Archive

Archive for the ‘Fenomenologia webbara’ Category

Ancora sui minus di (not) Google Plus

September 26th, 2011 3 comments

(Ormai) quasi vecchio ma se non fosse chiaro il concetto… 😉

Google Minus

September 25th, 2011 No comments

Poco più di due mesi fa mi chiedevo (come la maggior parte degli internauti, credo) quale potesse mai essere il valore aggiunto di Google Plus rispetto a Facebook e – senza dirlo esplicitamente per dare una parvenza di neutralità – ne avevo predetto la fine prematura o comunque l’insuccesso.
Ora, l’Italia farà testo fino a un certo punto, c’è ancora tempo e soprattutto spazio per una creascita esponenziale di G+ però… al momento mi sembra in pessima salute. Non ho alla mano numeri ufficiali ma la mia esperienza personale mi dice che:

– In due mesi sono andato a vedere la bacheca di G+ un paio di volte. Su Facebook invece ci vado più o meno tutti i giorni
– Google Plus mi sembra sempre uguale e se c’è qualcosa di nuovo non lo pubblicizza in maniera decente. Facebook ha invece introdotto la timeline e – oltre ad ammettere che era una cosa che aspettavo da tempo – ne sono rimasto talmente incuriosito che sono andato subito a provarla in versione beta.
– Soprattutto, su FB il numero dei miei amici continua ad aumentare e chi postava e condivideva prima, oggi lo fa sempre allo stesso modo e con la stessa assiduità. Su Google Plus ho raggiunto 55 contatti fra le mie cerchie e solo 3 postano con regolarità – uno dei quali tramite feed, che è un po’ come dire che non va considerato. Inoltre non mi sogno nemmeno di continuare ad aggiungere amici – sono già tutti su FB, perché il doppio sforzo?

Facendo queste riflessioni spicce, mi viene sempre in mente l’aneddoto su Henry Ford che di solito viene utilizzato per smontare i sostenitori del consumer-oriented marketing. Se non ricordo male diceva qualcosa come:”Se avessi chiesto ai miei clienti cosa desiderassero, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Lui invece fece qualcosa di molto meglio: cominciò a produrre automobili.
Ecco, in questo caso mi sembra che Google non abbia nemmeno provato a proporre ai consumatori un cavallo più veloce: ne ha proposto uno con la sella dalla forma strana, forse pensando che la gente potesse cambiare cavallo in ragione di quello. No, alla gente importa del cavallo e se ne ha già uno che vince tutte le corse, che se ne fa di un’altro con la sella strana?

Un bel minus a Google stavolta.

Twitter, Facebook, Google Plus: primi confronti

July 23rd, 2011 No comments

Chi mi segue su Facebook, Twitter o su questo blog già avrà capito come la penso sull’arrivo di Google Plus, anche se è ancora molto presto per esprimersi con piena cognizione di causa. Quindi per il momento cercherò di limitarmi a esporre e prendere in considerazione i dati di fatto, a partire dalla domanda attorno alla quale ruota il dibattito sulle possibilità si sopravvivenza o successo dell’ultimo arrivato, ovvero: che differenza c’è con Facebook e gli altri? Strumenti, funzionalità in più? Valore aggiunto?
Per questo ho trovato molto utile l’ultimo post di Stefano Epifani, da cui rubo apertamente l’infografica che ha creato per cercare di cogliere le prime differenze tra i tre big del social networking (o meglio, tra i due big e il terzo che per ora di big ha solo la G):


Io onestamente continuo a faticare a trovare differenze eclatanti, vedo solo quelle che per me sono sottigliezze. Ma, come dice lo stesso eEpifani, non saremo certo noi geek a decretare il successo o meno di una nuova piattaforma: sarà la gente comune che come al solito si farà guidare da abitudine, buon senso, comodità, facilità e – soprattutto – pigrizia (e con questo credo di aver detto abbastanza esplicitamente come la penso).

