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Archive for the ‘Fenomeni sociali’ Category

Fine di un’era e ora di ricominciare. Da noi stessi.

November 13th, 2011 No comments

Berlusconi ha dato le dimissioni. Bene. E’ finita un’era? Non è detto. Ovviamente spero di sì ma chi ha letto i miei post precedenti al riguardo (http://www.carnazza.com/2011/02/il-paese-immobile-perche-litalia-merita-il-berlusconismo/) sa bene che non ho mai creduto nella teoria del grande vecchio e soprattutto ho sempre ritenuto Berlusconi come un prodotto dell’Italia contemporanea e non viceversa. Allo stesso modo spero quindi che le sue dimissioni siano solo il sintomo dell’inizio di un cambiamento e non un fatto isolato. Forte, storico, significativo e necessario finché si vuole ma non sufficiente. Perché tante cose che venivano attribuite al berlusconismo in realtà gli pre-esistevano. Tante caratteristiche poco lusinghiere dell’italianità sono sempre state presenti. Certo, i governi arruffoni e populisti degli ultimi vent’anni hanno l’innegabile colpa di non aver fatto nulla per contrastare quello che spesso è malcostume popolare, che in quanto tale trascende governi, partiti, ideologie. Che al governo vi sia Berlusconi, Prodi, D’Alema, Bersani, Renzi, Mussolini, Stalin o Mazinga Z, l’italiano medio è sempre stato e – temo – sempre sarà impregnato di abitudini, atteggiamenti e cultura personale che lo spingono ad agire contro il buon senso e soprattutto contro il senso civico e dello stato. Contro questo atteggiamento ci vuole sicuramente una leadership forte e autorevole che indichi la strada e dia il buon esempio ma ci vuole soprattutto una presa di coscienza collettiva che non può prescindere da quella individuale. Detta in altri termini, è ora di ricominciare da noi stessi. E’ ora di arrivare a dire “Ma lo Stato dov’è? Lo Stato cosa fa?” solo dopo che ognuno personalmente ha fatto tutto il possibile per essere migliore, aiutare se’ stesso e gli altri. Ognuno si deve impegnare individualmente. Io primo fra tutti. Con poche, piccole ma significativissime cose.

