Ovviamente il titolo del post non si riferisce a Berlusconi ma a Gordon Brown, attuale primo ministro britannico. Non molto popolare in patria al momento, meno telegenico di Tony Blair ma da questo speech a TED sembrerebbe aver capito un paio di cose su come funziona la rete globale, sia in senso tecnologico che in senso metaforico e quindi politico. A differenza di un altro signor B. di italica conoscenza.
Cercando di trovare qualcosa di positivo nel mio 33° compleanno, fra le varie cose ho scoperto che il 5 giugno è stata la giornata mondiale dell’ambiente. Oltre a questo, navigando e leggiucchiando di tutto un po’, ho scoperto altresì che Chicco Testa (fondatore di Legambiente n.d.r.) invecchiando (pure lui!) ha cambiato idea sul nucleare ed ha aperto un blog al riguardo, dove è aperta la discussione su questo e sui temi ambientali in generale. Ne approfitto quindi per segnalarlo (già nei link “io sbircio”: http:\\www.newclear.it) e per rubacchiare il trailer del film di Yann Arthus-Bertrand, che ha girato 50 paesi con una missione e un’ossessione: l’uomo ha spezzato un equilibrio costruito in circa 4 miliardi di anni di evoluzione del pianeta. Il prezzo da pagare è pesante: cambiamento climatico, desertificazione, deforestazione, esodo di rifugiati ambientali. Ma non è rimasto più tempo per essere pessimisti: appena dieci anni – secondo molti – per invertire la marcia.
Come sempre in Italia si parla molto, si litiga troppo e si fa poco o nulla. Tristemente – per non dire altro – sta succedendo anche a proposito del terremoto in Abruzzo. Dibattiti televisivi, sulla rete e sui giornali sui quali non mi voglio soffermare se non con un’espressiona lapidaria: schifo e vergogna!
Ancora una volta credo che il tema sia, per questa nostra povera Italia, quello della lungimiranza che non c’è. Siamo ancora uno dei pochi paesi al mondo che continua a pensare coi canoni del passato (perchè quando si parla di politica negli altri paesi si parla del futuro dei figli mentre da noi si fanno ancora polemiche sui misfatti di fascisti e comunisti per cose successe trenta, quaranta, cinquanta, senssant’anni fa?), a guardare al presente in modo miope e a fregarsene del futuro. Le case costruite in Abruzzo – e parlo di quelle costruite negli ultimi 30 anni, non di quelle precedenti alla guerra – senza rispettare le norme antisismiche sono solo un esempio. Si pensi al disastro totale del settore trasporti. Fino a pochissimo tempo fa avevamo un sistema ferroviario praticamente uguale a quello ereditato dal regime fascista. Per fortuna c’era l’aereo. Ora sono stati spesi milioni e milioni di euro per ammodernare le ferrovie e toh, guarda un po’: l’alta velocità italiana fa concorrenza – anzi, erode decisamente mercato – all’agonizzante Alitalia, il cui salvataggio è costato milioni e milioni di euro ai contribuenti. Pensarci prima no? No. Vogliamo poi parlare delle autostrade? Lasciamo stare la Salerno-Reggio Calabria, che ha inghiottito fantastiliardi di euro negli anni ed è ancora una delle peggiori autostrade del mondo. Parliamo invece della A4 e più in particolare del tratto Bergamo-Milano, che conosco fin troppo bene. La storia completa si può leggere qui ma il succo è: prima “versione” del 1927, senza che nessuno pensasse al futuro, ovvero al possibile aumento di traffico. Seconda edizione nel 1952. Di nuovo nessuno pensò a quello che sarebbe successo di lì a 10 anni. E infatti ecco che nel 1962 avviene un ulteriore allargamento. Altri soldi. Poi nel 2000 ci si accorge che l’autostada così com’è è al collasso e c’è la necessità di un ulteriore ampliamento. E via: altro catrame, altri ponti da buttare giù per poi ricostruirli perché troppo stretti e via altri milioni. Risultato? Nel 2007 viene inaugurata la quarta corsia. Assieme al progetto che si va concretizzando della Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano), ovvero un’autostrada parallela che unisca le tre città e smaltisca ulteriormente il traffico della Serenissima A4. Direi che la cosa si commenta da sola. Lungimiranza zero. Anzi: -82, come gli anni di vita dell’autostrada.