Ai posteri la facile sentenza! :-)

Privacy su Internet – Forget Big Brother

July 21st, 2011 No comments

Come in altre occasioni rischierò di essere accusato di piaggeria ma tant’è, le mie scelte lavorative sono sempre state più o meno coerenti con quella che è la mia visione del mercato e del suo futuro. Per questo sono abbastanza convinto che – oltre che in questa occasione – tornerò spesso a parlare di raccolta dati, profilazione, utilizzo dei dati stessi e, di conseguenza, privacy online. Partirò dal fondo, riproponendo l’intervista al CEO di Weborama a proposito delle idee fuorvianti che circolano sempre più spesso a proposito dell’utilizzo delle informazioni che sugli utenti si raccolgono in rete.
Questa l’intervista (in inglese, ovviamente):

E’ solo una piccola parte dei pregiudizi che circolano a proposito della Rete che viene spesso vista come un nuovo Grande Fratello. Proprio per questo mi piacciono le metafore e i paragoni che utilizza Levy (e qui parte la piaggeria ma pazienza):

– Il Grande Fratello utilizzava due strumenti, con funzioni ben differenziate: da una parte c’era la telecamera, utilizzata per osservare e ascoltare; dall’altra lo schermo, utilizzato per impartire ordini. Ebbene, per quel che riguarda la Rete, l’analogia si ferma al primo aspetto: è vero, è un enorme bacino di ascolto e osservazione. Ma penso che difficilmente si possa dire la stessa cosa della parte impositiva: il web è pieno di “suggerimenti” sempre più accurati, mirati e diretti ai singoli (grazie all’uso dell’informazione) ma proprio perché così ricchi, numerosi e variegati, credo sia impossibile affermare che vi sia qualcosa di anche solo lontamente simile all’imposizione e alla dittatura (da che mondo è mondo la varietà è sinonimo di democrazia).
– Altra analogia secondo me (e secondo Levy) scorretta è quella che vede gli utenti come pecore, pronte a seguire il pastore ovunque egli le direzioni; la prova del contrario è nel punto precedente ma a maggior ragione gli utenti devono essere visti come api, che raccolgono informazione e la trasportano di fiore in fiore per dare vita al web. Soprattutto lo impollinano con le loro azioni, le loro informazioni e – perché no – i loro acquisti, le loro transazioni (vi danno insomma valora aggiunto, anche solo e sfacciatemente economico – ma di nuovo, in che altro modo finanziare l’informazione e i contenuti liberi?)

Tutto molto semplice in apparenza ma il dibattito si è appena aperto e, come detto, sono piuttosto sicuro che continuerà a lungo. Ben contento di affrontarlo.

Morte delle (internet) apps?

January 27th, 2011 2 comments

Più volte su questo blog ho espresso la mia perplessità riguardo al futuro delle apps e soprattutto riguardo alla mortifera previsione di Chris Anderson sul destino del web. Da una parte sostenevo l’ingestibilità di tutta l’informazione di cui ho bisogno tramite molteplici apps, che non fanno altro che complicarmi la vita nel momento in cui esco dal seminato dell’abitudine. Dall’altra, trattandosi sostanzialmente di mondi “chiusi”, ponevo la questione della sostenibilità di un unico conenuto (una notizia, tanto per esemplificare) per veicolare la quale ho bisogno di sviluppare tantissimi conenitori diversi (apps differenti per device diversi per molteplici sistemi operativi).
Ora, ancora una volta Luca Lani mi viene incontro, ripubblicando i dati di vendita delle versioni per iPad dei principali magazine americani: un disastro su tutta la linea.
In giro per la rete ho letto tantissime opinioni di un sacco di persone che cercavano le motivazioni di una tale disfatta: la maggior parte di esse erano da ricondurre al prezzo del contenuto fruito tramite app e/o alla praticità del device.
Io onestamente sono anche in questo caso d’accordo con Luca e più nello specifico credo si debba riflettere su alcuni aspetti di fondamentale importanza, per lo più riconducibili al buon senso e alla normalissima natura umana piuttosto che a macro-fenomeni sociali da interpretarsi tramite disquisizioni filosofiche:

– Se esiste sia una versione app che una web del mio quotidiano preferito, dove la prima è a pagamento e la seconda gratuita, perché mai dovrò scegliere di spendere soldi per qualcosa che posso avere gratis?
– Se voglio leggere il Corriere della Sera e poi LaRepubblica, perché mi devo scaricare due applicazioni differenti (che probabilmente avranno anche due interfacce differenti), aprirne una per poi chiuderla ed aprire l’altra, quando posso invece rimanere sempre all’interno del mio browser e limitarmi a digitare un nuovo indirizzo e a cliccare sui diversi link?
– Perché se voglio condividere un articolo con i miei amici di Facebook con un browser devo mediamente fare un click mentre dall’interno di una app mediamente non lo posso proprio fare?
– Perché, ancora una volta, ammesso e non concesso che l’iPad sia il device di comunicazione del futuro, devo pagare dei programmatori per “costringere” i miei contenuti all’inerno di un’applicazione da sviluppare poi su tutti gli altri tablet quando con l’HTML 5 ottengo risultati uguali o migliori in termini di resa, interattività e cratività senza dovermi reinventare ogni volta l’HTML 5 per iOS4, quello per Android, quello per Windows ecc?
– Soprattutto (e lo dico con la cognizione di causa di chi lavora nell’ambiente dello sviluppo di nuovi formati pubblicitari), se voglio render gratuita la mia app o quantomeno contenerne il prezzo, come cavolo faccio a fare soldi proponendo pubblicità da web del 1996, senza possibilità di veicolare contenuti creativi e multimediali a meno di modificare l’applicazione stessa?

Questi e tanti altri quesiti dovrebbero secondo me indurre qualche riflessione sul fatto che – sempre per citare Luca – dopo 15 anni abbiamo finalmente una piattaforma totalmente aperta, flessibile, creativa e potente (parlo del Web, ovviamente) e ora sembra che vogliamo tornare a una miriade di programmini chiusi, limitati e a compartimenti stagni o quasi. Onestamente non ne vedo molto il senso. Oltre al fatto che – per me che non sono più un giovincello di primo pelo – le applicazioni erano i cosidetti “programmi” che giravano solo in locale. Cosa che ha in effetti ancora molto senso. Per i giochi, ad esempio.

Chiudo poi con un interrogativo sui numeri: un recente studio della Chetan Sharma Consulting afferma che nel 2012 ci saranno globalmente qualcosa come 50 miliardi di download di applicazioni e che il mercato varrà circa 17,5 miliardi di dollari. Ovvio che una grossissima parte di questi ricavi andrà ai distributori (agli App store, tanto per capirci) e anche ammesso e non concesso che vi sia una certa concentrazione degli sviluppatori, rimane il fatto che le app prodotte per generare un tale fatturato sono ormai centinaia di migliaia (forse oltre il milione, considerando le diverse versioni) e che la revenue pro-app alla fine non è comunque granché… Il mio timore è cioè che il mercato sia sì enorme ma talmente frammentato da lasciare pochissimi margini ai produttori – come dire che il negoziante guadagna un sacco sui volumi derivanti dalla vendita delle scarpe di 50 artigiani diversi ma gli artigiani stessi alla fine non ci campano. E, com’è ovvio, un sistema di questo tipo alla lunga non regge.
Staremo a vedere.

Idee e capacità vs tecnologia

January 26th, 2011 No comments

Stavolta ringrazio Luca Di Cesare per avermi segnalato questo video/demo (che ri-pubblico con colpevole ritardo) di un utilizzo molto avanzato delle possibilità date da Google Docs. Molti dei commenti al video sono piuttosto scettici ma al di là della veridicità della cosa, credo che il messaggio vero sia un altro: molto spesso buone idee e conoscenze approfondite di uno strumento relativamente semplice e gratuito compensano ampiamente la mancanza di uno strumento molto avanzato e sofisticato, che non serve a nulla senza idee, fantasia e soprattutto capacità di utilizzarlo:

In un certo senso è il sequel del video che postai qualche tempo fa: “Come non usare power point:-)

La storia digitale della natività

December 20th, 2010 No comments

Ho ormai poco tempo per aggiornare il blog, quindi stavolta la butto sul facile e sul veloce: sta girando in questi giorni vicino al Natale un virale carino che interpreta “digitalmente” la storia della natività.
Questo per dire semplicemente… Buon Natale a tutti!

