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Archive for the ‘Fenomeni sociali’ Category

Niente batteria, niente cavi, niente connessione: il vero concorrente dell’iPad

September 6th, 2010 Roberto C. No comments

Ringrazio nuovamente Lucina (che un giorno mi dovrà spiegare dove trova tutte queste chicche) per aver segnalato questo divertente video di presentazione di un rivoluzionario dispositivo tecnologico, che sarà il vero, unico e temibilissimo concorrente dell’iPad e degli altri tablet. Audio in spagnolo, sottotitoli in italiano. Enjoy! :-)

La qualunque sui social media – post lungo

August 25th, 2010 Roberto C. No comments

Dato che un magazine mi ha mandato delle domande sui social media a cui rispondere per un’intervista (che in teoria doveva essere pubblicata) e dato che dopo averci perso un po’ di tempo questi signori sono spariti, tanto vale che pubblichi il tutto qui, chiedendo scusa per la lunghezza. Domande generiche e quindi risposte generiche ma magari possono ispirare riflessioni più profonde a qualcun altro.

1 – Quanto è importante la presenza social media nel media mix di un’iniziativa di comunicazione oggi?

Così come per tutti gli strumenti e i mezzi di comunicazione più o meno tradizionali, non è possibile definire a priori l’importanza della presenza di elementi social all’interno di un’iniziativa di comunicazione. Come sempre, dipende da svariati fattori che attengono all’approccio di marketing: il target di riferimento, l’obiettivo di campagna, il prodotto stesso, la capacità di far curare e coltivare la relazione che si può instaurare ecc.

Chiaro che se il target è relativamente giovane, il brand è accattivante e soprattutto ha molte “cose da dire”, l’utilizzo di piattaforme social può avere decisamente molto senso, a patto che poi l’azienda sia in grado di mantenere vivo il rapporto una volta che questo si sia instaurato.

All’opposto, cercare di utilizzare i social media nel momento in cui il brand ha un carattere poco “attraente” per il target o più semplicemente quest’ultimo è poco presente sulle stesse piattaforme social ha evidentemente poco senso.

Bisogna, a mio modo di vedere, cercare di evitare di “esserci” solo perché va di moda o perché “tutti gli altri ci sono”. Tutti i media digitali sono particolarmente selettivi (o per meglio dire, lo sono i loro utenti), in particolar modo il social può essere anche un boomerang se mal utilizzato o mal gestito. Ecco che allora il concetto non credo debba essere tanto l’esserci o meno, quanto piuttosto l’esserci in maniera sensata, curata e prolungata.

2 – Quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del target raggiunto attraverso i social media?

La dimensione dei cosiddetti social network è ormai talmente estesa che fondamentalmente tutto o quasi può essere considerato social – senza dimenticare comunque che la stessa Internet in versione moderna è nata come strumento social, ovvero come sconfinato luogo virtuale dove condividere informazioni. Questo implica che se proprio vogliamo parlare di un “target”, questo riflette fondamentalmente quello della popolazione internet attiva, almeno in Italia. Basti ricordare che il solo Facebook conta al momento circa sedici milioni e mezzo di utenti attivi, che corrisponde grosso modo al 67% del totale popolazione Internet attiva secondo gli ultimi dati Nielsen. Di conseguenza anche in termini socio-demografici la distribuzione per sesso e fasce d’età (giusto per citare le variabili classiche) riflette grosso modo quella che caratterizza Internet nella sua interezza: si tratta sostanzialmente della parte più attiva della popolazione italiana, con una maggiore concentrazione fra i 25 e i 44 anni e – rispetto alla fotografia generale del web italiano – una maggiore concentrazione di donne.

Detto questo, va anche sottolineato come il mondo digitale sta cercando di uscire dalle vecchie logiche socio demografiche per abbracciare sempre più quelle comportamentali e psicografiche. Certo, in molti casi l’età conta ancora ma sempre più le categorizzazioni avvengono per sfere di interesse e le aggregazioni in gruppi si realizzano più per affinità intellettuale e comportamentale che non per mera appartenenza a una determinata fascia sociale. Questo è ancora più evidente all’interno dei social network, dove tanti “gruppi” raccolgono individui che all’interno di un approccio media classico verrebbero considerati appartenenti a cluster spesso molto distanti.

