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Archive for the ‘Fenomeni sociali’ Category

Le emozioni rappresentate e non vissute. Ma de che?!

May 27th, 2009 1 comment

Leggendo questo articolo sui cosiddetti “nativi digitali” mi sono chiesto da che parte sto io. O da che parte sta chi ha scritto l’articolo. O forse meglio ancora Tonino Cantelmi, il docente di psichiatria intervistato e che parla di cose come “le emozioni che non sono vissute, ma piuttosto rappresentate”. Cioè?!? Cacchio vuol dire “saranno abilissimi a tecnomediare le relazioni”?!? Ma parla come mangi, va’!
Direi che il problema non è tanto nelle diverse generazioni che apprendono linguaggio ed emozioni in maniera diversa, quanto nel buonsenso di chi queste cose le analizza e ancor di più le vive. Stia pur sicuro il dottor Cantelmi che quando avrò un figlio sarà digitale quanto vuole ma con un paio di scapaccioni, pane e mortadella e un bel libro da leggere la sera le emozioni le vivrà ed esprimerà esattamente come facevo io quando giocavo a pallone in mezzo alla strada invece di giocare alla Playstation. Computer o non computer.

Arroganza e contraddizioni di Beppe Grillo: webbaro a parole, televisivo nei fatti

May 3rd, 2009 5 comments

Negli ultmi anni Beppe Grillo si è contraddistinto – oltre che per il presunto impegno sociale e politico – per le ripetute dicharazioni a favore dell’utilizzo del web e dei benefici che se ne possono trarre in termini di informazione, conoscenza, dialogo, confronto e prevenzione. La cosa, di per se’, non può che fare piacere, anche perchè sono tutte cose vere: il web continua a fare quello che ha sempre fatto, ovvero mettere a disposizione di tutti informazioni, dare voce a chiunque, condividere conoscenza. Ecco che allora il cittadino ha più strumenti per lottare contro il malgoverno, denunciare ingiustizie o semplicemente inefficienze e soprattutto confrontarsi, protestare e proporre.
Lo stesso Grillo sembrerebbe razzolare bene qanto predica, editando uno dei blog più letti in Italia (e, in termini numerici, molto interessante anche a livello internazionale). Evviva!

Solo che.

Solo che un blog è tale quando l’autore esprime le proprie idee pubblicamente e da’ spazio all’interazione con chi legge tramite i commenti a cui, tendenzialente, dovrebbe ribattere. Se non da’ spazio a nessuno, allora è un prodotto editoriale in stile classico. Questo per fortuna nel blog di Grillo non succede: i commenti sono aperti e ad ogni post seguono regolarmente centinaia se non addirittura migliaia di risposte. Altro caso: si pubblica un post e si lascia libertà a tutti di commentare. Però non si risponde. Al massimo lo si lascia fare agli stessi utenti, che cominciano a dialogare tra di loro. Questo però non è un blog: è un forum. Ed è, mi pare di capire, il caso del blog di Grillo. Che, per inciso, raccoglie per la stragrande maggioranza dei casi commenti di suoi accoliti o comunque persone che la vedono, con sfumature diverse, allo stesso modo. Ma questo ci sta: è nella natura umana che ognuno preferisca sentire e parlare di quello che vuole e che meglio si accosta alle proprie opinioni.
Quello che trovo abbastanza fastidioso è invece l’atteggiamento generale di Beppe Grillo: urlante, dogmatico, arrogante e completamente chiuso a qualunque tipo di dialogo o confronto. Non l’ho mai seguito molto ma nelle ultime settiane mi è capitato di imbattermi in alcuni episodi e testimonianze che ne smontano totalmente l’immagine di paladino della libertà, della democrazia e soprattutto (quello che più mi interessa in questo contesto), del web 2.0 o per meglio dir del web sociale. Ricordo infatti:

- Il suo intervento alla trasmissione “Exit” di Ilaria D’amico su La7 (visionabile qui) dove, dopo aver berciato il suo solito comizio (uguale uguale a quello che ripete continuamente nei suoi spettacoli e nelle piazze, senza alcuna variante), si sottrae al dialogo e al dibattito fingendo sdegno per la situazione, gli interlocutori e quant’altro.