Una vita su Facebook

November 13th, 2010 No comments

Divertente video fra la metafora e il neo-realismo cinematografico.Tutta la propria vita (o quasi) trasferita sulla virtualità di Facebook. Un’esagerazione in alcuni casi ma nemmeno poi tanto in altri. Da far riflettere (anche me). Enjoy.

The web is… Il futuro continuato – Lavoro nuovo, visione classica

November 6th, 2010 2 comments

Proprio al mio esordio nei miei nuovi panni lavorativi (dall’ inizio di novembre sono il nuovo country manager italiano di Weborama, oltre che di Adrime – acquisita dalla prima a inizio anno), sono stato intercettato allo IAB Forum dalla troupe di Speakerweb.tv, che mi ha fatto un paio di domande molto generiche – per evidenti ragioni di contesto – su che cosa è il web secondo me e quali sono i progetti per il futuro di Weborama – Adrime.
Al di là del mio imbarazzo (parlare dei massimi sistemi della società per cui lavori da meno di un giorno non è esattamente facilissimo), al di là dell’eloquio non brillantissimo, le luci pessime e il mio viziaccio di non riuscire a rimanere fermo davanti alla telecamera, sono abbastanza contento di constatare che l’andamento del mercato ha confermato quella che è la mia visione dello stesso da qualche anno a questa parte (o viceversa, se preferite): il web – o meglio Internet, che senno’ Chris Anderson si arrabbia – è un ambiente estremamente flessibile, dove tanti tipi di approcci comunicativi sono possibili (dall’awareness alla performance pura) e sempre più lo saranno. Basta non cadere nel solito errore di voler fare tutto tutto assieme e con gli stessi strumenti e approcci. Se si vuole fare awareness, si può e ci sono gli strumenti per farlo molto bene. Se si vuole lavorare in direct response, altrettanto, ma con strumenti diversi. Ovviamente le aree di sovrapposizione e sconfinamento sono tante – anche in Svizzera ci sono molte persone che parlano italiano e in Italia persone che parlano tedesco; ma alla fine i due stati rimangono ben separati. Basta, detta semplicemente, avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Ecco perché – ok, vai di auto-promozione – la mia scelta lavorativa è andata esattamente in questa direzione: approccio aperto, flessibilità estrema e strumenti adatti per le diverse situazioni. Sperando che (e qui di nuovo mi do’ del presuntuoso da solo) la mia visione e l’andamento del mercato continuino a corrispondere ancora per un po’ di anni.

Paolo Romani nuovo ministro dello sviluppo economico. Degli anni ’80

October 4th, 2010 No comments

E’ notizia di oggi che Paolo Romani, fino ad ora vice-ministro dello sviluppo economico con delega alle comunicazioni, è stato “promosso” a ministro.
Non commento la persona, che non conosco e non posso giudicare. Cito però un paio di cose.

1) La sua carriera: nel 1976 fonda Milano Tv, poi trasformatasi in Rete A, di cui è direttore generale fino al 1985. Dal 1986 al 1990 è amministratore delegato di Telelombardia. Nel 1990 è editore di Lombardia 7, emittente che cede nel 1995 dopo essere stato eletto deputato con Forza Italia, di cui sarà coordinatore regionale per la Lombardia dal 1998 al 2005.

2) Una sua risposta data in un contesto semi-istituzionale quale è l’annuale IAB Forum, riguardo alla (mancata) digitalizzazione del paese contrapposta alla presunta avanguardia decretata dall’adozione a tappe forazate del digitale terrestre televisivo: non ricordo testualmente le parole ma era qualcosa come “In un paese come il nostro l’importante è cominciare da qualche parte. Anche se televisivo, sempre di digitale si tratta. Da lì a tutto il resto il passaggio è breve”

Per inciso, Paolo Romani è anche quello che, sempre allo IAB Forum, ha cianciato per due anni di fila di 800 Milioni di Euro messi a disposizione dal governo tramite il CIPE per la diffusione della banda larga in Italia. 800 milioni che, ovviamente, sono miracolosamente spariti (sia fisicamente che dall’agenda politica).