Quindi anche in questo caso i vecchi parametri possono sicuramente essere applicati – trattandosi di media più che misurabili – ma non necessariamente sono quelli che ha più senso prendere in considerazione.

3 – Cosa significa concretamente fare social networking e pr online?

Probabilmente è più facile rispondere cosa NON significa fare social networking e pr online. Come sopra accennato, sicuramente esserci e basta non è assolutamente sufficiente: creare un gruppo, una fan page, fare un po’ di adv su una piattaforma social può porre una base di partenza ma le singole iniziativa in se’ non hanno alcuna efficacia se non sono coordinate tra di loro e soprattutto se non vengono alimentate nel tempo.

Non vi sono particolari segreti per mettere in piedi iniziative di successo nel social networking o nelle digital pr. Vi sono solo alcuni principi di massima di cui tendenzialmente bisognerebbe tener conto. Anzitutto tenere in considerazione il fatto entrare all’interno di un social network significa entrare prima di tutto all’interno di una comunità (o di più comunità), ciascuna delle quali ha le proprio regole, i propri principi, i propri contenuti e i propri sistemi di protezione. Bisogna quindi accettare e adeguarsi a tali regole, interagire con gli altri e farsi accettare. Soprattutto bisogna essere – è questa la parola d’ordine – rilevanti. Rilevanti in quel che si dice, quel che si propone ma anche e soprattutto in quel che NON si dice e quel che non si fa. Le vecchie regole della comunicazione push non valgono più, ora bisogna instaurare un dialogo e più che mai dare validi motivi agli utenti per interagire con i contenuti proposti, siano essi testi, immagini, filmati, affermazioni, negazioni, commenti o altro. Soprattutto gli utenti bisogna starli a sentire: non dimentichiamoci che i social media sono luoghi dove le persone anzitutto parlano tra di loro, spesso e volentieri anche di brand e prodotti; motivo per il quale diventano luoghi di ascolto privilegiato, dove cogliere insight e indicazioni su quella che è la percezione dei propri marchi,; soprattutto è il uogo dell’onestà, dove le aziende devono essere pronte a sentirsi criticare apertamente e dove devono essere consapevoli che la percezione che di loro hanno i consumatori potrebbe benissimo non essere in linea con quella che si è cercato di costruire a tavolino all’interno della direzione marketing. Infine – ma non meno importante – le persone (e qui torna il concetto di rilevanza) tendono a prestare ascolto a chi propone loro qualcosa di nuovo, di interessante e/o di gratificante. E, esattamente come accade con i giocattoli per i bambini – tendono a stufarsi abbastanza presto di quello che si è loro proposto. Questo significa riuscire a produrre contenuti accattivanti e rilevanti per il target, rinnovarli regolarmente e trovare sempre nuovi incentivi per gli utenti che con il proprio brand decidono di interagire.

4 – Quali aziende/marchi oggi apprezzano in particolar modo la comunicazione attraverso i social network?

Posto che oramai i social network sono la moda del momento e moltissime aziende cercano di cavalcarne l’onda a prescindere (e spesso senza molta cognizione di causa), verrebbe spontaneo dire che praticamente tutte apprezzano massimamente questo tipo di realtà. Dovendo invece cercare di individuare quelle che possono maggiormente trarre vantaggio da tutto ciò che è sociale, tenderei ad indicare quelle che già sono sostanzialmente penetrate nel tessuto sociale o che, per allargare un pochino di più il contesto, hanno qualcosa di concreto da dire ai propri consumatori. Volendo utilizzare dei termini di marketing magari in maniera non del tutto ortodossa, mi verrebbe da dire che all’interno di un contesto “social” meglio si possono trovare quelle aziende e quei marchi che hanno una brand equity (ovvero dei valori di marca) molto forte. Tipicamente, all’interno di una comunità o più semplicemente di un gruppo, spicca ed ha successo colui che ha un carattere molto forte, a prescindere dal fatto che sia conosciuto o meno. Spesso si tratta di persone che hanno molte cose da raccontare, che possono essere d’aiuto agli altri, che si differenziano dagli altri per dei particolari caratteri della loro personalità. Esattamente la stessa cosa (o quasi) avviene per le aziende, che hanno la possibilità di attecchire solo se hanno o si danno degli argomenti molto forti per attrarre nuovi “amici” o fans.