Tornando al tema “casa”, non mi voglio soffermare troppo sulla vicenda abruzzese perchè rischierei di essere frainteso come il Berlusca ma credo che le colpe e le responsabilità siano diffuse. Politici e amministratori attuali e del passato da mettere in galera, senza dubbio. Ma anche una mentalità diffusa che guarda all’oggi e non al domani. I primi farabutti sono quelli che danno i permessi di costruire senza seguire le normative. Ma anche chi queste case le compera o le fa costruire accettando il rischio pur di risparmiare non dimostra certo lungimiranza. Se anche costasse il 30% in più avere una casa che non crolla quando la terra trema, non è forse sempre meno che farsela ricostruire da capo se dovesse andare distrutta? E non mi si venga a dire che lì per lì le esigenze e le priorità sono altre perché anche i bambini sanno che il 90% del territorio italiano è a rischio sismico. Soprattutto può darsi che uno passi la vita senza mai incocciare in un terremoto; mai figli? Inutile dire che gli Italiani sono generosi e pensano alla famiglia. Non è vero: gli Italiani pensano fondamentalmente a se’ stessi e poi hanno solo dei sensi si colpa maggiori quando succede qualcosa (NB Gli euri donati per la ricostruzione non sono un atto di generosità: sono un fluido lava-coscienza).
Lo stesso dicasi per l’ambiente: si sprecano fiumi di inchiostro e di bit per dibattere sul nucleare sì – nucleare no e gli amministraotri locali istituiscono buffonate che chiamano “domeniche ecologiche” quando invece non si affronta il problema che sta alla radice: i consumi energetici. Giusto per informazione, pubblico qui i trend di consumo energetico e produzione di Co2 dei diversi settori, preso a prestito dal WBCSD:
E’ evidente come sia il maggior consumo di energia che la relativa produzione di agenti inquinanti sia in gran parte attribuibile ai consumi residenziali. Come dire: sono le nostre case che bruciano energia e inquinano di più. Ma allora – e qui mi riallaccio a quanto scritto sopra – una casa costruita secondo i criteri della bioedilizia non sarebbe alla fine dei conti più economica, più confortevole e meno inquinante di una casa tradizionale? In qualunque altro paese probabilmente sì, perchè quel 15% di costo iniziale in più rispetto alla norma verrebbe ampiamente compensato dal risparmio energetico annuale del 50%. Ma non in Italia. Perché scarsa lungimiranza vuol dire anche e soprattutto fermarsi a quel 15% in più. Il 50% in meno non interessa, riguarda il domani, riguarda i figli e i nipoti. Forse. A meno che il petrolio non finisca nel frattempo e si debba ffrontare il problema per forza di cose. Come i terremoti, le tragedie annunciate, il problema dei rifiuti e via discorrendo. E non scrivo nulla sulla vicenda napoletana perchè spero che il concetto sia passato: inutile lamentarsi della spazzatura sottocasa solo quando questa arriva se quando ce l’hanno proposto abbiamo schifato l’inceneritore e il termovalorizzatore. Ognun per se’, ognun per l’ora. Del doman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia. Sempre che abbia ancora una casa. Libera dai rifiuti. E riesca a raggiungerla grazie a una qualche autostrada. Sveglia Italia, comincia a pensare al domani!
In un mio post precedente ho espresso il mio disappunto per quelli che ho definito “ecomostri padani”: oggettivamente, finchè si tratta di considerazioni non supportate da dati o da una pletora di persone che sostengono la stessa cosa, parliamo di gusto personale, impressioni soggettive o – se capita - di deliri solitari. Oggi però leggo un articolo su Metro che parla della cementificazione del milanese. Nessun giudizio di merito, solo numeri. Potrebbero essere tutte opere architettonicamente magnifiche ma fatto sta che “Quasi la metà del territorio della provincia di Milano entro pochi anni sarà occupato da edifici”. L’articolo è breve ma denso, motivo per il quale lo riporterò per intero (o quasi), senza commenti particolari, se non per una coppia di parole: follìa e scempio. Ecco la continuazione dell’ articolo.
L’allarme emerge dall’Atlante sul Consumo di suolo realizzato dal Centro studi Pim, Programmazione intercomunale dell’area metropolitana: se i 189 Comuni del Milanese daranno corso ai loro piani di urbanizzazione il consumo di suolo passerà dal 35,2% al 42%. Il picco di urbanizzazione è nella zona nord Milano, coperta da cemento per l’82,1%, in città il suolo consumato è il 69,9%.