- Leggendo un’intervista a Pietro Ichino sul Magazine del Corriere, viene citato Beppe Grillo come colui che ha aspramente criticato lo stesso Ichino (noto giuslavorista del PD, per chi non lo sapesse) in riferimento alla legge Biagi. Ebbene, Ichino ha studiato i casi citati da Grillo come motivo del contendere (più di 300, contenuti in un volume ferocemente critico verso il precariato in Italia) e, trovandoli tutti palesemente fuorvianti, ha cercato Grillo per un confronto. Si noti bene: non ha sparato a zero su di lui, non l’ha accusato di falsità, non l’ha denunciato per diffamazione o simili. Ha solo cercato un dialogo (questo sì molto web 2.0). Risposte? Zero!

- Infine il già citato blog: io non ho letto tutto di tutto (non ho tutto questo tempo) ma invito chiunque lo possa fare a citarmi dei post in cui Grillo risponde a delle critiche o comunque a pareri discordanti. Io non ne ho trovati.

Ecco, è questo che trovo iritante: credo sia profondamente falso e ipocrita sparare bordate su tutto e tutti citando il web come struento di grande democrazia quando poi lo si utilizza come mezzo di comunicazione di massa unidirezionale. Qualcuno mi dovrà spiegare che differenza c’è tra l’utilizzo di Berlusconi della televisione e quello del web di Grillo: monologhi trasmessi ad audience enormi, nessuno che ribatte e tutti che discutono… tra di loro!!
Ritengo che democrazia e web 2.0 siano ben altro. Motivo per il quale mi preoccupo: il web è uno strumento potenzialmente democraticissimo. Basta saperlo usare in tal senso. O volerlo usare in tal senso. Ma così non avviene.  Credo anzi che per certi aspetti il problema non sia tanto nel mezzo di comunicazione utilizzato, quanto nell’aproccio che si utilizza nell’affrontare i fenomeni sociali e la politica: le idee, i proclami, le audience, i discorsi e quant’altro sempre quelli sono. Veicolabili tramite web, tv, radio, stampa, non vi è gran differenza. La potenza dei mezzi digitali sta nell’avere un canale di ritorno. Fonte di potenziale dialogo. Ergo di maggiore democrazia. Il problema è che per avere un dialogo bisogna essere in due, ad affermare, ribattere e controbattere. Se una delle due parti il dialogo non lo vuole e non ascolta, non ci sono santi: il dialogo muore. Web o non web. E Grillo a quanto pare ha cancellato la parola dialogo dal dizionario. Uccidendo, oltre che il dialogo stesso, anche un pochino del web. Povero web. E povera Italia.

Cellulare? No, smartphone

April 28th, 2009 No comments

smartphoneLeggo le ultime (o quasi) notizie sull’andamento del mercato degli smarphone. Come al solito credo che la parte più interessante sia quella che riguarda le previsioni sul futuro – molto prossimo: la società di analisi (Gartner) ritiene che quest’anno il mercato crescerà del 28% rispetto a una discesa del 4% di tutto il mercato cellulare. In altre parole, i palmari e i suoi fratelli stanno già cominciando a sostituire quello che tutt’ora chiamiamo comunemente “telefonino”.
Funzionalità avanzate, capacità di elaborazione, multimedialità, memorie più capaci ci stanno portando verso la diffusione su larga scala della versione mobile di quello che in un altro mio post ho chiamato “teleputer”, riferito al device fisso che un giorno avremo tutti in casa. Anzi, forse siamo di fronte al fenomeno della tecnologia più veloce (in termini di sviluppo) che supera quella più lenta. Non è del tutto improbabile che – se gli operatori si sbrigheranno a mettere a disposizione degli utenti italiani le tanto agognate tariffe flat - la vera svolta nello sviluppo della Rete in Italia possa venire dalla diffusione dei dispositivi mobili piuttosto che da quelli fissi, ovvero dai pc. O, se preferite, da quell’ibrido fra telefono e pc che sono gli smartphone. Come si dice: che vinca il migliore, a patto che il premio sia una sana penetrazione di internet!

