaleggio Associati, che da’ una fotografia piuttosto interessante dello stato (buono, direi) dell’e-commerce in Italia in questo momento:

Decisamente significativa la crescita complessiva del 58% rispetto all’anno precedente, soprattutto se si considera il quadro complessivo di crisi economica e il fatto che si parla di fatturato, ovvero di vendite (roba vera, non virtuale, insomma). Soprattutto – ed è la cosa che interessa di più a me – è interessante che fra le motivazioni della scelta dell’e-commerce la percezione di maggiore convenienza non sia (più) al primo posto, scavalcata dalla comodità dell’acquisto e della consegna. Che gli italiani stiano diventando meno tirchi e più a loro agio con la tecnologia e la consegna a domicilio?

Il gps marketing, ovvero la fine della privacy

August 19th, 2010 No comments

Dopo aver letto questa notizia comincio un po’ a tremare e a prefigurarmi scenari da Grande Fratello commerciale. Per chi fosse troppo pigro per leggere tutto, la sintesi è questa: la Unilever ha organizzato in Brasile un concorso legato all’acquisto Il detersivo OMO, che trova i vincitori del concorso tramite gpsdel detersivo (brand locale) OMO, che consiste nell’inserire un dispositivo gps in poche confezioni dello stesso. Tramite tale dispositivo, i signori di Unilever diventano in grado di localizzare le confezioni vincenti, ovvero le case di chi le ha acquistate, in modo tale da potersi presentare di persone per consegnar loro il premio. Come se non bastasse, il tutto è coronato da un sito internet dove viene createa una mappa di tali abitazioni e pubblicate foto e profili dei fortunati vincitori della videocamera (tale è il premio).
Per quanto io sia favorevole alla forme più avanzate di geomarketing (mando messaggi a un target appartenente a località ben specifiche) o di marketing di prossimità (ti contatto con un’offerta, omaggio o promozione quando mi passi vicino), trovo che questa nuova modalità sia piuttosto aberrante, a prescindere dalla possibile legislazione locale in fatto di privacy: siamo infatti passati dal contattare il nostro target nei momenti e nei luoghi più adatti all’inseguirli persino dentro casa loro, indipendentemente dalla loro volontà e predisposizione.
In questo caso: vade retro gps!

iPhone 3GS con iOS 4, ovvero gli errori di Microsoft fatti da Apple

August 17th, 2010 1 comment

Nel corso degli anni Microsoft è stata a ragion veduta sempre molto criticata per alcuni flop o comunque prodotti deludenti che man mano sfornava. Si pensi ad esempio a Windows ME (Millenium Edition) o a Windows Vista, universalmente considerati come dei peggioramenti rispetto ai rispettivi predecessori e successori. Il tutto generalmente in termini di affidabilità, velocità e soprattutto stabilità. Questo accadeva, mi fu spiegato, soprattutto per una questione di fretta: fretta di far uscire prodotti nuovi in modo da tranqullizzare i propri azionisti (che aspettano sempre che le persone esborsino dei bei soldoni per comprare prodotti nuovi piuttosto che regalar loro o guadagnare poco dagli aggiornamenti dei vecchi), a discapito di un maggiore e migliore tempo di sviluppo, beta testing e risoluzione preventiva dei problemi.
Ora comncio a sospettare che lo stesso tipo di approccio stai cominciando ad averlo anche la Apple, seppur con le debite differenze. Si pensi all’iPhone 4, uscito con problemi di ricezione ormai noti a tutti (a quanto pare risolti ma la figuraccia era ormai fatta). Ora dopo l’hardware si passa al software: a quanto pare il nuovo sistema operativo iOS4 è supportato dai telefoni 3G ma li rallenta irrimediabilmente. Particolarmente spiacevole risulta il fatto che non esista, a quanto pare di capire, una procedura “ufficiale” che permetta di ritornare alla versione precedente (OS3) del sistema operativo.
Ebbene, anche questo problema verrà sicuramente risolto ma intanto sembra di assistere a una frenesia un po’ microsoftiana nel lanciare nuovi prodotti prima che essi siano sicuri e testati al 100%. E questo video lo dimostra:

Il futuro della grande distribuzione (?)

March 8th, 2009 No comments

Forse cercando – una volta tanto – di anticipare i tempi rispetto alla concorrenza, la Microsoft ha prodotto alcuni video sulla visione del futuro a breve termine (nel 2019), la cui sintesi (pezzi di tutti montati assieme) ho riportato e riprodotto nel mio post sul digital divide, prendendolo a prestito da Imlog.

Dei vari video singoli, ho trovato molto interessante quello sulla grande distribuzione (anche se loro lo chiamano “retail”), che mi fa piacere riprodurre per intero senza linkarlo:

Generalmente mi occupo degli aspetti del marketing più vicini alla comunicazione in senso puro ma questo tipo di visione – che trovo abbastanza realistica – penso debba far riflettere. Siamo in presenza di una via di mezzo fra il marketing di prossimità, il mobile marketing, l’organizzazione del POS, una forma avanzatissima di search marketing e varie altre cose. La cosa bella – o brutta, a seconda dei punti di vista – è che praticamente tutti gli elementi necessari perchè questo tipo di visione si realizzi sono già presenti. Proviamo a dissezionare il filmato e ad elencarli, ovviamente semplificando:
– Una donna entra in un supermercato con un cellulare in mano. Questo ce l’abbiamo tutti
– Appena entrata si scopre che sul cellulare ha la lista della spesa. Anche questo è già possibile e io stesso lo faccio.
– Fatti i primi passi, riceve sul cellulare un messaggio di benvenuto. Questo è realistico, tramite, ad esempio, bluetooth
– Successivamente la sua lista della spesa si sincronizza con il database del supermercato e, tramite una specie di sistema gps, viene creato il percorso ottimale per trovare tutto. Anche in questo caso ho elencato elementi e processi esistenti o comunque possibili
– Poi, sempre tramite bluetooth, le viene notificata un’offerta speciale mentre passa davanti allo scaffale con il prodotto in questione
– Tralasciando tutta la parte di organizzazione del supermercato stesso, la spesa si conclude con il pagamento, sempre tramite cellulare. Anche questa è una modalità già possibile.

I motivi per cui esistono tutti gli elementi necessari a completare il quadro ma non ancora il quadro stesso, sono molteplici. Partiamo dalla scarsa familiarità delle persone con strumenti come il bluetoth, passando dalla bassa diffusione dei sistemi gps sugli attuali cellulari per finire con ovvi problemi legati alla privacy e a questioni più terra-terra come l’abitudine di certe persone – come me – ad andare a fare la spesa senza sapere esattamente cosa vogliono, ovvero senza lista predefinita. Per quanto affascinante, una visione di questo tipo è forse fin troppo complessa. E’ però certo che (e qui ammetto la mia scarsa modestia) già nella mia tesi di laurea del 2001 auspicavo un futuro in cui le offerte speciali o le promozioni mi venissero segnalate tramite cellulare in prossimità del punto vendita e in base ai miei gusti, precedentemente profliati. Questo sì, sarebbe già possibile ed è un’occasione che ritengo la GDO e i brand che ad essa si appoggiano dovrebbero cominciare a valutare. Quasi sicuramente svilupperebbero pochi numeri all’inizio ma sono abbastanza convinto che essere fra i primi ad abbracciare queste tecnologie ptrebbe portare a dei vantaggi competitivi non indifferenti.  Io intanto provo a suggerirlo ai miei clienti 😉
Staremo a vedere.