5 – Ritiene che il social spamming e la diffusione di fake account siano variabili da tenere conto nella realizzazione e nella misurazione dell’attività di comunicazione sui social network?

In questo momento i fake account e lo spamming sono fenomeni piuttosto limitati o comunque non tali da inficiare la misurazione o anche solo la percezione delle attività di comunicazione che avvengono sui social network. Vero è che si tratta di un fenomeno da tenere sotto controllo, soprattutto perché l’utilizzo delle piattaforme social a scopi commerciali è una (relativa) novità un po’ per tutti, compresi gli spammer e i truffatori. Si tratta in ogni caso di un fenomeno rispetto al quale mi sento di essere piuttosto ottimista, dato che sono anzitutto le piattaforme stesse ad essere estremamente severe nel gestire dati, privacy e attività poco chiare

Il paradosso delle best practices

August 20th, 2010 Roberto C. No comments

Come ogni tanto faccio, quando trovo qualcosa di carino in giro per la rete, lo copio apertamente citando la fonte. Stavolta curiosando sul blog di Massimo ho trovato questa grande verità che mi ha fatto sorridere: una delle ossessioni dei markettari moderni sono le best practices, ovvero le cose fighe che fanno gli altri e che in quanto tali evidentemente vale la pena copiare. Ma effettivamente se tutti vi ricorrono va da se’ che poi per forza di cose smettono di essere le migliori.

Quindi pure io in questo caso ho applicato una best practice :-P

L’iPad non è un telefono

June 26th, 2010 Roberto C. No comments

Dando un’occhiata alle statistiche del mio blog, mi sono accorto che un sacco di traffico mi arriva dalle ricerche “iPad telefono”, “iPad telefona?” e simili; mi pare quindi evidente che a molta gente non sia ancora chiarissimo se l’iPad sia o no un iPhone più grosso, cioè un telefonino cellulare. Ebbene, NON lo è. Quantomeno non lo può essere in senso classico, cioè non te lo puoi attaccare all’orecchio e parlarci come se fosse un normale cellulare. Al massimo può diventarlo sfruttando la connessione 3G (che è una connessione dati, non GSM) di cui ci si deve dotare e pagare per accedere a Internet. Quindi per fare una telefonata con l’iPad devi attaccare il kit camera, attaccare le cuffie e il microfono, aprire l’applicazione per le telefonate via web, collegarsi al web… Un po’ una menata, insomma. Che a me farebbe dire che alla fine della fiera no, decisamente l’iPad non funge da telefono.
In ogni caso, per qualunque dubbio, direi che la cosa migliore da fare è andare a leggersi le caratteristiche del prodotto direttamente sul sito della Apple: http://www.apple.com/it/ipad/features/
Buona lettura!

iPad, nativi digitali e non

June 26th, 2010 Roberto C. No comments

Ringrazio Sebastiano per aver segnalato qualche tempo fa il seguente video, dove una bambina di due anni e mezzo si ritrova ad avere a che fare per la prima volta col nuovo “giocattolo” della Apple: l’iPad. Può darsi benissimo che la bambina sia stata istruita prima ma anche se fosse le implicazioni sono decisamente interessanti.