Le costruzioni di sabbia e la voce inascoltata di Saviano

April 28th, 2009 No comments

Ricevo da un amico e pubblico paro paro. Inquietante, disarmante e irritante, perché ancora una volta testimonia di quanto il menefreghismo, l’opportunismo, la superficialità e la mancanza di lungimiranza la facciano da padrone in questa nostra povera Italia.

Davvero toccante rileggere ora, dopo la tragedia in Abruzzo, le parole di Saviano nel libro “Gomorra”. Aprite a pagina 236 e leggete:

“Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.
Indovinate da chi è stato costruito il nuovo ospedale dell’Aquila venuto giù come fosse di cartapesta?
Impregilo! Si, sempre lei.
La stessa che ha causato l’emergenza rifiuti a Napoli.
La stessa che è riuscita a incrementare esponenazialmente le spese per i lavori della TAV con i quali ha causato danni ambientali enormi. (Vedi: Video delle Iene) La stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria e proprio in questi giorni ha chiesto e ottenuto un prolungamento della consegna dei lavori di altri tre anni, ottenendo ovviamente altri fondi. Leggi la notizia.
La stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del Ponte di Messina.
La stessa che dovrà costruire sul nostro territorio le centrali nucleari. La stessa i cui vertici sono stati indagati a tutto spiano. E’ l’Impregilo che ha costruito l’ospedale San Salvatore dell’Aquila caduto come se fosse di cartapesta.
Chi diavolo è questa società dall’enorme potere che sta devastando la nostra terra?
Anche questa volta nessuno parlerà di lei?
Anche questa volta la passerà liscia?
Rabbia. Rabbia. Rabbia.”

PS: Se per qualcuno la prima fonte non fosse sufficiente segnalo che basta andare sul sito dell’Impregilo e
ricercare “Ospedale” per leggere:
In questo settore IMPREGILO ha realizzato sia in Italia che all’estero importanti e moderni complessi ospedalieri che vengono di seguito dettagliati.
In Italia
. Ospedale di Lecco: 137.000 m2, 500.000 m3, 950 posti letto, 21 camere operatorie.
. Istituto Oncologico Europeo di Milano, struttura specialistica all’ avanguardia per la diagnosi e cura dei tumori: 29.000 m2, 90.000 m3, 210 posti letto, 7 camere operatorie.
. Ospedale di Modena: 230.000 m2, 445.000 m3, 800 posti letto, 12 camere operatorie.
. Ospedale di Careggi, specialistico per la diagnosi e cura delle infezioni da HIV.
. Ospedale di Poggibonsi: 12.000 m2, 175.000 m3, 200 posti letto.
. Ospedale di Viareggio: 80.000 m2, 600 posti letto.
. Ospedale Destra Secchia: 28.000 m2, 450 posti letto.
Inoltre, ospedali a L’Aquila, Cerignola e Menaggio.
Tra le acquisizioni effettuate giova ricordare: Autopista Oriente Poniente (Cile), RSU Campania, Rio Chillon (Perù), Ospedale St. David’s (Inghilterra), Chattahoochee tunnel e Laboratorio Fermi (Stati Uniti), Strada Ebocha-Ndoni (Nigeria), Ospedale San Salvatore (L’Aquila) e ristrutturazione Hyatt Hotel (Milano).

L’ossimoro della viralità veicolata

April 21st, 2009 1 comment

Ancora una volta prendo spunto da episodi di vita vissuta e dai post di altri per esprimere qualche perplessità riguardo ai cosiddetti video virali prodotti dalle aziende, o meglio dalle agenzie che per le aziende lavorano.
L’episodio di vita vissuta: brainstorming assieme agli account e ai creativi di un’agenzia creativa (io che lavoro nel media) per elaborare la strategia di comunicazione per un nostro cliente comune. Escono alcune buone idee, altre meno ma – cosa che mi ha lasciato molto perplesso – i miei interlocutori sembrano convintissimi che all’interno del media-mix innovativo si debbano per forza inserire alcuni video virali. Questo ancora prima di aver elaborato qualqunque tipo di concept creativo.
Il post di qualcun altro: ancora una volta mi trovo pienamente d’accordo con le idee di Gianluca Diegoli espresse qui e con i pochi (ma chiari) concetti espressi nell’intervista a Current Tv, che riporto qui di seguito (fra un po’ verrò tacciato di piaggeria ma pazienza):