Ecco, se questo governo/paese pensa che lo sviluppo economico possa essere portato avanti da un ultrasessantenne geronto-televisivo contafiaberlusconiano, siamo messi bene. Proprio bene.

Video killed the radio star and apps killed the web?

October 4th, 2010 1 comment

Riprendo dopo qualche tempo la segnalazione di alcuni miei (ormai ex) colleghi di questo articolo di Chris Anderson, secondo il quale il web (nel senso di pagine HTML decodificate da un browser) verrà soppiantato da altro, ovvero dalle varie applicazioni (che sono prevalentemente ma non necessariamente ed esclusivamente le cosiddette apps) che sempre più stanno prendendo piede sulla rete e che si basano su Internet (ovvero il protocollo TCP/IP).

Ora, la questione è piuttosto spinosa, soprattutto per persone come me che lavorano sul web da una vita, poiché si tratta di scommettere sul futuro. Ovvero: è meglio lasciar perdere totalmente il WWW perché verrà soppiantato dalle applicazioni oppure anche tutto ciò che ho sempre fruito tramite Explorer, Firefox, Safari, Opera e compagnia bella ha un qualche tipo di futuro?
Sicuramente alcune affermazioni di Anderson sono vere (la percentuale di traffico su internet veicolato dal web sta scendendo drammaticamente, sicuramente il numero di siti che sopravvive ai primi anni di vita segue il trend di qualunque attività imprenditoriale – dicono che statisticamente una start-up ha il 75% di probabilità di fallire – ed è sicuramente vero che l’accesso a Internet avverrà sempre più da mobile, ovvero tramite le applicazioni). A mio avviso vanno però tenuti in considerazione alcuni fattori, spesso talmente auto-evidenti che vengono dati per scontati.

Anzitutto, analizzando il grafico riportato qui sopra (che avallerebbe le tesi di Anderson), appare evidente come molti dati siano piuttosto complicati da interpretare o più semplicemente come possano avere una duplice valenza. Se ad esempio prendiamo in considerazione la voce “video”, ci troviamo di fronte a un fenomeno lapalissiano, ovvero una crescita esponenziale. Il punto è però capire tramite cosa tutto questo video viene fruito: dal grafico non taspare ma mi pare lecito pensare che il caro vecchio browser faccia ancora la parte del leone. Certo, le applicazioni Youtube si stanno diffondendo ampiamente, così come il loro utilizzo; credo però che ancora per lungo tempo ci saranno un sacco di persone che continueranno a digitare un bel www. qualcosaqualcosa per andare a vedersi i video in rete.
Discorso analogo per tutto ciò che è “social”: le applicazioni Facebook sono funzionali e carine ma per il momento io preferisco ancora scrollarmi una bella pagina web, godermi le immagini sul mio monitor 23 pollici e avere la comodità di una tastiera da desktop piuttosto che imprecare sulle dimensioni delle mie dita quando continuo a fare refusi nel digitare sulla micro-tastierina del mio smartphone touch-screen.