Io mi impegnerò a rispettare lo Stato e le sue leggi perché anche se le trovo ingiuste o insensate, infrangendole divento ingiusto e insensato anch’io e il tutto diventa lo scontro tra due torti. Se voglio che qualcosa cambi devo dare il buon esempio con una condotta esemplare e lottando perché con gli strumenti della democrazia (leggi, referendum, informazione, cultura) quello che trovo ingiusto venga cambiato in maniera organica dal suo interno.
Io mi impegnerò a pagare sempre tutte le tasse, perché anche se le trovo troppo alte e inique, è l’unico modo che ho per poter chiedere qualcosa allo Stato a buon diritto e con la coscienza pulita. Soprattutto è uno degli elementi indispensabili per uscire dal circolo vizioso delle tasse troppo alte, che producono evasori, che producono tasse ancora più alte per chi le paga, la qual cosa produce altri evasori e così via.
Soprattutto mi impegno a non sentirmi scemo perché sono uno dei pochi che paga sempre e tutto. Mi impegno a ignorare quelli che mi dicono che “tanto poi non te ne viene nulla perché si mangiano tutto quelli della politica”. Perché anche se è sempre stato così non è un buon motivo perché questo non possa cambiare. Perché se non ci si crede non cambierà mai per forza. A costo di sentirsi dare degli scemi.
Io mi impegnerò a rispondere che “Io sono scemo ma tu sei un farabutto” a quelli che mi ritengono stupido se mi comporto secondo legalità. Andrò a letto un po’ seccato e frustrato ma con la coscienza pulita.
Io mi impegnerò a richiedere sempre fattura o scontrino a fornitori o negozianti. Perché mi impegnerò a ricordarmi che non è vero che sono fatti loro se evadono. Perché i soldi che evadono sono anche miei. Sono soldi che lo stato dovrebbe reinvestire in servizi e infrastrutture per me. Per cui se il comune mi dice che non ci sono soldi per riparare le buche nella strada sotto casa mia è anche colpa mia. E’ anche colpa mia che non ho chiesto lo scontrino al negoziante vicino all’ufficio. Che quindi non ci ha pagato sopra le tasse. Che quindi non sono state redistribuite in servizi e infrastrutture che comprendono il rifacimento delle strade. Ovvio che non è solo colpa mia. E’ colpa di quel me stesso moltiplicato per milioni che da’ come risultato la popolazione italiana e una cifra spropositata di soldi persi.
Io mi impegnerò a continuare a indignarmi per i grandi evasori e i grandi criminali ma contemporaneamente mi impegnerò a non dimenticare che i principi, i diritti e i doveri sono uguali per tutti. Che i piccoli evasori non commettono reati meno gravi solo perché non se lo possono permettere. L’evasione è l’evasione, il crimine è il crimine.
Io mi impegnerò a non ragionare in modo da far diventare regola quelle che sono eccezioni. Perché è questo uno dei problemi maggiori dell’Italia: dieci milioni di “Evabbè, che vuoi che sia” rispetto a una piccola infrazione fanno uno sfacelo. Se io non lascio il bigliettino coi miei riferimenti dopo aver involontariamente urtato e rigato la macchina di qualcun altro, sono (facciamo finta) 200 Euro di danni non pagati e sostanzialmente di furto, che tendiamo a considerae innocente. E’ una cosa successa a tutti (o quasi) nella vita. Ma appunto per questo se moltiplichiamo quei 200 Euro per dieci milioni di possibili casi, ecco che abbiamo 2 miliardi di Euro bruciati in “Evabbè, che vuoi che sia”.
Io mi impegnerò a non gettare cartacce e mozziconi per terra e a riprendere chi lo fa, perché il mio mozzicone non è un “Evabbè, cosa vuoi che sia” ma è una parte di quello schifo che sono le decine di milioni di cartacce e mozziconi che imbrattano le nostre città tutti i giorni.
Io mi impegnerò – finché me lo posso permettere – a non comprare una casa che è palesemente stata costruita sui mattoni dell’abusivismo, delle tangenti e della corruzione. Lo so, non tutti si possono permettere di discriminare ma io che sono un privilegiato mi ci posso impegnare.
Io mi impegnerò a non utilizzare l’auto (che peraltro non ho) se non è strettamente necessario e ad utilizzare i mezzi pubblici tutte le volte che posso. Per non impigrirmi e non inquinare. Soprattutto, se mai la comprerò, mi impegnerò a considerare “di lusso” una macchina ibrida o comunque ecologica e non quei maledetti SUV inquinanti, ingombranti e – diciamocelo – parecchio burini.
Io mi impegnerò a spegnere la luce ogni volta che l’illuminazione artificiale non è necessaria, ogni volta che esco da una stanza e ogni volta che vedo una stanza vuota anche se non l’ho accesa io. E mi impegnerò a fare lo stesso con il riscaldamento e l’acqua.
Io mi impegnerò – ora che è compito mio – a cercare di dare stipendi equi a chi lavora per me e a sfruttare i contratti “deboli” (gli stage, i progetti, i tempi determinati) per quello a cui servono veramente, ovvero valutare e formare, e a trasformarli in contratti “forti” non appena ne avrò la possibilità. Io mi impegnerò a mantenere l’azienda sana e ad assumere persone quando ce lo possiamo permettere, non quando voglio scommettere e rischiare sulla pelle di qualcun altro. Io mi impegnerò a considerare il mio ruolo di responsabilità come tale e non come un privilegio: il capo prende decisioni a parità di altre variabili e se ne prende le resonsabilità, indica la direzione e consiglia i più giovani, per il resto è al servizio di chi lavora per lui, per fare in modo che gli altri possano lavorare al meglio ed essere il più possibile contenti di farlo.
Soprattutto, se mai mi dovessi dare alla politica, mi impegnerò a ricordarmi che essa è soprattutto un onere e non un onore: se dovessi mettermi al servizio dello Stato mi dovrò ricordare che di servizio si tratta, che devo fare gli interessi degli altri e non i miei. Perché fare politica dovrebbe essere un sacrificio, non un privilegio. Chi la fa dovrebbe mettersi il saio, non andare in giro con le auto blu. Chi la fa dovrebbe dare il buon esempio andando al supermercato cercando di gestire 1000 Euro al mese, perché solo così si possono capire i problemi della “gente”. Pagare tre Euro per un primo alla buvette con uno stipendio da 10.000 ho come idea che ti estranei un po’ dalla realtà…
Soprattutto, cercherò di impegnarmi a votare chi mi darà garanzia che la strada sotto casa mia sarà riasfaltata e che mio figlio potrà andare in un asilo decente piuttosto che dare la mia fiducia a chi mi convince che l’altro è “il male” perché 40 anni fa faceva parte dei movimenti studenteschi di una sedicente destra o di una ormai morta sinistra.
Mi impegnerò, davvero, ad essere una persona migliore e a cercare di farlo prima degli altri perché se aspetto “gli altri” temo che di migliore non arriverà mai niente.

Twitter, Facebook, Google Plus: primi confronti

July 23rd, 2011 No comments

Chi mi segue su Facebook, Twitter o su questo blog già avrà capito come la penso sull’arrivo di Google Plus, anche se è ancora molto presto per esprimersi con piena cognizione di causa. Quindi per il momento cercherò di limitarmi a esporre e prendere in considerazione i dati di fatto, a partire dalla domanda attorno alla quale ruota il dibattito sulle possibilità si sopravvivenza o successo dell’ultimo arrivato, ovvero: che differenza c’è con Facebook e gli altri? Strumenti, funzionalità in più? Valore aggiunto?
Per questo ho trovato molto utile l’ultimo post di Stefano Epifani, da cui rubo apertamente l’infografica che ha creato per cercare di cogliere le prime differenze tra i tre big del social networking (o meglio, tra i due big e il terzo che per ora di big ha solo la G):


Io onestamente continuo a faticare a trovare differenze eclatanti, vedo solo quelle che per me sono sottigliezze. Ma, come dice lo stesso eEpifani, non saremo certo noi geek a decretare il successo o meno di una nuova piattaforma: sarà la gente comune che come al solito si farà guidare da abitudine, buon senso, comodità, facilità e – soprattutto – pigrizia (e con questo credo di aver detto abbastanza esplicitamente come la penso).