Se da una parte il video dimostra che ancora una volta Jobs e i suoi accoliti sono riusciti a portare la teconologia più vicino a qualunque consumatore (doveroso ricordare che l’interfaccia grafica e non più testuale dei computer è merito loro), dall’altra la cosa dovrebbe porre una serie di interrogativi. Se infatti una volta si diceva che una cosa era talmente facile che “ci può riuscire anche un bambino”, oggi nell’era digitale vale il contrario: probabilmente non sono tanto i nativi digitali a dover testare le nuove tecnologie quanto piuttosto i fossilizzati dell’analogico; in parole povere probabilmente adesso dovremmo adottare l’espressione “è talmente facile che ci può riuscire anche un vecchietto”. Quello che mi domando è infatti se nel caso dei nuovi device questo sia effettivamente vero (e non è una domanda provocatoria, davvero ancora non so se mia mamma – che fa fatica a mandare le e-mail da pc – riuscirebbe a capire più facilmente la logica “touchscreen”; questo semplicemente perché non gliel’ho ancora fatta provare dal vivo e quindi non ho dati statistici a supporto). Onestamente lo spererei, anche e soprattutto in virtù di quello che è il digital divide degli anziani, di cui avevo parlato qualche tempo fa e che in Italia si fa sentire molto più che in altri paesi. Insomma, nonostante io rimanga ancora piuttosto scettico sulla reale utilità dell’iPad rispetto ad altri device (in virtù di costo, dimensioni ecc.), sono comunque speranzoso e ottimista riguardo alla capacità più allargata di strumenti come questo di facilitare la vita di tutti.

Rai per una notte. Preoccupazione costante.