Al di là delle specifiche applicazioni corrispondenti agli specifici siti web che potrebbero eventualmente sostituirli, la questione più importante è, a mio modo di vedere, la gestione dell’imprevedibile, che col web funziona molto meglio che non con le applicazioni.
Mi spiego: le applicazioni vanno benissimo nel momento in cui so cosa voglio, sono abitudinario o comunque sono sicuro che il contenuto o l’informazione che mi servono sono rintracciabili all’interno delle applicazioni che ho installato o che mi installerò. Giusto per esemplificare, faccio riferimento alle principali applicazioni che ho installato sul mio telefono: per vedere dei video su Youtube, la sua app mi risulta comodissima; mediamente un paio di volte la settimana guardo le previsioni del tempo sull’applicazione de Ilmeteo.it, che ho preimpostata sulle città che mi interessano; prendendo frequentemente il treno, faccio molto prima a consultare l’applicazione creata da uno sviluppatore sconosciuto che non ad andare sul sito delle ferrovie; stessa cosa con Kayak per quel che riguarda i voli; già con Facebook per comodità uso l’app sul telefono ma la trovo meno funzionale del sito; oppure userò l’app di Google maps per orientarmi. E via così con tutte le cose che faccio di solito. E sottolineo “di solito”. Perché, si sa, l’essere umano è abitudinario. Anche nel caso dei siti web, credo che ciascuno di noi abbia mediamente quei 15-20 su cui trascorre il 90% del suo tempo in rete. Ed ecco che allora ha senso averne le applicazioni, poiché è comodo e funzionale avere le “mie” cose sempre a disposizione, magari configurate come piace a me.
A dimostrazione di ciò, vi sono i dati Nielsen sulle applicazioni più popolari sui diversi sistemi operativi mobile, che riporto qui di seguito. Ebbene, come si vede… sono sempre le stesse!
Semplificando all’estremo, penso si possa tranquillamente dire che le apps hanno preso o stanno prendendo il posto dei cari vecchi “preferiti” di browseriana memoria.
Il problema si pone però nel momento in cui ho bisogno di qualcosa che non rientra all’interno della sfera dell’abitudinario, ovvero che non posso o non sono sicuro di trovare all’interno dei programmini che mi sono installato sul desktop del pc o del telefonino. Come fare in quel caso? Penso che la risposta più ovvia sia semplicemente: uso il caro vecchio web, con il caro vecchio Google e con la cara vecchia navigazione tradizionale alla ricerca di quello di cui ho bisogno.
Di nuovo, esemplificando: se voglio vedere un video che però per uno strano caso della vita non trovo su Youtube ma solo su Vimeo, cosa faccio? Mi cerco, scarico e installo anche l’app di Vimeo? Difficile… Oppure: ammesso e non concesso che esista l’applicazione di Ticketone, se voglio assolutamente andare al concerto dei Green Day anche se non suonano in Italia, mi devo sciroppare l’app del gruppo stesso o dei corrispettivi esteri di Ticketone? Non credo, più probabilmente cercherò su Google e andrò a comprare i biglietti sul sito come ho sempre fatto.
Al di là di questi casi estremi di ricrche specifiche riguardo alle quali le applicazioni possono non rispondere in maniera esaustiva, come la mettiamo con le classiche ricerche “random”? Se ad esempio – come è già successo – mi venisse lo sghiribizzo di cercare informazioni su un mio vecchio compagno di scuola che no è su Facebook, i posti pià facili dove trovarli probabilmente saranno dei classicissimi siti web, che saranno stati scansionati da Google o Yahoo! come è sempre avvenuto.
Al di là dei miei esempi spicci, vi è la semplicissima questione del numero di apps che una persona è in grado di gestire e “navigare” dal proprio pc: nel momento in cui diventano più di 30, siamo proprio sicuri che le userò sempre tutte o che più semplicemente mi ricorderò dell’esistenza delle ultime 3? E anche ammesso che abbia una memoria di ferro, conoscendomi troverò seccante doverle andare a ripescare tutte ogni volta nella loro posizione corretta. Più facilmente – come in effetti è sul mio telefono Android – tenderò a utilizzare le 10-12 che ho sulla prima pagina del mio desktop mobile. Per il resto continuerò ad aprire il mio browser e a navigare come ho sempre fatto.

In sintesi, penso di poter prevedere che in effetti sì, le apps eroderanno tantissimo il tempo speso dalle persone su Internet ma che per quel che riguarda il “numero di cose” fatte, continuerà a prevalere il web. In altre parole, penso che quest’ultimo rimarrà prevalente per la navigazione spot e/o random, mentre le prime prenderanno il posto dei già citati “preferiti” dei browser. Ma come al solito, chi vivrà vedrà.