Ai posteri la facile sentenza! :-)

Il paese immobile – Perché l’Italia merita il berlusconismo

February 12th, 2011 3 comments

In questo post non parlerò di internet, di marketing, di applicazioni o altro. Vorrei parlare invece del nostro sistema-paese, o meglio di quello che vi sta dietro. Perché io che mi occupo – per dirla in maniera semplicistica – di innovazione, tecnologia e sviluppo (della rete), a volte faccio davvero fatica a pensare che valga ancora la pena rimanere in questo maledetto e amatissimo paese, accanendosi nel tentativo di migliorarlo. Ma le ragioni hanno poco o nulla a che fare con le infrastrutture esistenti, con la diffusione della banda larga e nemmeno con la politica intesa come l’insieme delle persone che ci governano. Ha tutto a che fare con quella che è la (non) cultura italiana, con la mentalità nostrana, con gli atteggiamenti e le consuetudini del nostro popolo. Quindi chi non è interessato ai miei sproloqui socio-politico-culturali può anche smettere di leggere e passare ad altro.
Dicevo del mio sconforto, che negli ultimi tempi è cresciuto a dismisura. Non tanto per le vicende legate a Berlusconi e alle sue malefatte personali. Perché, a mio modo di vedere, il problema non è lui. Anzi, paradossalmente io credo che il problema vero sia che nel bene e nel male a lui tendiamo ad attribuire tutti i meriti e tutte le colpe. Direi che il vero, grosso problema è che nessuno – e dico nessuno – è disposto a provare a prendersi un po’ di quei meriti o un po’ di quelle colpe che adesso Berlusconi monopolizza. Se l’economia va male la colpa è di Berlusconi. Se le esportazioni aumentano è merito di Berlusconi. Se l’istruzione pubblica è al collasso è colpa sua. Se la Ferrari vince un gran premio è merito suo.
NO.
Io non credo nella teoria del “grande vecchio” che tutto muove e tutto decide. Anche perché, ricordiamolo, Berlusconi non è salito al potere con un colpo di Stato. Berlusconi è stato democraticamente eletto. Il che vuol dire che una grossa parte del paese si identifica in lui. Quindi, brutalizzando di nuovo le cose, l’Italia non è un prodotto di Berlusconi ma esattamente il contrario: è Berlusconi che è un prodotto dell’Italia contemporanea. Per questo ci rappresenta. Così come tutte le cose di cui ci lamentiamo quotidianamente sono fondamentalmente prodotti dei nostri atteggiamenti e della nostra cultura atavica. Perché – che ci piaccia o no – noi siamo il paese del “non è colpa mia”, “qualcuno faccia qualcosa”, “lo Stato dov’è?” e via discorrendo. Siamo, in sostanza, un paese di irresponsabili. Perché abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi le contraddizioni che segnano il nostro agire e riguardo alle quali nessuno se non noi stessi possiamo fare alcunché. Che al governo ci sia Berlusconi o chiunque altro. Alcuni esempi.
-Tutti si lamentano della sporcizia che regna in quasi tutte le città italiane, magari accusando le amministrazioni locali di non fare abbastanza. Però praticamente tutte le persone che conosco e che fumano – anche le più colte, progressiste e dichiaratamente ecologiste – hanno lo schifosissimo viziaccio di gettare i mozziconi in mezzo alla strada o sul marciapiede quando hanno finito. Chiaro che la politica, le amministrazioni locali e i netturbini poco possono fare contro un malcostume così diffuso.
-Tutti si lamentano della fortissima evasione fiscale che regna in questo paese. Corretto. E al di là dei famosi grandi evasori, siamo tutti pronti a scandalizzarci davanti a un idraulico che chiede 80 Euro con la fattura e 50 senza. Sacrosanto. Ma sono pronto a scommettere che il 90% dei lettori di questo post – pur essendo sicuramente persone integerrime – hanno sempre e comunque optato per i 50 Euro anziché gli 80. Perché in fondo a noi cosa importa, sono affaracci dell’idraulico, no? Ma intanto con questo atteggiamento, tutti alimentano l’evasione fiscale. E non c’è norma, legge o ministro che tenga.
– Tutti ci lamentiamo del sistema scolastico Italiano, che è ormai al collasso. Può essere. Soprattutto inveiamo tutti contro i continui tagli all’istruzione. Insindacabile. Ancora di più ci fustighiamo di fronte ai cervelli in fuga e alla mancanza di meritocrazia a tutti i livelli. Ottimo. Ma io ricordo molto bene di quando dovetti fare il test d’ingresso per entrare a Scienze della Comunicazione a Bologna qualche anno fa. Io ce la feci per il rotto della cuffia, arrivando 138esimo su 140 posti disponibili. Ma non mi era andata altrettanto bene a Torino e Siena, dove sarei rimasto escluso dalla selezione. Chiaro che non ero felice. Ma il mio primo pensiero fu che chi ce l’aveva fatta era evidentemente più bravo di me. Loro meritavano di entrare e io no. Punto. Evidentemente non pensavano la stessa cosa le centinaia di persone che fecero ricorso al T.A.R. per farsi ammettere ab imperio. E tanti saluti alla meritocrazia. La regola c’era, erano i cittadini a trovarla giusta se si adattava ai loro porci comodi e ingiusta se ledeva il loro personalissimo interesse.
– Credo sia capitato a tutti di andare da un medico – ad esempio per il rinnovo della patente – il quale nemmeno ti visita, ti chiede se stai bene e alla tua risposta affermativa ti consegna il certificato per la modica somma di circa 40€. Insensato, illegale e pericoloso. Ma alzi la mano chi ha mai denunciato un medico del genere o preteso invece di essere accuratamente visitato. Anche in questo caso, il medico è tanto colpevole quanto la maggioranza dei cittadini che nulla fanno o chiedono per cambiare questo malcostume.
– Tutti ci lamentiamo dello schifo che c’è in Tv al giorno d’oggi. Idioti strepitanti o ragazzine seminude sculettanti. Ma sono io il primo – le pochissime volte che mi capita di accendere la televisione – a soffermarmi affascinato e un po’ sbavante davanti alle natiche sode e oscillanti della sgallettata di turno. E se facessi parte del panel Auditel contribuirei senz’altro ad avvalorare da un punto di vista numerico l’idea che le ragazzine con i seni rifatti sono “quello che la gente vuole vedere”.
– Ancora – e similmente – domani si terrà una grande manifestazione di protesta per come Berlusconi tratta e considera le donne. Ma ancora una volta sono dell’idea che il problema di fondo non sia tanto il signor B. Lui è solo uno dei tanti vecchietti bavosi che, anzi, suscitano l’ammirazione degli uomini per la sua prestanza sessuale in età avanzata (chi non vorrebbe essere ancora in grado di darsi alle orge una volta passati i 70?) e riscuotono successo tra le donne per gli stessi motivi. Quello di Berlusconi è più un problema contingente, legato al fatto che la sua è una figura pubblica di cui sono noti aspetti privati che mai dovrebbero giungere al grande pubblico. Più che contro il premier, credo che le donne e gli uomini che scenderanno in piazza dovrebbero accanirsi contro le varie Minetti, Ruby, Nadia, D’Addario, escort, stelline e soubrette che al gioco del vecchio bavoso si prestano. Perché – ancora una volta – il presidente del consiglio non le ha obbligate, non le ha forzate, non le ha incatenate. Sono state al gioco. E così come è difficile stabilire chi ha più colpe fra corruttore e corrotto, così andrebbero biasimate tanto quanto Berlusconi anche e soprattutto le fanciulle che qualunque cosa farebbero per un po’ di notorietà. Perché, ancora una volta, si rischia di stigmatizzare un singolo personaggio che tutti rappresenta, anziché ammettere che quest’ultimo è libero di fare quello che vuole delle e con le donne perché il nostro paese è pieno di aspiranti veline, sciacquette sculettanti e maggiorate esibizioniste, figlie di una cultura rarefatta, di una superficialità generalizzata e di un’aspirazione alla ricchezza e alla celebrità col minimo sforzo.
– Soprattutto, siamo il paese del “poverinismo”, del perdonismo e del “sonragazzismo”. Perché siamo pronti a denunciare, mandare in galera o alzare le mani contro un giovane che magari compie un furto veniale, imbratta un muro o ci riga la macchina per scherzo. Ma se quel giovane è nostro figlio, ecco che allora “è solo un ragazzo”, “ma poverino, cosa vuoi che sia”, “se la sono presa con lui solo perché gli altri sono scppati”. E via, perdonato!