March 27th, 2010 Roberto C. No comments

A distanza di due giorni, scrivo tardivamente dell’evento “webmediatico” dell’anno, ovvero della puntata di Anno Zero (perché alla fine questo era) trasmessa sui vari mezzi digitali – fondamentalmente satellite e web in streaming. Il tutto sotto l’azzeccatissimo dominio o cappello di “Raiperunanotte.it”. Azzeccatissimo dal mio punto di vista perché se penso alla RAI penso al vecchio, al trito e ritrito, allo statale, al becero. Cosa che, ci piaccia o no, si è riflessa parecchio in questo evento, sia mediaticamente che politicamente.
Intendiamoci: io gioisco perché finalmente – seppur nominalmente – si comincia a dire e capire che la fruizione di certi contenuti via web può o deve sostituire quella via etere. Gioisco perché si è trovato un modo intelligente per ovviare a una legge e a un regolamento – quelli che hanno vietato i talk show politici sulle reti RAI, tanto per capirci – che non esito a definire idioti (per non dire inaccettabili e degni dei peggiori regimi anti-democratici). Sogghigno perché tale legge e tale regolamento sono davvero tipicamente italiani: anche negli atti dittatoriali chiunque sia al potere riesce a fare le cose all’italiana, ovvero in modo arraffazzonato e incompleto. Possibile che Berlusconi e i suoi accoliti non abbiano imparato nulla da Ahmedinejad? Non hanno letto che le notizie delle rivolte in Iran censurate in tv sono circolate su Facebook, Twitter e compagnia bella digitale?
Finite le gioie e i sogghigni però mi rattristo alquanto. Da un punto di vista mediatico e politico.
Mi rattristo da un punto di vista mediatico perché il presunto record di accessi alla trasmissione su web si è tradotto numericamente in 120.000 accessi contemporanei e un totale di 1.700.000 visitatori unici per l’intera puntata. Fico! Per l’Italia. Fossimo in un paese normale farebbe abbastanza ridere. Soprattutto se confrontato con gli analoghi numeri che la stessa trasmissione raggiunge di solito in tv: l’ultima andata in onda il 25 febbraio ha raggiunto un’audience media di 4.564.000 spettatori. Audience media, lasciamo stare i contatti totali (che sarebbero il corrispettivo dei sopracitati utenti unici del web). Come dire che il record assoluto del web ha fatto circa un terzo degli ascolti di una puntata media televisiva.
Tradotto in parole povere, continuiamo a essere un paese televisivo, arretrato e lento. Con piccoli segnali positivi, quali l’esistenza stessa di questa iniziativa, ma siamo nel 2010 e il fatto che il piccolo segnale positivo arrivi solo adesso è più che sconsolante, quasi tragico.
Mi rattristo anche da un punto di vista politico perché mi pare evidente che del milione e settecentomila utenti unici dello streaming, il 95% di questi fosse composto da sostenitori della parte politica avversa a quella del presidente del consiglio. Esattamente come i normali telespettatori di Anno Zero. Come dire: il solito parlarsi addosso. Anche in questo caso, siamo nel 2010 e continuiamo a dimenticarci dei rudimenti della comunicazione politica: di qualunque tipo possa essere quest’ultima, non smuoverà mai nessuno della parte avversa dalla proprie convinzioni, se esse sono ben radicate. Certo, servirà a cementare quelle di chi già è di una certa opinione. Ma la parte di popolazione su cui si deve andare a lavorare per spostare voti sono gli indecisi o, spesso e volentieri, i moderati. E di solito quello che li può convincere sono argomenti propositivi. Tutto questo era presente in Raiperunanotte.it? No, zero. Anzi. Tutta una puntata sprecata per attaccare e insultare Berlusconi. Che ci sta. Ma quando sono al bar con gli amici o in un contesto molto poco istituzionale. Da una trasmissione del servizio pubblico mi aspetto ragionamenti, dibattito, argomenti costruttivi. E invece mi ritrovo Luttazzi che mi parla di inculate. La qual cosa mi ha fatto ridere un sacco, per carità. Ma era fuori luogo. Voglio dire: pure io guardo spesso e volentieri i film porno e non ci vedo niente di male se fatto in un ambito privato. Ma non per questo sarei contento se cominciassero a trasmetterli in prima serata su Rai Uno. Mi sarei aspettato un po’ più di costituzionalisti e un po’ meno di battute da spogliatoio su “buchi del culo che si aprono” e “sborrate sulla schiena”. Che, ripeto, sono quelle che faccio anch’io con gli amici del calcetto e ci fanno sganasciare dalle risate. Ma non aiutano nessuno a capire quale possa essere l’alternativa politica a Berlusconi.
Insomma, nessuno che abbia risposto alla richiesta mia e di altri come me che, sbigottiti dal malaffare del centrodestra e dall’incapacità del centrosinistra, implorano che qualcuno cominci a raccontarci “qualcosa di nuovo”. Zero. Anzi, Anno Zero. Il solito parlarsi addosso, il solito insulto continuo, il solito j’accuse. Tutto sacrosanto. Ma per l’appunto, il solito.
Peccato. Una bella occasione risultata vincente a metà per quel che riguarda i numeri e totalmente perdente per quel che riguarda i conenuti.
Detto questo, ripubblico anch’io la prima mezz’ora di trasmissione, sperando quantomeno di aiutare il web. E la politica. Forza Internet. E forza Italia (adesso si può dire, no?)

Presidente Pomodoro

February 13th, 2010 Roberto C. No comments

Stamattina ho preso parte a un evento storico :-)
Cazzeggiando su Facebook ho notato una nuova fan page chiamata “Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi“, messa in piedi da un gruppo di studenti di Monza. Preso da curiosità e piuttosto divertito sono andato a vedere e mi sono iscritto anch’io. Ebbene, nel giro di 10 minuti in effetti il Pomodoro ha superato il Premier come numero di fan. E tale numero continua a crescere a velocità altissima. Un po’ come dire che Facebook ha eletto il suo nuovo presidente del consiglio virtuale. O, come ha scritto qualcuno sulla bacheca, stiamo passando dalla repubblica delle banane alla repubblica dei pomodori.

Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi
Questo a mio modo di vedere dimostra alcune cose:

- La potenza e la velocità di Facebook (e dei social network in generale) nel diffondere informazioni e nell’aggregare le persone è fenomenale
- Quando un contenuto o un’iniziativa sono magari anche fatui ma divertenti e rilevanti, non è poi così difficile avere successo
- Probabilmente la strategia elettorale di Barack Obama nell’utilizzare i social network potrà venire ribatezzata “la strategia del pomodoro”. Fuor di scherzo, come al solito gli americani dimostrano di saper far fruttare per scopi seri strumenti che in italia vengono usati per giocare
- Non da ultimo e legato al punto precedente, a quanto pare l’opposizione politica in Italia riesce a divenire maggioranza solo quando si tratta di cose inutili.