L’evoluzione del giornalismo in Italia. Senza giornalisti.

October 1st, 2010 No comments

In questi giorni il CdR (Comitato di Redazione) del Corriere della Sera ha indetto uno sciopero per rispondere a un presunto attacco che il Direttore avrebbe mosso contro la loro categoria e le loro tutele. Sia il comunicato del CdR (visionabile per intero qui) che la lettera di De Bortoli (visionabile qui) sono a dispozione dei lettori, che si possono fare un’idea dei termini della questione.
Generalmente faccio fatica e non mi piace prendere una posizione netta ma in questo caso temo di dovermi schierare apertamente con De Bortoli. Che, consapevole – e dicendolo in maniera chiara – dei sacrifici che questo comporta, lancia un sasso senza nascondere la mano contro un sistema anacronistico che ancora domina il giornalismo italiano. Riporto, sottoscrivendo, testualmente un estratto saliente:

“Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.”

Nulla da ridire, anzi.

Per contro il CdR “ha votato due giorni di sciopero immediato e ha consegnato al Comitato di Redazione un pacchetto di ulteriori cinque giorni per rispondere all’attacco che il Direttore ha mosso contro le tutele e le regole …che garantiscono la libertà del loro lavoro e, di conseguenza, l’indipendenza dell’informazione che il giornale fornisce.

Forse – per dirla con le parole di Laura C. (che ringrazio) con tutele intendevano banalmente “privilegi”, visto che il web non inficia in alcun modo l’indipendenza del’informazione.

Temo che per molti aspetti anche l’alto giornalismo rispecchi la società italiana: pochi lungimiranti coraggiosi che tentato di perseguire la strada dell’innovazione, contrastati da una maggioranza di vecchi “baroni” totalmente refrattari al cambiamento e gelosissimi dei propri privilegi.
Ancora una volta: povera Italia!

Foursquare marketing, risultati e interpretazione dei dati

September 23rd, 2010 1 comment

Parlando di “nuove iniziative di marketing” utilizzando Foursqaure, c’è un lungo post su Brand Builder Blog che descrive e critica diffusamente tutta un’operazione fatta da McDonald’s in US che cercherò di riassumere qui di seguito.

– L’iniziativa: per un solo giorno McDonald’s ha messo in palio dei buoni da 5 o 10 Dollari per gli utenti di Foursquare che avessero fatto check-in in un loro ristorante durante quella giornata

– I risultati: secondo le dichiarazioni di Rick Wion – social media marketing director di McDonald’s – l’operazione ha avuto un successo incredibile, portando a un incremento delle visite ai punti vendita del 33% in quella singola giornata

– La verità: a quanto pare, il 33% di incremento è stato solo dei ceck-in su Foursquare, mentre il reale traffico sui punti vendita (cioè il reale numero di persone che sono entrate in un ristorante)… non è stato nemmeno misurato. Nota a margine, magari superflua ma importante: il check-in su Foursquare può essere fatto anche se siamo spaparanzati sul divano di casa a 5 isolati di distanza (ergo: non è per nulla significativo)

– Ulteriore appunto: Olivier Blanchard (autore del post su Brand Builder Blog) critica anche il fatto che Foursquare possa essere stato (ammesso e non concesso che i risultati reali siano stati altrettanto positivi) il “barbatrucco” a cui si è dovuto un così grosso successo. In effetti, il vero incentivo erano i buoni offerti, non tanto il fatto che li si potesse richiedere tramite l’utilizzo dell’applicazione. Anzi, probabilmente sarebbe stato più sensato usare dei semplici poster (riutilizzabili) fuori dai ristoranti che invitavano a partecipare alla promozione con un “solo per oggi”.
Al di là del racconto in se’ e delle critiche più o meno condivisibili di Olivier Blanchard, mi premeva tornare su un’annosa questione che spesso e volentieri è stata e continua ad essere trascurata dalle persone che si occupano di marketing, pubblicità e promozione: la misurabilità fine a se’ stessa. Come in questo caso, si tende spessissimo a misurare l’efficacia di un’operazione riferendosi allo strumento utilizzato e non al risultato finale portato. Ovvero: perché il presunto successo dell’operazione di McDonald’s è stato misurato in termini di check-in su Foursquare e non di panini venduti? Perché su internet si tende ancora a misurare il click-rate e non altro? Che senso hanno le campagne televisive di cui si misurano solo i risultati di comunicazione (i GRP, tanto per intenderci) e non le vendite portate? Perché, tanto per rifarmi al mio post precedente, una campagna di guerrilla viene ritenuta efficace nel momento in cui crea scalpore? E’ un po’ come se un contadino si dichiarasse soddisfatto di aver dato il 33% di colpi di zappa in più al suo campo rispetto al giorno precedente invece di prestare attenzione ai chili di verdura prodotti (o meglio ancora, ai chili di verdura venduti).