Siamo, in sostanza, il paese dalla grande coscienza collettiva degli affari altrui ma totalmente incosciente della propria responsabilità personale. Per cui – davvero – smettiamola di prendercela con la classe politica, come se questa non avesse nulla a che fare col nostro voto, col nostro comportamento, con la nostra cultura collettiva.
Cominciamo, SINGOLARMENTE, ad ammettere i nostri errori, a non buttare mozziconi e cartacce per terra, a non perdonare troppo facilmente le mancanze nostre e dei nostri figli, a guardare in massa Piero Angela anziché il Grande Fratello. Cominciamo ad ammettere i nostri limiti, riconosciamo le nostre incapacità e non incolpiamo la società, gli altri, la storia, lo Stato o il Papa se non passiamo un esame o non troviamo un lavoro. Cominciamo ad imparare a dire “è colpa mia”, “sono stato io”, “la responsabilità” è mia come singoli individui. Poi, solo a quel punto, cominciamo a dire che la classe politica non ci rappresenta. Perché, al momento, temo che invece ci rappresenti molto bene.

L’Italia che ancora resiste e spera – Post fuori dalle righe

November 18th, 2010 No comments

Anche se ho sempre un po’ paura di scrivere di qualcosa che esula da marketing, web, tecnologia e via discorrendo perché so che parlando di attualità, politica e società si diventa più soggettivi, anche stavolta mi lascerò andare a qualcosa di un pochino più vicino all’Italia di oggi. Ho visto su Youtube l’intervista fatta da Serena Dandini a Carlo Azeglio Ciampi e mi sono commosso. Sia per la tenerezza di questo signore di novant’anni che si emoziona nel parlare dei 64 anni passati con la moglie ma soprattutto per la figura a tutto tondo e l’immagine che ha dato, che secondo me rispecchiano molto l’Italia di oggi: un uomo vecchio, un po’ stanco e tremolante ma di una lucidità impressionante. Un uomo deluso dall’Italia in cui si ritrova ma che ancora riesce a parlare di forza e di speranza. Un uomo che, nonostante tutto, non si arrende e che ancora ci crede e spera.
Sarebbe bello che tutti i giovani italiani vedessero quest’intervista e la prendessero come un esempio e una raccomandazione del vecchio nonno saggio, dal passato esemplare e dalla visione del futuro chiara e speranzosa. Ne vale davvero la pena.
Eccola.

Una vita su Facebook

November 13th, 2010 No comments

Divertente video fra la metafora e il neo-realismo cinematografico.Tutta la propria vita (o quasi) trasferita sulla virtualità di Facebook. Un’esagerazione in alcuni casi ma nemmeno poi tanto in altri. Da far riflettere (anche me). Enjoy.

Foursquare: spazio all’immaginazione.

October 23rd, 2010 No comments

Se qualcuno si dovesse mai chiedere quali limiti (geografici) ha Foursquare, in questo momento credo che la risposta sarebbe: nessuno. Oggi è avvenuto il primo check-in… nello spazio. Più precisamente nella base spaziale internazionale.
La qual cosa si va ad aggiungere al fatto che gli astronauti usano Twitter (sempre dallo spazio, ovviamente) da più di un anno.
Ovviamente l’astronauta che ha fatto check-in ha conquistato anche il badge di “NASA Explorer”, che anche i comuni mortali potranno poi sbloccare visitando vari siti terrestri della NASA stessa.
Anche se il post su Su Mashable che riporta la notizia la tratta come una bella iniziativa (di marketing?) della NASA, a me sembra un’ottima occasione soprattutto per lo stesso Foursquare di farsi della gran pubblicità. Quando si dice “win-win”. E soprattutto – mi si passi la battuta elementare – spazio alla fantasia!

