Archive

Archive for the ‘Futuro’ Category

Fine di un’era e ora di ricominciare. Da noi stessi.

November 13th, 2011 No comments

Berlusconi ha dato le dimissioni. Bene. E’ finita un’era? Non è detto. Ovviamente spero di sì ma chi ha letto i miei post precedenti al riguardo (http://www.carnazza.com/2011/02/il-paese-immobile-perche-litalia-merita-il-berlusconismo/) sa bene che non ho mai creduto nella teoria del grande vecchio e soprattutto ho sempre ritenuto Berlusconi come un prodotto dell’Italia contemporanea e non viceversa. Allo stesso modo spero quindi che le sue dimissioni siano solo il sintomo dell’inizio di un cambiamento e non un fatto isolato. Forte, storico, significativo e necessario finché si vuole ma non sufficiente. Perché tante cose che venivano attribuite al berlusconismo in realtà gli pre-esistevano. Tante caratteristiche poco lusinghiere dell’italianità sono sempre state presenti. Certo, i governi arruffoni e populisti degli ultimi vent’anni hanno l’innegabile colpa di non aver fatto nulla per contrastare quello che spesso è malcostume popolare, che in quanto tale trascende governi, partiti, ideologie. Che al governo vi sia Berlusconi, Prodi, D’Alema, Bersani, Renzi, Mussolini, Stalin o Mazinga Z, l’italiano medio è sempre stato e – temo – sempre sarà impregnato di abitudini, atteggiamenti e cultura personale che lo spingono ad agire contro il buon senso e soprattutto contro il senso civico e dello stato. Contro questo atteggiamento ci vuole sicuramente una leadership forte e autorevole che indichi la strada e dia il buon esempio ma ci vuole soprattutto una presa di coscienza collettiva che non può prescindere da quella individuale. Detta in altri termini, è ora di ricominciare da noi stessi. E’ ora di arrivare a dire “Ma lo Stato dov’è? Lo Stato cosa fa?” solo dopo che ognuno personalmente ha fatto tutto il possibile per essere migliore, aiutare se’ stesso e gli altri. Ognuno si deve impegnare individualmente. Io primo fra tutti. Con poche, piccole ma significativissime cose.