Quindi:
- Sottoscrivo in pieno il concetto che “veicolare video virali” è un ossimoro. Un video o è virale di per se’ oppure non lo è, nel qual caso non faccio altro che acquistare spazi media per veicolarlo alla vecchia maniera
- Parimenti sottoscrivo l’idea che in questo momento storico (e quindi anche e soprattutto per il futuro) sia più sensato attaccarsi a video che virali lo sono già che non cercare di crearne ex novo
- Per avvalorare il punto precedente, sfido chiunque a elencare più di 5 video virali associati a brand di cui ha memoria (Nike con Ronaldinho e Dove non valgono)
- Posto che la valorizzazione di un contatto virale rispetto a quello di uno spot è tutto da capire e discutere (tendenzalmente sarà superiore, ma di quanto?), anche le migliori campagne – o anche video spontanei ma virulenti – quanti contatti generano? Anche il sempre più citato “Where is Matt?” (nominato miglior video virale del 2008) ha raggiunto ad oggi nelle sue varie versioni qualcosa come una trentina di milioni di visualizzazioni… in tutto il mondo! Come una buona campagna tv… nazionale. Certo, avrà avuto dei costi decisamente minori (giusto quelli di produzione) e la visibilità apportata la possiamo considerare gratuita: ma con quali risultati? Con che effetti sulla brand?
- In sintesi i video virali mancano paradossalmente della misurabilità classica del media, la qual cosa li pone in una zona d’ombra fra pubblicità e fenomeno sociale.
- Soprattutto, ancora una volta, che si tratti di video, imamgini, documenti o altro, la parola d’ordine è sempre e comunque “rilevanza” per il target. Cosa che – i fatti lo dimostrano – in pochissimi casi agenzie creative o media sono in grado di individuare, definire e tradurre in conenuto.

La celebrità? Dalla tv a Youtube

April 17th, 2009 No comments

Mi aggiungo alla schiera di blogger, Facebookari, giornalisti e via discorrendo che hanno pubblicato il video di Susan Boyle, la “sciura” inglese bruttina, stagionata e disoccupata che ha raggiunto il successo grazie alla sua (bella) voce nella trasmissione tv “Britains got talent” (una specie di X-Factor d’oltremanica, presumo). Non tanto per il gusto di pubblicarlo, quanto per sottolineare il fatto che a quanto pare la fama di Susan è diventata mondiale grazie a Youtube: dopo soli 5 giorni dalla pubblicazione, le varie versioni del video hanno raggiunto più o meno 15 milioni di visualizzazioni. E i media tradizionali – almeno in Italia – ne hanno parlato non tanto per il successo avuto in trasmissione quanto per la fama che ha raggiunto in rete. Segno che quando qualcosa è veramente bello, interessante o rilevante, la potenza della Rete è eccezionale. E cosa c’è di più bello, interessante e rilevante del classico brutto anatroccolo che si risveglia cigno, del reietto che trova riscatto, del povero che diventa ricco? Anche nell’era del web la gente vuole favole da ascoltare. Anche sul web.
Ed ecco la mitica Susan, regina di Britains got talent e di Youtube:

Ancora sul futuro. Di strade, case, energia e inquinamento

April 15th, 2009 1 comment

Come sempre in Italia si parla molto, si litiga troppo e si fa poco o nulla. Tristemente – per non dire altro  – sta succedendo anche a proposito del terremoto in Abruzzo. Dibattiti televisivi, sulla rete e sui giornali sui quali non mi voglio soffermare se non con un’espressiona lapidaria: schifo e vergogna!
Ancora una volta credo che il tema sia, per questa nostra povera Italia, quello della lungimiranza che non c’è. Siamo ancora uno dei pochi paesi al mondo che continua a pensare coi canoni del passato (perchè quando si parla di politica negli altri paesi si parla del futuro dei figli mentre da noi si fanno ancora polemiche sui misfatti di fascisti e comunisti per cose successe trenta, quaranta, cinquanta, senssant’anni fa?), a guardare al presente in modo miope e a fregarsene del futuro. Le case costruite in Abruzzo  – e parlo di quelle costruite negli ultimi 30 anni, non di quelle precedenti alla guerra – senza rispettare le norme antisismiche sono solo un esempio. Si pensi al disastro totale del settore trasporti. Fino a pochissimo tempo fa avevamo un sistema ferroviario praticamente uguale a quello ereditato dal regime fascista. Per fortuna c’era l’aereo. Ora sono stati spesi milioni e milioni di euro per ammodernare le ferrovie e toh, guarda un po’: l’alta velocità italiana fa concorrenza – anzi, erode decisamente mercato – all’agonizzante Alitalia, il cui salvataggio è costato milioni e milioni di euro ai contribuenti. Pensarci prima no? No. Vogliamo poi parlare delle autostrade? Lasciamo stare la Salerno-Reggio Calabria, che ha inghiottito fantastiliardi di euro negli anni ed è ancora una delle peggiori autostrade del mondo. Parliamo invece della A4 e più in particolare del tratto Bergamo-Milano, che conosco fin troppo bene. La storia completa si può leggere qui ma il succo è: prima “versione” del 1927, senza che nessuno pensasse al futuro, ovvero al possibile aumento di traffico. Seconda edizione nel 1952. Di nuovo nessuno pensò a quello che sarebbe successo di lì a 10 anni. E infatti ecco che nel 1962 avviene un ulteriore allargamento. Altri soldi. Poi nel 2000 ci si accorge che l’autostada così com’è è al collasso e c’è la necessità di un ulteriore ampliamento. E via: altro catrame, altri ponti da buttare giù per poi ricostruirli perché troppo stretti e via altri milioni. Risultato? Nel 2007 viene inaugurata la quarta corsia. Assieme al progetto che si va concretizzando della Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano), ovvero un’autostrada parallela che unisca le tre città e smaltisca ulteriormente il traffico della Serenissima A4. Direi che la cosa si commenta da sola. Lungimiranza zero. Anzi: -82, come gli anni di vita dell’autostrada.
Tornando al tema “casa”, non mi voglio soffermare troppo sulla vicenda abruzzese perchè rischierei di essere frainteso come il Berlusca ma credo che le colpe e le responsabilità siano diffuse. Politici e amministratori attuali e del passato da mettere in galera, senza dubbio. Ma anche una mentalità diffusa che guarda all’oggi e non al domani. I primi farabutti sono quelli che danno i permessi di costruire senza seguire le normative. Ma anche chi queste case le compera o le fa costruire accettando il rischio pur di risparmiare non dimostra certo lungimiranza. Se anche costasse il 30% in più avere una casa che non crolla quando la terra trema, non è forse sempre meno che farsela ricostruire da capo se dovesse andare distrutta? E non mi si venga a dire che lì per lì  le esigenze e le priorità sono altre perché anche i bambini sanno che il 90% del territorio italiano è a rischio sismico. Soprattutto può darsi che uno passi la vita senza mai incocciare in un terremoto; mai figli? Inutile dire che gli Italiani sono generosi e pensano alla famiglia. Non è vero: gli Italiani pensano fondamentalmente a se’ stessi e poi hanno solo dei sensi si colpa maggiori quando succede qualcosa (NB Gli euri donati per la ricostruzione non sono un atto di generosità: sono un fluido lava-coscienza).
Lo stesso dicasi per l’ambiente: si sprecano fiumi di inchiostro e di bit per dibattere sul nucleare sì – nucleare no e gli amministraotri locali istituiscono buffonate che chiamano “domeniche ecologiche” quando invece non si affronta il problema che sta alla radice: i consumi energetici. Giusto per informazione, pubblico qui i trend di consumo energetico e produzione di Co2 dei diversi settori, preso a prestito dal WBCSD:
 