E’ chiaro che tutto deve partire da lì e che non si può prescindere dai risultati di comunicazione. Ma tali risultati devono poi essere tradotti in ROI tramite vari passaggi e tassi di conversione. Blanchard lo esemplifica molto bene con questo schemino che avrebbe applicato al caso McDonald’s:

Reach → Response → Visits → Foursquare Check-ins → Transactions → Revenue (then repeat)

Non è una cosa difficile e soprattutto tutti i punti sono misurabili. Come al solito, basta pensarci. E farlo.

Google Instant: chi se ne accorge?

September 9th, 2010 No comments

Per quelli che non sapessero cos’è, per quelli che non l’avessero ben capito o più semplicemente per quelli a cui non funziona (per questioni di banda, di log-in o altro), qui di seguito un video molto esplicativo di quello che succede nel compiere ricerche con Google Instant:

In pratica è la versione ultra-evoluta del completamente automatico, dove oltre a suggerire il completamento della query, Google comincia subito col far comparire in modo dinamico i risultati corrispondenti al completamento suggerito. In pratica quello che già succede ad esempio su Facebook quando si ricercano gli amici o i contatti.
Tecnicamente non una grandissima rivoluzione (nel senso che sulla carta tutto ciò era possibile già da un sacco di tempo) ma probabilmente tecnologicamente uno sforzo di portata notevolissima (un conto è smistare dinamicamente una lista ristretta di amici, altro conto è fare la stessa cosa con quello che praticamente è assimilabile allo scibile umano). Tutto molto bello. L’unica cosa che mi chiedo è se davvero uno sforzo così ingente sia valso la pena: sicuramente in alcuni casi (ma non in tutti), l’utente può guadagnare qualche istante. Ma questo istante verrà percepito come valore aggiunto? E soprattutto, le ricerche non rischiano di subire la sindrome dell'”aiutino da casa”? Google sta diventando uno strumento push, dopo essere stato per anni lo stereotipo dello strumento pull? Tradotto: se dall’essere il fine psicologo che sapeva interpretare al meglio che cosa stavo cercando, adesso mi diventa il suggeritore oscuro di quello che cerco e quello che mi serve, non si rischia di scadere un po’ nella dietrologia della forzatura commerciale? Anche perché, come sopra accennato, al momento per poter usufruire di questo servizio bisogna essere loggati. E, si sa, Google con le informazioni personali e comportamentali messe assieme ci va a nozze. Poi ovviamente se tutto questo porta a un miglior servizio, ben venga. Però il confine con il puro scopo di lucro è abbastanza labile. Sono curioso, molto curioso…

I trend globali del social media in una schermata

August 29th, 2010 2 comments

Stavolta ringrazio Lucina per aver segnalato il “Global Web Index lite”, un piccolo tool aperto a chiunque voglia avere degli insight al volo sul panorama globale dei social media. Pochi dati non approfonditissimi (su motivazioni d’uso, attività svolte, grado di coinvolgimento, percezione della pubblicità ecc.) ma comunque omogenei – ergo confrontabili tra di loro sui diversi paesi – e aggiornati a inizio 2010. Data la difficoltà che ben conosco di reperire dati di questo tipo, condivido volentieri qui di seguito.