Iniziative per le donne in Italia – a patto che siano madri e nonne offline

October 18th, 2010 No comments

Come spesso mi capita il sabato, ho acquistato il Corriere della Sera cartaceo, assieme al quale è allegato Io Donna, il suo supplemento femminile settimanale. Generalmente molto interessante e pieno di articoli e approfondimenti di gusto anche piuttosto maschile. Questa settimana vi erano molti “pezzi” dedicati al femminismo, alla sua evoluzione, alle quote rosa e alla fondamentalmente triste situazione delle donne in Italia. Arrivato poco oltre pagina 200 (!) noto una pagina pubblicitaria letteralmente “shocking” (nel senso del colore di sfondo) di Trenitalia, che recita testualmente:”Offerta shocking – Con la ‘Promo rosa’ le donne viaggiano gratis”. Apperò! Anzi, no: solo però. Perché c’è un però piuttosto pesante: continuando la lettura si scopre che la promozione è sì riservata alle donne ma a patto che durante la settimana viaggino in famiglia (fra tre e cinque persone) con un bambino fino a 12 anni e che durante il weekend viaggino in coppia. Come dire: se non sei mamma, moglie, nonna o zia, non sei una vera donna. Capisco il bisogno di fare una promozione pro-donna senza rischiare il collasso economico ma non bastava buttarla un po’ più sul generico? Ad esempio con “un biglietto gratis per chi ne acquista tre o più sulla stessa tratta se almeno uno dei tre passeggeri è una donna”? Questo anche perché – vista l’utenza media delle ferrovie italiane – mi pare molto più facile che siano gruppi di studentesse o semplicemente di adolescenti a poterne trarre vantaggio piuttosto che l’intera famiglia Brambilla, che generalmente si sposta in macchina e difficilmente – soprattutto durante la settimana – va in gita da qualche parte riuscendo a conciliare gli impegni di madre, padre e figli.
Detto questo, volevo capire un po’ meglio (magari mi sbagliavo) e sono quindi andato sul sito di Trenitalia (anche sulla pagina stampa c’è l’indicazione www.ferrovidellostato.it in bella evidenza), dove sono sicuro troverò tutti i dettagi di tutte le promozioni in atto al momento. Arrivo sulla Home Page. Orari, informazioni, promozioni di ogni tipo ma l’unica cosa che somiglia a quello che mi interessa è lo strillo di “Frecciarosa”, ovvero una serie di iniziative di tipo promozionale, informativo e di sensibilizzazione sui temi della salute, dei diritti e della sicurezza delle donne. Della Promo rosa nessuna traccia. Strano. uso allora il box di ricerca e finalmente trovo qualcosa. Questo:

Promo rosa Trenitalia

Ecco, a parte le condizioni che sono apparentemente diverse da quelle che ho trovato sulla pagina stampa (e scommetto che in biglietteria mi direbbero qualcosa di ancora diverso), qualcuno mi può spiegare come diavolo sia possibile che a ottobre dell’anno del Signore 2010, in un paese presunto civile che fa parte del G8, una promozione di un servizio pubblico NON sia acquistabile online?!?! Per quale maledettissimo motivo?
Sul fatto di considerare le donne solo come madri o mogli posso anche lasciare il beneficio del dubbio di una mia interpretazione sviata dal pregiudizio ma sull’esplicita dichiarazione di non-fruibilità tramite mezzi digitali direi che non ci sono dubbi.
Ancora una volta: povero paese, povera Italia.

p.s. Ma vogliamo poi parlare del fatto che – al di là del non poter acquistare il servizio su web senza darne spiegazione – la Home Page di Trenitalia ha centinaia di migliaia di accessi ogni giorno e nonostante questo non sia utilizzato come mezzo principe per spingere la promozione in questione? Sono onestamente convinto – senza che la RCS e gli altri editori e concessionarie cartacee me ne vogliano – che in temini di costo-efficacia sarebbe stato molto più utile usare solo il proprio sito web piuttosto che spendere soldi in una campagna stampa costosa e -a mio modo di vedere – poco politicamente corretta.

Quando conta solo lo spettacolo. Che prevale sulla morte.

October 9th, 2010 No comments

RIP Sarah Scazzi. Che lo zio passi in punizione (qualunque essa sia) il resto della sua vita. Delitto atroce, abominevole, da condannare senza se e senza ma.