Io mi impegnerò a rispettare lo Stato e le sue leggi perché anche se le trovo ingiuste o insensate, infrangendole divento ingiusto e insensato anch’io e il tutto diventa lo scontro tra due torti. Se voglio che qualcosa cambi devo dare il buon esempio con una condotta esemplare e lottando perché con gli strumenti della democrazia (leggi, referendum, informazione, cultura) quello che trovo ingiusto venga cambiato in maniera organica dal suo interno.
Io mi impegnerò a pagare sempre tutte le tasse, perché anche se le trovo troppo alte e inique, è l’unico modo che ho per poter chiedere qualcosa allo Stato a buon diritto e con la coscienza pulita. Soprattutto è uno degli elementi indispensabili per uscire dal circolo vizioso delle tasse troppo alte, che producono evasori, che producono tasse ancora più alte per chi le paga, la qual cosa produce altri evasori e così via.
Soprattutto mi impegno a non sentirmi scemo perché sono uno dei pochi che paga sempre e tutto. Mi impegno a ignorare quelli che mi dicono che “tanto poi non te ne viene nulla perché si mangiano tutto quelli della politica”. Perché anche se è sempre stato così non è un buon motivo perché questo non possa cambiare. Perché se non ci si crede non cambierà mai per forza. A costo di sentirsi dare degli scemi.
Io mi impegnerò a rispondere che “Io sono scemo ma tu sei un farabutto” a quelli che mi ritengono stupido se mi comporto secondo legalità. Andrò a letto un po’ seccato e frustrato ma con la coscienza pulita.
Io mi impegnerò a richiedere sempre fattura o scontrino a fornitori o negozianti. Perché mi impegnerò a ricordarmi che non è vero che sono fatti loro se evadono. Perché i soldi che evadono sono anche miei. Sono soldi che lo stato dovrebbe reinvestire in servizi e infrastrutture per me. Per cui se il comune mi dice che non ci sono soldi per riparare le buche nella strada sotto casa mia è anche colpa mia. E’ anche colpa mia che non ho chiesto lo scontrino al negoziante vicino all’ufficio. Che quindi non ci ha pagato sopra le tasse. Che quindi non sono state redistribuite in servizi e infrastrutture che comprendono il rifacimento delle strade. Ovvio che non è solo colpa mia. E’ colpa di quel me stesso moltiplicato per milioni che da’ come risultato la popolazione italiana e una cifra spropositata di soldi persi.
Io mi impegnerò a continuare a indignarmi per i grandi evasori e i grandi criminali ma contemporaneamente mi impegnerò a non dimenticare che i principi, i diritti e i doveri sono uguali per tutti. Che i piccoli evasori non commettono reati meno gravi solo perché non se lo possono permettere. L’evasione è l’evasione, il crimine è il crimine.
Io mi impegnerò a non ragionare in modo da far diventare regola quelle che sono eccezioni. Perché è questo uno dei problemi maggiori dell’Italia: dieci milioni di “Evabbè, che vuoi che sia” rispetto a una piccola infrazione fanno uno sfacelo. Se io non lascio il bigliettino coi miei riferimenti dopo aver involontariamente urtato e rigato la macchina di qualcun altro, sono (facciamo finta) 200 Euro di danni non pagati e sostanzialmente di furto, che tendiamo a considerae innocente. E’ una cosa successa a tutti (o quasi) nella vita. Ma appunto per questo se moltiplichiamo quei 200 Euro per dieci milioni di possibili casi, ecco che abbiamo 2 miliardi di Euro bruciati in “Evabbè, che vuoi che sia”.
Io mi impegnerò a non gettare cartacce e mozziconi per terra e a riprendere chi lo fa, perché il mio mozzicone non è un “Evabbè, cosa vuoi che sia” ma è una parte di quello schifo che sono le decine di milioni di cartacce e mozziconi che imbrattano le nostre città tutti i giorni.
Io mi impegnerò – finché me lo posso permettere – a non comprare una casa che è palesemente stata costruita sui mattoni dell’abusivismo, delle tangenti e della corruzione. Lo so, non tutti si possono permettere di discriminare ma io che sono un privilegiato mi ci posso impegnare.
Io mi impegnerò a non utilizzare l’auto (che peraltro non ho) se non è strettamente necessario e ad utilizzare i mezzi pubblici tutte le volte che posso. Per non impigrirmi e non inquinare. Soprattutto, se mai la comprerò, mi impegnerò a considerare “di lusso” una macchina ibrida o comunque ecologica e non quei maledetti SUV inquinanti, ingombranti e – diciamocelo – parecchio burini.
Io mi impegnerò a spegnere la luce ogni volta che l’illuminazione artificiale non è necessaria, ogni volta che esco da una stanza e ogni volta che vedo una stanza vuota anche se non l’ho accesa io. E mi impegnerò a fare lo stesso con il riscaldamento e l’acqua.
Io mi impegnerò – ora che è compito mio – a cercare di dare stipendi equi a chi lavora per me e a sfruttare i contratti “deboli” (gli stage, i progetti, i tempi determinati) per quello a cui servono veramente, ovvero valutare e formare, e a trasformarli in contratti “forti” non appena ne avrò la possibilità. Io mi impegnerò a mantenere l’azienda sana e ad assumere persone quando ce lo possiamo permettere, non quando voglio scommettere e rischiare sulla pelle di qualcun altro. Io mi impegnerò a considerare il mio ruolo di responsabilità come tale e non come un privilegio: il capo prende decisioni a parità di altre variabili e se ne prende le resonsabilità, indica la direzione e consiglia i più giovani, per il resto è al servizio di chi lavora per lui, per fare in modo che gli altri possano lavorare al meglio ed essere il più possibile contenti di farlo.
Soprattutto, se mai mi dovessi dare alla politica, mi impegnerò a ricordarmi che essa è soprattutto un onere e non un onore: se dovessi mettermi al servizio dello Stato mi dovrò ricordare che di servizio si tratta, che devo fare gli interessi degli altri e non i miei. Perché fare politica dovrebbe essere un sacrificio, non un privilegio. Chi la fa dovrebbe mettersi il saio, non andare in giro con le auto blu. Chi la fa dovrebbe dare il buon esempio andando al supermercato cercando di gestire 1000 Euro al mese, perché solo così si possono capire i problemi della “gente”. Pagare tre Euro per un primo alla buvette con uno stipendio da 10.000 ho come idea che ti estranei un po’ dalla realtà…
Soprattutto, cercherò di impegnarmi a votare chi mi darà garanzia che la strada sotto casa mia sarà riasfaltata e che mio figlio potrà andare in un asilo decente piuttosto che dare la mia fiducia a chi mi convince che l’altro è “il male” perché 40 anni fa faceva parte dei movimenti studenteschi di una sedicente destra o di una ormai morta sinistra.
Mi impegnerò, davvero, ad essere una persona migliore e a cercare di farlo prima degli altri perché se aspetto “gli altri” temo che di migliore non arriverà mai niente.