Concluderei con un bel “Forza pomodoro!”

iPad: ne’ telefono ne’ computer. Boh.

January 28th, 2010 Roberto C. 1 comment

Finalmente è arrivato il nuovo nato in casa Apple: il tanto atteso iPad. Dato che mi è tuttora difficile capire e quindi descrivere che cos’è, lascio il compito al video di lancio:

Se sulla bellezza, funzionalità e potenza dei computer Apple non vi era quasi nulla da ridire e se l’iPhone è stato realmente innovativo nell’unire telefono, touch screen, navigazione e applicazioni simil-computer, questa volta dell’iPad non si capisce bene il posizionamento. E’ troppo grosso per avere la vera portatilità di un telefono, cosa che comunque non è. E’ troppo piccolo e troppo poco potente per essere un computer. E’ troppo poco diverso dall’iPhone quanto ad applicazioni e funzionalità per esserne considerato il fratello maggiore, al massimo può esserne considerata la copia fatta col pantografo, che peraltro non telefona. Forse potrebbe essere considerato il vero rivale del Kindle, solo più potente e costoso. Ma se il valore aggiunto rispetto al Kindle doveva essere la maggiore funzionalità e/o la connettività estesa, ebbene temo che siano stati poco lungimiranti per i motivi di cui sopra (avrò comunque bisogno di un telefono di dimensioni tascabili se me lo voglio portare in giro e se avrò bisogno di un comodo computer… userò un computer). Forse ancora un lettore multimediale? Di nuovo, se sono in aereo mi bastra e avanza l’iPhone e se non lo sono preferisco un mega-schermo lcd o un iPod.
Questa volta onestamente non riesco a capire a cosa dovrebbe servire questo aggeggio. Bellissimo e sofisticatissimo ma a mio modo di vedere veramente poco funzionale nel lungo periodo. Vedremo quando arriva in Italia: andrò a provarlo e potrò esprimere un giudizio più sensato. Forse.

Ciao ciao grattacieli di Topolino

December 16th, 2009 Roberto C. No comments

Probabilmente dovrei essere contento di fronte alla notizia che Topolino (nel senso del giornalino a fumetti) si potrà leggere in digitale su iPhone o PSP – tanto per cominciare. Qui la notizia.

Però da vecchio e affezionato lettore da quando avevo 6 anni, non posso fare a meno di immalinconirmi un po’: ve le ricordate le pagine di fotografie dei lettori accanto alla catasta, la montagna o il grattacielo di giornaletti di cui ci si gloriava? Ecco, io ero uno di quelli che si beava di avere una collezione così cospicua che la pila che riuscivo a comporvi era più alta di me! Per non parlare poi dei feticci (io avevo il numero 1.000 e il numero 1.500)…

Mi sento un po’ vecchio nel dire che certe cose non torneranno più. Però è così. Peccato.

Mr. B. e la comprensione della rete globale

December 6th, 2009 Roberto C. No comments

Ovviamente il titolo del post non si riferisce a Berlusconi ma a Gordon Brown, attuale primo ministro britannico. Non molto popolare in patria al momento, meno telegenico di Tony Blair ma da questo speech a TED sembrerebbe aver capito un paio di cose su come funziona la rete globale, sia in senso tecnologico che in senso metaforico e quindi politico. A differenza di un altro signor B. di italica conoscenza.