Vi è però il solito “ma” riguardo a come tutta la vicenda è stata trattata. O, per meglio dire, come è stato trattato tutto il contorno. Perché i fatti nudi e crudi – senza contorno – sono che una quindicenne è morta. Assassinata dallo zio. Il quale ha confessato ed è stato arrestato. I fatti sono anche che nel 2008 (l’ultimo dato che ho trovato, fonte Eures-Ansa), gli omicidi in Italia sono stati 601, ovvero 1,6 uccisioni al giorno. La maggior parte delle quali passate sotto silenzio, se non a livello locale. Evidentemente quello che da’ la direzione e l’intensità alla copertura mediatica è il contorno, non il fatto in se’. Tradotto in parole povere, quello che ha fatto sì che tutti sappiano chi fosse Sarah Scazzi, come sia stata uccisa e da chi, non è stata la tragedia della morte violenta di per se stessa. E’ stato tutto quello che vi si è costruito attorno. Il fatto che la famiglia si fosse rivolta a “Chi l’ha visto?” dopo la sua sparizione. Il fatto che l’annuncio stesso della confessione e quindi della morte sia stato dato in diretta televisiva. Il fatto che – diciamocelo – la vicenda sia stata resa ancora più torbida dalla violenza compiuta dallo zio sul cadavere. Particolari morbosi e abominevoli che “piacciono” alla gente. Il fascino dell’orrido – quella sindrome per cui davanti a una cosa oscena non si riesce a distogliere lo sguardo, quel fenomeno irragionevole per cui di fronte a un incidente tutti si ammassano sperando inconsciamente di vedere qualche morto o qualche arto troncato. La normale bestialità umana, insomma.
Nel caso di Sarah Scazzi tutte queste variabili si sono unite per dar vita a un caso mediatico da picchi di audience. E infatti: polemica infinita per l’annuncio dato in diretta a Chi l’ha visto?. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Polemica infinita sull’atteggiamento da bullo e aspirante divo del fratello della vittima. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Fiumi e fiumi di parole, orali e scritte, sulla bestialità dello zio, il nuovo orco necrofilo del millennio, la sua storia, i sospetti di abusi sulle figlie e via discorrendo, di abominio in abominio. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Centinaia e centinaia di blogger (me compreso ma con quel viscido di Grillo in prima linea a cavalcare l’evento) che discettano sulla società malata, sul ruolo delle donne, sull’arretratezza dell’Italia… Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata.
Potrei continuare a lungo ma aggiungo solo l’ultimo episodio che mi ha fatto a dir poco indignare: oggi i funerali. E la gente che applaude al passaggio della bara. Applaude?!?!?! Ma per quale irragionevole motivo adesso si applaude ai funerali? E’ stata brava a morire? Ha fatto bene? L’applauso una volta era manifestazione di approvazione. Sono contenti che sia morta? Dov’è finito il rispettoso silenzio che accompagnava la morte una volta? Forse lo so io: è stato messo in secondo piano dallo spettacolo. Lo spettacolo della morte. Bello. Lo spettacolo ti distrae dalla noia, dal grigiore, dal piattume. E allora applaudiamo a questo meraviglioso spettacolo che tanto ci intrattiene. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Ma fa sempre parte dello spettacolo.

Un reality check dell’economia contemporanea – Video lungo in inglese

October 7th, 2010 No comments

Interessantissimo speech di Tim Jackson su sviluppo sostenibile, debito pubblico e privato, economia della decrescita e molti altri aspetti legati al modello economico vigente dal secondo dopoguerra. In inglese e un po’ lungo ma pieno di spunti di riflessione.

Per chi fosse interessato, Tim Jackson ha pubblicato il rapporto “Prosperity without growth?”, liberamente accessibile (in inglese) a chiunque. Lo potete scaricare in pdf cliccando qui.
Un condensato dell’economia della decrescita qui.
Posto che i modelli alternativi non sono ancora chiarissimi (nel senso che la filosofia e l’approccio lo sono ma le attuazioni concrete sono tutte da discutere), è interessante provare a immaginare un sistema che tenga in considerazione la sostenibilità ecologica e sociale di tutte le sue parti e che non veda la crescita del PIL come un obiettivo ma come – eventualmente – una conseguenza. Non facile, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che quello attuale parte (o giunge) da un circolo vizioso che da un punto di vista sociale ci spinge a “spendere soldi che non abbiamo per comprare cose di cui non abbiamo bisogno per creare impressioni che non dureranno su persone di cui non ci importa”. Temo che, al di là del sistema economico di per se’, la cosa più difficile sarà scardinare quello sociale.

We spend money we don’t have on things we don’t need to create impressions that won’t last on people we don’t care about.

L’evoluzione del giornalismo in Italia. Senza giornalisti.

October 1st, 2010 No comments

In questi giorni il CdR (Comitato di Redazione) del Corriere della Sera ha indetto uno sciopero per rispondere a un presunto attacco che il Direttore avrebbe mosso contro la loro categoria e le loro tutele. Sia il comunicato del CdR (visionabile per intero qui) che la lettera di De Bortoli (visionabile qui) sono a dispozione dei lettori, che si possono fare un’idea dei termini della questione.
Generalmente faccio fatica e non mi piace prendere una posizione netta ma in questo caso temo di dovermi schierare apertamente con De Bortoli. Che, consapevole – e dicendolo in maniera chiara – dei sacrifici che questo comporta, lancia un sasso senza nascondere la mano contro un sistema anacronistico che ancora domina il giornalismo italiano. Riporto, sottoscrivendo, testualmente un estratto saliente:

“Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.”

Nulla da ridire, anzi.

Per contro il CdR “ha votato due giorni di sciopero immediato e ha consegnato al Comitato di Redazione un pacchetto di ulteriori cinque giorni per rispondere all’attacco che il Direttore ha mosso contro le tutele e le regole …che garantiscono la libertà del loro lavoro e, di conseguenza, l’indipendenza dell’informazione che il giornale fornisce.

Forse – per dirla con le parole di Laura C. (che ringrazio) con tutele intendevano banalmente “privilegi”, visto che il web non inficia in alcun modo l’indipendenza del’informazione.

Temo che per molti aspetti anche l’alto giornalismo rispecchi la società italiana: pochi lungimiranti coraggiosi che tentato di perseguire la strada dell’innovazione, contrastati da una maggioranza di vecchi “baroni” totalmente refrattari al cambiamento e gelosissimi dei propri privilegi.
Ancora una volta: povera Italia!

Quel che l’iPad non fa

September 15th, 2010 No comments

Già segnalato, diffuso e pubblicato da tanti ma l’ironia un po’ dissacratoria di questo spot del Newsday iPad app merita davvero. Soprattutto avalle le nostalgie romantiche di chi come me ama ancora l’odore e la sensazione tattile della carta e che con la carta stessa non ci fa anche altro dopo aver letto le notizie. Enjoy!