Aggiornamenti sul mercato mobile – Arriva Nokiasoft. Durerà?

February 13th, 2011 No comments

Dopo l’annuncio della partnership di Nokia e Microsoft per lo sviluppo dei prossimi smartphone (come già scritto a suo tempo, Symbian va in pensione), si va profilando un nuovo scenario nel mercato mobile mondiale. O forse no. Perché Nokia cerca di evitare il declino associandosi al peggior sistema operativo presente sul mercao (Windows phone). Qualcuno sostiene che sia per poter dettar legge in casa di chi non ha competenze ma i soldi per svilupparle. Io ritengo sia semplicemente una mossa sbagliata. Ma come al solito sarà il mercato a giudicare. Per inciso, chi volesse avere una panoramica aggiornata del suddetto mercato, può andare a leggersi questo bel post di Seba, dove vengono forniti numeri, statistiche e novità. Esauriente e molto istruttivo.

Morte delle (internet) apps?

January 27th, 2011 2 comments

Più volte su questo blog ho espresso la mia perplessità riguardo al futuro delle apps e soprattutto riguardo alla mortifera previsione di Chris Anderson sul destino del web. Da una parte sostenevo l’ingestibilità di tutta l’informazione di cui ho bisogno tramite molteplici apps, che non fanno altro che complicarmi la vita nel momento in cui esco dal seminato dell’abitudine. Dall’altra, trattandosi sostanzialmente di mondi “chiusi”, ponevo la questione della sostenibilità di un unico conenuto (una notizia, tanto per esemplificare) per veicolare la quale ho bisogno di sviluppare tantissimi conenitori diversi (apps differenti per device diversi per molteplici sistemi operativi).
Ora, ancora una volta Luca Lani mi viene incontro, ripubblicando i dati di vendita delle versioni per iPad dei principali magazine americani: un disastro su tutta la linea.
In giro per la rete ho letto tantissime opinioni di un sacco di persone che cercavano le motivazioni di una tale disfatta: la maggior parte di esse erano da ricondurre al prezzo del contenuto fruito tramite app e/o alla praticità del device.
Io onestamente sono anche in questo caso d’accordo con Luca e più nello specifico credo si debba riflettere su alcuni aspetti di fondamentale importanza, per lo più riconducibili al buon senso e alla normalissima natura umana piuttosto che a macro-fenomeni sociali da interpretarsi tramite disquisizioni filosofiche:

– Se esiste sia una versione app che una web del mio quotidiano preferito, dove la prima è a pagamento e la seconda gratuita, perché mai dovrò scegliere di spendere soldi per qualcosa che posso avere gratis?
– Se voglio leggere il Corriere della Sera e poi LaRepubblica, perché mi devo scaricare due applicazioni differenti (che probabilmente avranno anche due interfacce differenti), aprirne una per poi chiuderla ed aprire l’altra, quando posso invece rimanere sempre all’interno del mio browser e limitarmi a digitare un nuovo indirizzo e a cliccare sui diversi link?
– Perché se voglio condividere un articolo con i miei amici di Facebook con un browser devo mediamente fare un click mentre dall’interno di una app mediamente non lo posso proprio fare?
– Perché, ancora una volta, ammesso e non concesso che l’iPad sia il device di comunicazione del futuro, devo pagare dei programmatori per “costringere” i miei contenuti all’inerno di un’applicazione da sviluppare poi su tutti gli altri tablet quando con l’HTML 5 ottengo risultati uguali o migliori in termini di resa, interattività e cratività senza dovermi reinventare ogni volta l’HTML 5 per iOS4, quello per Android, quello per Windows ecc?
– Soprattutto (e lo dico con la cognizione di causa di chi lavora nell’ambiente dello sviluppo di nuovi formati pubblicitari), se voglio render gratuita la mia app o quantomeno contenerne il prezzo, come cavolo faccio a fare soldi proponendo pubblicità da web del 1996, senza possibilità di veicolare contenuti creativi e multimediali a meno di modificare l’applicazione stessa?

Questi e tanti altri quesiti dovrebbero secondo me indurre qualche riflessione sul fatto che – sempre per citare Luca – dopo 15 anni abbiamo finalmente una piattaforma totalmente aperta, flessibile, creativa e potente (parlo del Web, ovviamente) e ora sembra che vogliamo tornare a una miriade di programmini chiusi, limitati e a compartimenti stagni o quasi. Onestamente non ne vedo molto il senso. Oltre al fatto che – per me che non sono più un giovincello di primo pelo – le applicazioni erano i cosidetti “programmi” che giravano solo in locale. Cosa che ha in effetti ancora molto senso. Per i giochi, ad esempio.

Chiudo poi con un interrogativo sui numeri: un recente studio della Chetan Sharma Consulting afferma che nel 2012 ci saranno globalmente qualcosa come 50 miliardi di download di applicazioni e che il mercato varrà circa 17,5 miliardi di dollari. Ovvio che una grossissima parte di questi ricavi andrà ai distributori (agli App store, tanto per capirci) e anche ammesso e non concesso che vi sia una certa concentrazione degli sviluppatori, rimane il fatto che le app prodotte per generare un tale fatturato sono ormai centinaia di migliaia (forse oltre il milione, considerando le diverse versioni) e che la revenue pro-app alla fine non è comunque granché… Il mio timore è cioè che il mercato sia sì enorme ma talmente frammentato da lasciare pochissimi margini ai produttori – come dire che il negoziante guadagna un sacco sui volumi derivanti dalla vendita delle scarpe di 50 artigiani diversi ma gli artigiani stessi alla fine non ci campano. E, com’è ovvio, un sistema di questo tipo alla lunga non regge.
Staremo a vedere.

5 previsioni in controtendenza sul mercato mobile per il 2011 – Post semi-scopiazzato

December 26th, 2010 No comments

Tramite il blog di Luca Lani, ho “scoperto” queste 5 previsioni di Jamie Hall sul mercato del mobile nel 2011. Dato che sostanzialmente concordo su tutta la linea, le riporto testualmente (a volte “condividere” è un bell’eufemismo usato al posto di “scopiazzare” ma io lo faccio con orgoglio), aggiungendo il mio commento sul blog di Luca.