We believe in something bigger than ourselves

Il sesto senso nella realtà

November 29th, 2009 Roberto C. 1 comment

Ringrazio Imlog e il mio capo per aver segnalato questo speech veramente affascinante di Pranav Mistry, l’uomo che – forse – è davvero riuscito ad integrare il mondo digitale con quello reale, dando vita a quella che lui chiama la “tecnologia del sesto senso”. Non facilissimo da capire il suo inglese ma vale davvero la pena di perderci un po’ di tempo:

Bic for literature

November 25th, 2009 Roberto C. No comments

Non che la mia opinione possa cambiare granché ma, giusto per la cronaca, mi aggiungo alla schiera di detrattori dell’iniziativa “Internet for peace“, ovvero l’idea di candidare Internet al premio Nobel per la pace. C’è chi ha usato il paragone con le macchine (ti possono salvare la vita portandoti prima in ospedale ma anche ammazzarti se ti investono), chi quello con gli elicotteri (stessa cosa: li vogliamo premiare perché portano le medicine?).
A me è venuto in mente il paragone con la penna a sfera: anch’essa è uno strumento. Utilizzata da un sacco di grandi scrittori. Vogliamo quindi dare il premio Nobel per la letteratura alla Bic?

In UK il web supera la tv. In Italia il “Grande Fratello” supera “Le segretarie del sesto”

November 10th, 2009 Roberto C. No comments

Notizia notiziona: il 30 settembre 2009 IAB UK annuncia che gli investimenti pubblicitari allocati ai mezzi digitali hanno superato quelli della TV. Evviva! Allora forse c’è speranza anche per un paese come l’Italia, che arriva esattamente agli stessi risultati dei paesi anglosassoni ma con qualche anno di ritardo.
Guy Phillipson, CEO della stessa IAB UK racconta così l’evento:

A mio avviso vanno sottolineati tre aspetti fondamentali:
1) Phillipson parla di un 75% di inglesi adulti che vanno online TUTTI I GIORNI
2) Sempre Phillipson parla di connessioni a banda larga sempre più veloci ed economiche: in effetti basta andare sul sito della Bulldogbroadband per trovare un’offerta (non promozionale, quindi prezzo pieno) di banda larga+telefono flat a £14,99, ovvero €16,60 al tasso di cambio attuale – laddove in Italia le offerte più economiche per lo stesso pacchetto sono di €29,90, ovvero l’80% più care
3) In UK tutti i canali BBC non hanno pubblicità – il che, con una forte dose di approssimazione, significa grosso modo la metà dei canali nazionali generalisti.

Il primo punto è segno della maturità (in termini di mentalità e abitudini) di un popolo che l’Italia è molto lontana dal raggiungere (leggo oggi che la prima puntata della decima edizione del Grande Fratello – la decima!!! – ha raccolto più di 10 milioni di telespettatori, battendo la fiction di Raiuno Le segretarie del sesto, che ha fatto segnare 4.225.000 spettatori. Sommati fanno quasi 14 milioni e mezzo di persone che in una sera si sciroppano programmi televisivi pensati per un’audience media con la terza elementare come titolo di studio. In termini numerici più della metà dell’intera popolazione Internet Italiana attiva (e parliamo di gente che si collega almeno una volta al mese, lasciamo perdere la quotidianità). Un paese sempre più maturo in senso anagrafico ma ancora terribilmente immaturo come mentalità, quindi.

Il secondo punto è sicuramente frutto di infrastrutture arretrate, scarsa concorrenza e probabilmente anche un po’ retaggio del vecchio monopolio Telecom. E con questo ho detto tutto.

Il terzo punto, infine, è in realtà volto a sminuire un po’ quello che accade in UK: vorrei vedere gli inglesi a spendere di più online se gli ormai 4/5 canali della BBC accettassero pubblicità. Parleremmo di una copertura decisamente più alta e soprattutto di bacini di teste “fatturabili” molto più ampli. In Italia invece nessuno si fa mancare nulla e ormai anche le partite di calcio sulla RAI vengono interrotte continuamente anche durante il gioco, non più solo fra primo e secondo tempo. Quindi da questo punto di vista credo che il paragone non possa assolutamente reggere.

Resta il fatto che in Italia siamo ancora terribilmente indietro. A mio avviso dovremo assistere a X fenomeni prima che lo spending degli inserzionisti su internet superi quelli della televisione.