energy-consumption

E’ evidente come sia il maggior consumo di energia che la relativa produzione di agenti inquinanti sia in gran parte attribuibile ai consumi residenziali. Come dire: sono le nostre case che bruciano energia e inquinano di più. Ma allora – e qui mi riallaccio a quanto scritto sopra – una casa costruita secondo i criteri della bioedilizia non sarebbe alla fine dei conti più economica, più confortevole e meno inquinante di una casa tradizionale? In qualunque altro paese probabilmente sì, perchè quel 15% di costo iniziale in più rispetto alla norma verrebbe ampiamente compensato dal risparmio energetico annuale del 50%. Ma non in Italia. Perché scarsa lungimiranza vuol dire anche e soprattutto fermarsi a quel 15% in più. Il 50% in meno non interessa, riguarda il domani, riguarda i figli e i nipoti. Forse. A meno che il petrolio non finisca nel frattempo e si debba ffrontare il problema per forza di cose. Come i terremoti, le tragedie annunciate, il problema dei rifiuti e via discorrendo. E non scrivo nulla sulla vicenda napoletana perchè spero che il concetto sia passato: inutile lamentarsi della spazzatura sottocasa solo quando questa arriva se quando ce l’hanno proposto abbiamo schifato l’inceneritore e il termovalorizzatore. Ognun per se’, ognun per l’ora. Del doman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia. Sempre che abbia ancora una casa. Libera dai rifiuti. E riesca a raggiungerla grazie a una qualche autostrada. Sveglia Italia, comincia a pensare al domani!

L’han detto in Tv? No, l’ho trovato su internet.

April 5th, 2009 No comments

Segno dei tempi che cambiano. Fino a poco tempo fa (misurato in anni), la veridicità, l’autorevolezza, la sensatezza di una notizia, di un prodotto o di un giudizio erano per lo più avallati dalla frase “l’han detto in tivù”. Ora, almeno fra i più giovani, fra le classi sociali più evolute o comunque più colte, tale frase è stata sostituita da “l’ho trovato su internet”. L’oggettività dei fatti è ovviamente ben altra cosa: come diceva non so chi, una stupidaggine rimane una stupidaggine anche se la dicono trenta milioni di persone – al bar, in tivù, su internet o dove volete voi. Però, come riflettevo ieri sera a cena con amici, è significativo che una buona parte della popolazione consideri ora più attendibile la rete della televisione. Il problema rimane però che la Rete rimane un mezzo dalla fruizione individuale e come tale 10 persone diverse possono trovare 10 versioni differenti della stressa notizia o dello stesso dibattito. Con la tv no, il panorama è molto meno frastagliato e punti di vista differenti sono molto più rari. Ecco che allora il web è molto più democratico ma come tale molto più frammentato. Il segreto di un buon utilizzo del web – da un punto di vista di marketing politico, tanto per intenderci – è quindi riuscire a dare univocità ai messaggi in un ambiente che univoco non lo è per nulla, in modo da minimizzare la dispersione degli aderenti e di chi cerca un punto di riferimento. Beppe Grillo ha un bel dire quando parla della Rete come sinonimo di libertà e democrazia: per quello che vale, cercanodoli su Facebook, ho trovato un gruppo relativo al Partito Democratico e un altro elativo al PDL, rispettivamente con 562 e 1474 iscritti. Direi significativo.  Un’altra dimostrazioned della scarsa lungimiranza della sinistra italiana, che continua a lamentarsi del conflitto d’interessi sulla televisione di Berslusconi e intanto si fa surclassare proprio laddove gli elementi di apertura e democrazia sono maggiori. Cominciassero a guardare al presente e al futuro anziché continuare a lamentarsi del passato. Senno’ anche la coda lunga del web rischia di essere pestata dalle manie di protagonismo del Berlusca. Povero paese.

E’ nato prima Obama o Facebook?