Le 5 previsoni:

1) The mobile browser is the new black . HTML is back and it’s the new app
Il motivo indicato  è quello dell’utilizzo ormai imminente di HTML5  che permetterà  di gestire animazioni, video, graphic UI, con grande facilità.  Ma sopratutto sarà standard tra le varie piattaforme (android, iOS, etc) e quindi comodo per gli sviluppatori da produrre (lo fai una volta per tutti).

2) Mobile social gaming will expand beyond Apps into the browser.
E’ una conseguenza della prima previsione: l’attuale  frammentazione delle piattaforme mobile e la loro incomunicabilità non permette di giocare con gli amici. Solo il browser gaming lo permette, e quindi lì è il futuro, anche  nel mobile

3) 2011 – The year of in-content mobile commerce
Si tratta delle famose valute virtuali e nuovi sistemi di micro-pagamento tramite cellulare. Di nuovo, se riesco a integrare tutto in un unico device e un unico sistema, perché non allargare anche al pagamento, che fondamentalmente già esiste?

4) Cuadrados Cuatro? Latinos will define the next great U.S. mobile service
Questa previsione è molto U.S. – centric. Niente di che, direi, semplice questione di numeri

5) Google’s biggest competitor won’t be Apple, it will be Google
Hall sostiene che nonostante tutto Android nel 2011 vincerà su Apple, perchè Android è distribuito da più produttori hardware e non è chiuso come iOS. Ma la frammentazione è a sua volta un potenziale pericolo anche per google, ed inoltre  google  fatica ormai a seguire tutti i filoni che sta aprendo.

Come detto, direi che sono fondamentalmente d’accordo su tutto. Soprattutto, in virtù del lavoro che faccio (piattaforme di distribuzione e tracciamento della pubblicità online), credo e spero nei primi due punti, dato che la frammentazione dei sistemi operativi e delle applicazioni fa diventare matti tutti. In questo momento stiamo sviluppando nuove soluzioni per la distribuzione del rich media sul mobile e confermo che sia noi che concessionarie ed editori stiamo puntando per lo più sui due “ciccioni” del mercato (iOS e Android) in abbinata con l’HTML5. Il mondo delle apps è meraviglioso ma troppo chiuso e dispersivo per poter sviluppare qualcosa per tutti e temo che molto difficilmente possa entrare nella logica della scalabilità.
Ergo, al di là di tutti i bei discorsi sociologici sull’avanzata delle apps rispetto al browsing, penso proprio che come al solito sarà il denaro a guidare il tutto (= prenderà piede quello che mi costa meno – una sola versione per tutti – e che mi rende di più – tutti pagano poco per una cosa che ho prodotto una volta sola).

L’Italia che ancora resiste e spera – Post fuori dalle righe

November 18th, 2010 No comments

Anche se ho sempre un po’ paura di scrivere di qualcosa che esula da marketing, web, tecnologia e via discorrendo perché so che parlando di attualità, politica e società si diventa più soggettivi, anche stavolta mi lascerò andare a qualcosa di un pochino più vicino all’Italia di oggi. Ho visto su Youtube l’intervista fatta da Serena Dandini a Carlo Azeglio Ciampi e mi sono commosso. Sia per la tenerezza di questo signore di novant’anni che si emoziona nel parlare dei 64 anni passati con la moglie ma soprattutto per la figura a tutto tondo e l’immagine che ha dato, che secondo me rispecchiano molto l’Italia di oggi: un uomo vecchio, un po’ stanco e tremolante ma di una lucidità impressionante. Un uomo deluso dall’Italia in cui si ritrova ma che ancora riesce a parlare di forza e di speranza. Un uomo che, nonostante tutto, non si arrende e che ancora ci crede e spera.
Sarebbe bello che tutti i giovani italiani vedessero quest’intervista e la prendessero come un esempio e una raccomandazione del vecchio nonno saggio, dal passato esemplare e dalla visione del futuro chiara e speranzosa. Ne vale davvero la pena.
Eccola.