Soprattutto – e lo dico con una certa mestizia – qualche passo in avanti lo si potrà fare quando, oltre a ritorvare un po’ di positività nel mio personalissimo blog letto da quattro gatti di settore, la si smetterà di raccontare al mercato di inserzionisti che l’Italia NON è un paese per Internet (e cito testualmente la quasi totalità degli interventi alla tavola rotonda tenutasi allo IAB Forum di inizio novembre, dove il pessimismo e lo sconforto regnavano sovrani fra gli addetti del settore).

Del perché Berlusconi è comunista

October 9th, 2009 Roberto C. No comments
Quand’ero piccolo i miei genitori si sono sempre ben guardati dal parlarmi di politica e dal farmi capire da che parte stavano. Si sono limitati a crescermi con certi valori e principi. Così sono cresciuto con alcune convinzioni.
Sono convinto che quel che si ha ce lo si deve guadagnare con il sudore della fronte.
Sono convinto che nasciamo tutti uguali, con pari diritti e pari doveri. Poi crescendo smettiamo di essere tutti uguali e ci differenziamo in base ai nostri gusti, alle nostre capacità, al nostro lavoro e al nostro impegno. Ma alcuni diritti e soprattutto tutti i doveri rimangono sempre uguali per tutti.
Sono convinto che la ricchezza non sia immorale ma solo se non è a danno degli altri.
Sono convinto che ognuno debba essere libero come individuo e che la società debba essere costruita in modo tale da difendere la libertà di ciascuno. Ma sono anche convinto che la libertà di ciascuno finisca dove comincia quella degli altri.
Sono convinto che una società possa funzionare solo se tutti rispettano la legge, anche se la trovano ingiusta. E se la trovano ingiusta, le persone devono lottare per cambiarla, non per infrangerla.
Sono convinto che uomini e donne siano profondamente diversi e che le diversità vadano valorizzate, non ignorate. Valorizzate e soprattutto rispettate.
Sono convinto che gli esseri umani siano fondamentalmente egoisti e che alla fin fine perseguano ciascuno i propri interessi. Ma sono anche convinto che si possa trovare un equilibrio tra interessi diversi, soprattutto se vi è, ancora una volta, rispetto.
Sono convinto che il capitalismo sia decisamente imperfetto ma che sia fondamentalmente il minore dei mali. Così come sono convinto che lo Stato dovrebbe garantire l’istruzione, la sicurezza, la giustizia e la sanità dei propri cittadini. E poco altro. Intervenire il meno possibile, insomma. Ma quando interviene dovrebbe essere forte, deciso e sicuro. Allo stesso modo con tutti.
Sono convinto che le tasse dovrebbero essere il giusto prezzo per garantire l’istruzione, la sicurezza, la giustizia e la sanità di tutti. Non un iniquo balzello. E che tutti dovremmo essere sereni nel pagarle. Quindi pagarle tutti tutte.
Di tutte queste e tante altre cose mi sono convinto crescendo.

Successivamente, quando sono diventato un po’ più grande ho scoperto che la mia cultura famigliare era di stampo liberal-conservatore. Allora ho pensato che evidentemente ero di destra. E tutt’ora, anche se un po’ a fatica, lo penso.

Poi è arrivato Berlusconi. Lo guardo, lo seguo, vedo quello che dice e che fa. E se penso a tutte le cose in cui credo giungo alla conclusione che se io sono di destra e lui fa tutto il contrario di quello in cui credo, evidentemente deve essere comunista! Ah, cosa si scopre crescendo!

Il pensiero di Roberto Saviano sulla libertà di stampa

October 3rd, 2009 Roberto C. No comments

Io sono sempre un po’ perplesso di fronte a certi allarmismi, proclami, vittimismi o estremismi (come quelli di Santoro, tanto per citarne uno) ma direi che le parole di Roberto Saviano sono chiare, lucide, ponderate, sensate. Soprattutto pacate e dette con cognizione di causa (chi più di lui?). Direi che quindi vale la pena di ascoltarle e riflettere un pochino.