Niente batteria, niente cavi, niente connessione: il vero concorrente dell’iPad

September 6th, 2010 No comments

Ringrazio nuovamente Lucina (che un giorno mi dovrà spiegare dove trova tutte queste chicche) per aver segnalato questo divertente video di presentazione di un rivoluzionario dispositivo tecnologico, che sarà il vero, unico e temibilissimo concorrente dell’iPad e degli altri tablet. Audio in spagnolo, sottotitoli in italiano. Enjoy! :-)

La qualunque sui social media – post lungo

August 25th, 2010 No comments

Dato che un magazine mi ha mandato delle domande sui social media a cui rispondere per un’intervista (che in teoria doveva essere pubblicata) e dato che dopo averci perso un po’ di tempo questi signori sono spariti, tanto vale che pubblichi il tutto qui, chiedendo scusa per la lunghezza. Domande generiche e quindi risposte generiche ma magari possono ispirare riflessioni più profonde a qualcun altro.

1 – Quanto è importante la presenza social media nel media mix di un’iniziativa di comunicazione oggi?

Così come per tutti gli strumenti e i mezzi di comunicazione più o meno tradizionali, non è possibile definire a priori l’importanza della presenza di elementi social all’interno di un’iniziativa di comunicazione. Come sempre, dipende da svariati fattori che attengono all’approccio di marketing: il target di riferimento, l’obiettivo di campagna, il prodotto stesso, la capacità di far curare e coltivare la relazione che si può instaurare ecc.

Chiaro che se il target è relativamente giovane, il brand è accattivante e soprattutto ha molte “cose da dire”, l’utilizzo di piattaforme social può avere decisamente molto senso, a patto che poi l’azienda sia in grado di mantenere vivo il rapporto una volta che questo si sia instaurato.

All’opposto, cercare di utilizzare i social media nel momento in cui il brand ha un carattere poco “attraente” per il target o più semplicemente quest’ultimo è poco presente sulle stesse piattaforme social ha evidentemente poco senso.

Bisogna, a mio modo di vedere, cercare di evitare di “esserci” solo perché va di moda o perché “tutti gli altri ci sono”. Tutti i media digitali sono particolarmente selettivi (o per meglio dire, lo sono i loro utenti), in particolar modo il social può essere anche un boomerang se mal utilizzato o mal gestito. Ecco che allora il concetto non credo debba essere tanto l’esserci o meno, quanto piuttosto l’esserci in maniera sensata, curata e prolungata.

2 – Quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del target raggiunto attraverso i social media?

La dimensione dei cosiddetti social network è ormai talmente estesa che fondamentalmente tutto o quasi può essere considerato social – senza dimenticare comunque che la stessa Internet in versione moderna è nata come strumento social, ovvero come sconfinato luogo virtuale dove condividere informazioni. Questo implica che se proprio vogliamo parlare di un “target”, questo riflette fondamentalmente quello della popolazione internet attiva, almeno in Italia. Basti ricordare che il solo Facebook conta al momento circa sedici milioni e mezzo di utenti attivi, che corrisponde grosso modo al 67% del totale popolazione Internet attiva secondo gli ultimi dati Nielsen. Di conseguenza anche in termini socio-demografici la distribuzione per sesso e fasce d’età (giusto per citare le variabili classiche) riflette grosso modo quella che caratterizza Internet nella sua interezza: si tratta sostanzialmente della parte più attiva della popolazione italiana, con una maggiore concentrazione fra i 25 e i 44 anni e – rispetto alla fotografia generale del web italiano – una maggiore concentrazione di donne.

Detto questo, va anche sottolineato come il mondo digitale sta cercando di uscire dalle vecchie logiche socio demografiche per abbracciare sempre più quelle comportamentali e psicografiche. Certo, in molti casi l’età conta ancora ma sempre più le categorizzazioni avvengono per sfere di interesse e le aggregazioni in gruppi si realizzano più per affinità intellettuale e comportamentale che non per mera appartenenza a una determinata fascia sociale. Questo è ancora più evidente all’interno dei social network, dove tanti “gruppi” raccolgono individui che all’interno di un approccio media classico verrebbero considerati appartenenti a cluster spesso molto distanti.

Quindi anche in questo caso i vecchi parametri possono sicuramente essere applicati – trattandosi di media più che misurabili – ma non necessariamente sono quelli che ha più senso prendere in considerazione.

3 – Cosa significa concretamente fare social networking e pr online?

Probabilmente è più facile rispondere cosa NON significa fare social networking e pr online. Come sopra accennato, sicuramente esserci e basta non è assolutamente sufficiente: creare un gruppo, una fan page, fare un po’ di adv su una piattaforma social può porre una base di partenza ma le singole iniziativa in se’ non hanno alcuna efficacia se non sono coordinate tra di loro e soprattutto se non vengono alimentate nel tempo.