La cementificazione eccessiva potrebbe avere origine anche nelle esagerate previsioni di crescita del mercato immobiliare industriale, uffici e capannoni: secondo un rapporto dell’ufficio studi Gabetti, infatti, a Milano un ufficio su 5 è sfitto, e la tendenza si è accentuata nei primi mesi del 2009, complice la crisi. Gli uffici vuoti sono passati dal 7,25% del 2008 al 19,75% di quest’anno; il picco, anche qui, è nell’hinterland con il 30% (era l’11). Secondo il rapporto del Centro studi Pim, le oasi verdi sono la zona Abbiatense Binaschino (13,3%) e la Castanese, 27,7%. Per difendere il suolo, Legambiente ha avviato una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare.
Noi italiani continuiamo a parlare dell’Italia come del Bel Paese. Anche gli stranieri, quelli che lo conoscono poco. Sicuramente lo era. Fino a prima della guerra, forse. E ancora lo è, in tantissimi luoghi. Ma sono sempre di più gli scempi che vengono compiuti ai danni non solo dei paesaggi naturali ma anche e soprattutto dei paesi e delle città.
Da bergamasco “de Berghem” sono sempre andato orgoglioso della mia città, considerata per molti versi la Siena del nord. Città alta, certo. Città bassa è sempre stata abbastanza anonima ma comunque sempre all’interno del contesto di città “carina”. Ora, negli ultimi mesi arrivando in treno da Milano quello che mi colpisce non è più il vecchio oratorio di San Tomaso sempre uguale a se’ stesso bensì la serie di orrendi palazzoni vetero-sovietici che vi hanno costruito attorno. Enormi parallelepipedi di cemento che danno anche a una città di meno di 150.000 abitanti la parvenza di una metropoli con una periferia-dormitorio. Possibile?
Altro viaggio in treno, di oggi: ero a un convegno a Bologna, dove per inciso ho studiato per 5 anni alla fine del secolo scorso. Sono andato dalla stazione alla zona fieristica passando per il ponte di via Stalingrado, brutto anche allora ma a me caro per via della presenza dell’appartamento della mia fidanzata dell’epoca. Allora era pieno di palazzoni grigi. Tutti buttati giù. Ora ci sono altri palazzoni. Marroni. Brutti. Alienanti. Complimentri agli urbanisti che hanno ridisegnato la zona cambiando i colori! Che geni! Arrivo poi a Milano passando da San Donato e Rogoredo. Tutto nuovo e in costruzione. Villette, alberi e parchi? Macchè: altri enormi palazzoni brutti, squadrati, alienanti, tutto cemento e colori angoscianti. E potrei continuare con le oscenità milanesi (vogliamo parlare dei cubi accatastati della Bicocca?) ma sarebbe troppo facile: Milano è complessivamente brutta con dei begli angoli (anche se è un po’ come dire a una donna brutta che ha dei bei capelli) ma questo lo sanno tutti. Quello che mi preoccupa è la mia piccola Bergamo, la mia vecchia Bologna e tutti quegli altri luoghi presi d’assalto da urbanisti dissennati, architetti dalle idee pretenziose e dai disegni da lobotomizzati (i cubi li so disegnare pure io). Gli ecomostri sono dappertutto ma la mia sensazione è che quasi tutta l’Italia abbia in mente solo Punta Perotti a Bari. Esiste anche un sito dedicato (http://www.ecomostri.it/) ma a parte un’animazione tanto carina quanto bambinesca, è quasi totalmente privo di contenuti, soprattutto sembra che nessuno lo tenga vivo. Possibile che nessuno si preoccupi dell’ambiente in cui vive? Possibile che solo io mi intristisca quando arrivo a casa e devo aprire il portone di un palazzone di 8 piani senza forma e senza colore che sarei pronto a buttare giù se solo potessi permettermi di risistemare me stesso e tutte le altre famiglie? (Ebbene sì, anche io vivo in un ecomostro!).
Posso capire gli scempi degli anni ’60 e ’70 che, oltre ad appartenere al passato, erano dettati dall’esigenza di sistemare in fretta e in modo economico migliaia di famiglie che stavano dando vita al fenomeno dell’urbanesimo industriale allora nuovo per l’Italia. Ma adesso? Adesso c’è il design. Berlino e Londra buttano giù tutto per ricostruire cose più moderne e più belle. Quindi anche noi. Solo che, a quanto pare, gli insegnamenti di Brunelleschi e Leon Battista Alberti vanno demoliti assieme a tutto il resto, senza far caso a cosa si sta distruggendo. Anche in questo, temo, siamo un paese senza memoria. Il Bel Paese. Che fu e rischia di non essere più.