March 28th, 2009 2 comments

Mi rifaccio a uno degli ultimi post di Matteo per fare l’ennesima riflessione sull’uso aziendale dei social media e Facebook in particolare.
Giusto per i super-pigri che non avessero voglia di cliccare due volte di troppo, metto anch’io a disposizione il link dal quale scaricare il pdf dell’ultimo studio di Frozenfrogs sui social media. Eccolo qui
Per gli ancora più pigri riporto qui di seguito quelli che considero i key learnings più interessanti:

- possiamo considerare i social media come un’estensione dei new media in quanto ottimo strumento di business intelligence, ma basandosi sulla conversazione delle persone, non può sostenersi da solo;
- i Social Media non possono costituire un’alternativa all’advertisement, ma possono aiutare – a parità di budget pubblicitario – a ottenere migliori performance. Se riguadagno fiducia, posso sperare in un maggiore ascolto alle mie iniziative di marketing e comunicazione;
- prima di aprisi ai social media proviamo a rispondere a queste domande:

• Quali contenuti riesco a produrre? Con quale frequenza?

• Dove dialogano i miei consumatori? Che tipo di contenuto consumano?

• Che limiti ho nella comunicazione? Ho bisogno di una risorsa dedicata? Ne dispongo?

• Che metriche di misurazione intendo adottare? Quali sono le più adatte?

• Cosa intendo ottenere? Come posso integrare il feedback per innovare l’azienda?

• Cosa voglio comunicare?

In sostanza sono conclusioni simili a quelle cui ero giunto in un mio post di qualche tempo fa. In aggiunta sembra di capire che una presenza sensata sui social media sia consigliabile solo a quei brand che già sono noti; anzi, devono essere noti a tal punto da avere fan, estimatori, gadgettistica reale e virtuale e via discorrendo. Come dire: se non vi sono motivi per i quali la gente già dovrebbe parlare di me nel mondo reale, è inutile (o quasi) che provi a crearne io, se non a costo di spendervi un sacco di tempo e denaro. In fondo anche il caso di Barack Obama non si discosta da questa visione: il presidente degli U.S.A. non è diventato tale grazie alla celebrità datagli dal sapiente uso di Facebook e altre piattaforme digitali. Obama era già famoso, in quanto senatore e candidato alla presidenza, esposto ai media di massa tradizionali già da lungo tempo. Quello che ha fatto egregiamente con Facebook e simili è stato capitalizzare anche nel mondo virtuale la popolarità che già aveva e il seguito di fan e ammiratori che lo hanno sempre seguito. Ha dato a questi ultimi un luogo dove incontrarsi, supportarsi a vicenda e soprattutto riconoscersi. Credo sia un po’ quello che mi piace chiamare l’effetto “locale vuoto – locale pieno” (versione happy hour del circolo vizioso che si trasforma in circolo virtuoso): quando con gli amici capita di bighellonare in giro per la città alla ricerca di un locale, spesso capita che vedendone uno totalmente vuoto si sia portati a pensare che vi sia qualcosa che non va e non si vuole mai essere i primi ad entrare. Viceversa, se un locale è già pieno di persone, si è portati a pensare che evidentemente dev’essere molto figo e accogliente. Lo stesso per le comunità virtuali. E’ più facile aderire a quelle già molto popolose (che quindi devono avere forti ragioni di esistere), piuttosto che a start-up virtuali dove i fattori aggreganti non sono chiari. Poi ovviamente l’effetto virale, del passaparola o semplicemente del member-get-member diventa esponenziale una volta che la gente comincia ad aderire.

Ovviamente ci sono tutte le eccezioni del caso – anche se francamente al momento non me ne viene in mente nessuna – ma più passa il tempo più mi convinco che da un punto di vista aziendale i social media siano molto più adatti come luogo di conversazione e aggregazione attorno a qualcosa di già noto e con dei valori molto forti che non un luogo dove fare pubblicità in senso classico. Comunque sono sicuro che ne riparleremo ancora lungamente.

Il buon consumatore

March 22nd, 2009 5 comments

Pubblico un video che tanto ha fatto riflettere e per certi versi deprimere un amico e collega. Non condivido la visione socio-economica delle cause che vi stanno dietro (abbastanza trita ed econo-centrica) ma mi associo allo sconforto per quelle che vengono elencate come conseguenze: persone spersonalizzate che vedono la loro vita guidata dal consumismo e che confidano più nei brand e nel rapporto solipsistico che con essi hanno che negli amici e nella condivisione umana. Triste. Non voglio fare commenti in questa sede ma ci rifletterò ancora. Sicuramente.