Non vi sono particolari segreti per mettere in piedi iniziative di successo nel social networking o nelle digital pr. Vi sono solo alcuni principi di massima di cui tendenzialmente bisognerebbe tener conto. Anzitutto tenere in considerazione il fatto entrare all’interno di un social network significa entrare prima di tutto all’interno di una comunità (o di più comunità), ciascuna delle quali ha le proprio regole, i propri principi, i propri contenuti e i propri sistemi di protezione. Bisogna quindi accettare e adeguarsi a tali regole, interagire con gli altri e farsi accettare. Soprattutto bisogna essere – è questa la parola d’ordine – rilevanti. Rilevanti in quel che si dice, quel che si propone ma anche e soprattutto in quel che NON si dice e quel che non si fa. Le vecchie regole della comunicazione push non valgono più, ora bisogna instaurare un dialogo e più che mai dare validi motivi agli utenti per interagire con i contenuti proposti, siano essi testi, immagini, filmati, affermazioni, negazioni, commenti o altro. Soprattutto gli utenti bisogna starli a sentire: non dimentichiamoci che i social media sono luoghi dove le persone anzitutto parlano tra di loro, spesso e volentieri anche di brand e prodotti; motivo per il quale diventano luoghi di ascolto privilegiato, dove cogliere insight e indicazioni su quella che è la percezione dei propri marchi,; soprattutto è il uogo dell’onestà, dove le aziende devono essere pronte a sentirsi criticare apertamente e dove devono essere consapevoli che la percezione che di loro hanno i consumatori potrebbe benissimo non essere in linea con quella che si è cercato di costruire a tavolino all’interno della direzione marketing. Infine – ma non meno importante – le persone (e qui torna il concetto di rilevanza) tendono a prestare ascolto a chi propone loro qualcosa di nuovo, di interessante e/o di gratificante. E, esattamente come accade con i giocattoli per i bambini – tendono a stufarsi abbastanza presto di quello che si è loro proposto. Questo significa riuscire a produrre contenuti accattivanti e rilevanti per il target, rinnovarli regolarmente e trovare sempre nuovi incentivi per gli utenti che con il proprio brand decidono di interagire.

4 – Quali aziende/marchi oggi apprezzano in particolar modo la comunicazione attraverso i social network?

Posto che oramai i social network sono la moda del momento e moltissime aziende cercano di cavalcarne l’onda a prescindere (e spesso senza molta cognizione di causa), verrebbe spontaneo dire che praticamente tutte apprezzano massimamente questo tipo di realtà. Dovendo invece cercare di individuare quelle che possono maggiormente trarre vantaggio da tutto ciò che è sociale, tenderei ad indicare quelle che già sono sostanzialmente penetrate nel tessuto sociale o che, per allargare un pochino di più il contesto, hanno qualcosa di concreto da dire ai propri consumatori. Volendo utilizzare dei termini di marketing magari in maniera non del tutto ortodossa, mi verrebbe da dire che all’interno di un contesto “social” meglio si possono trovare quelle aziende e quei marchi che hanno una brand equity (ovvero dei valori di marca) molto forte. Tipicamente, all’interno di una comunità o più semplicemente di un gruppo, spicca ed ha successo colui che ha un carattere molto forte, a prescindere dal fatto che sia conosciuto o meno. Spesso si tratta di persone che hanno molte cose da raccontare, che possono essere d’aiuto agli altri, che si differenziano dagli altri per dei particolari caratteri della loro personalità. Esattamente la stessa cosa (o quasi) avviene per le aziende, che hanno la possibilità di attecchire solo se hanno o si danno degli argomenti molto forti per attrarre nuovi “amici” o fans.

5 – Ritiene che il social spamming e la diffusione di fake account siano variabili da tenere conto nella realizzazione e nella misurazione dell’attività di comunicazione sui social network?

In questo momento i fake account e lo spamming sono fenomeni piuttosto limitati o comunque non tali da inficiare la misurazione o anche solo la percezione delle attività di comunicazione che avvengono sui social network. Vero è che si tratta di un fenomeno da tenere sotto controllo, soprattutto perché l’utilizzo delle piattaforme social a scopi commerciali è una (relativa) novità un po’ per tutti, compresi gli spammer e i truffatori. Si tratta in ogni caso di un fenomeno rispetto al quale mi sento di essere piuttosto ottimista, dato che sono anzitutto le piattaforme stesse ad essere estremamente severe nel gestire dati, privacy e attività poco chiare

Il paradosso delle best practices

August 20th, 2010 No comments

Come ogni tanto faccio, quando trovo qualcosa di carino in giro per la rete, lo copio apertamente citando la fonte. Stavolta curiosando sul blog di Massimo ho trovato questa grande verità che mi ha fatto sorridere: una delle ossessioni dei markettari moderni sono le best practices, ovvero le cose fighe che fanno gli altri e che in quanto tali evidentemente vale la pena copiare. Ma effettivamente se tutti vi ricorrono va da se’ che poi per forza di cose smettono di essere le migliori.

Quindi pure io in questo caso ho applicato una best practice 😛

L’iPad non è un telefono

June 26th, 2010 No comments

Dando un’occhiata alle statistiche del mio blog, mi sono accorto che un sacco di traffico mi arriva dalle ricerche “iPad telefono”, “iPad telefona?” e simili; mi pare quindi evidente che a molta gente non sia ancora chiarissimo se l’iPad sia o no un iPhone più grosso, cioè un telefonino cellulare. Ebbene, NON lo è. Quantomeno non lo può essere in senso classico, cioè non te lo puoi attaccare all’orecchio e parlarci come se fosse un normale cellulare. Al massimo può diventarlo sfruttando la connessione 3G (che è una connessione dati, non GSM) di cui ci si deve dotare e pagare per accedere a Internet. Quindi per fare una telefonata con l’iPad devi attaccare il kit camera, attaccare le cuffie e il microfono, aprire l’applicazione per le telefonate via web, collegarsi al web… Un po’ una menata, insomma. Che a me farebbe dire che alla fine della fiera no, decisamente l’iPad non funge da telefono.
In ogni caso, per qualunque dubbio, direi che la cosa migliore da fare è andare a leggersi le caratteristiche del prodotto direttamente sul sito della Apple: http://www.apple.com/it/ipad/features/
Buona lettura!