The web is… Il futuro continuato – Lavoro nuovo, visione classica

November 6th, 2010 2 comments

Proprio al mio esordio nei miei nuovi panni lavorativi (dall’ inizio di novembre sono il nuovo country manager italiano di Weborama, oltre che di Adrime – acquisita dalla prima a inizio anno), sono stato intercettato allo IAB Forum dalla troupe di Speakerweb.tv, che mi ha fatto un paio di domande molto generiche – per evidenti ragioni di contesto – su che cosa è il web secondo me e quali sono i progetti per il futuro di Weborama – Adrime.
Al di là del mio imbarazzo (parlare dei massimi sistemi della società per cui lavori da meno di un giorno non è esattamente facilissimo), al di là dell’eloquio non brillantissimo, le luci pessime e il mio viziaccio di non riuscire a rimanere fermo davanti alla telecamera, sono abbastanza contento di constatare che l’andamento del mercato ha confermato quella che è la mia visione dello stesso da qualche anno a questa parte (o viceversa, se preferite): il web – o meglio Internet, che senno’ Chris Anderson si arrabbia – è un ambiente estremamente flessibile, dove tanti tipi di approcci comunicativi sono possibili (dall’awareness alla performance pura) e sempre più lo saranno. Basta non cadere nel solito errore di voler fare tutto tutto assieme e con gli stessi strumenti e approcci. Se si vuole fare awareness, si può e ci sono gli strumenti per farlo molto bene. Se si vuole lavorare in direct response, altrettanto, ma con strumenti diversi. Ovviamente le aree di sovrapposizione e sconfinamento sono tante – anche in Svizzera ci sono molte persone che parlano italiano e in Italia persone che parlano tedesco; ma alla fine i due stati rimangono ben separati. Basta, detta semplicemente, avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Ecco perché – ok, vai di auto-promozione – la mia scelta lavorativa è andata esattamente in questa direzione: approccio aperto, flessibilità estrema e strumenti adatti per le diverse situazioni. Sperando che (e qui di nuovo mi do’ del presuntuoso da solo) la mia visione e l’andamento del mercato continuino a corrispondere ancora per un po’ di anni.

Arriva finalmente HP Slate – Il tablet con le funzioni del PC ma senza connessione 3G

October 23rd, 2010 2 comments

Verrà finalmente lanciato in America lo Slate di HP, ovvero un altro rivale dell’ormai notissimo iPad. “Finalmente” perché era stato annunciato parecchi mesi fa ma il lancio vero e proprio è stato rimandato varie volte a causa di presunti problemi legati a ciò che lo differenzia rispetto ai concorrenti: il sistema operativo Windows 7, che lo rende sostanzialmente assimilabile a un PC.

Evidentemente risolti tali problemi, sembra che verrà immesso sul mercato americano a 799$, un prezzo decisamente più alto ma che per l’appunto riflette un posizionamento differente, rivolto all’utenza business che, visto il software che monta, ora lo potrà utilizzare anche per lavorare, ne’ più ne’ meno come un vecchio laptop. Le caratteristiche che leggo in giro sono: Windows 7, schermo da 8.9 pollici, risoluzione di 1024×600, processore Intel Atom Z540 da 1.86 GHz, 2 Giga di RAM, 64 Giga di SSD, full HD, Wi-Fi ma – incredibilmente – nessuna connessione dati 3G.

Se da una parte ho pensato “finalmente!” di fronte alla notizia che qualcuno aveva pensato a un tablet sul quale girasse tranquillamente anche Office (i.e. col quale si potesse anche lavorare perché – diciamoci la verità – l’iPad e il Samsung Galaxy Tab sono dei bei giocattoli e dei meravigliosi lettori multimediali ma non molto di più), dall’altra sono molto molto perplesso di fronte alla scelta di non dotarsi diuna connessione 3G e/o della possibilità di telefonare. Se dispositivo mobile deve essere, che abbia tutte le dotazioni della mobilità, no? Come al solito il mercato darà il suo giudizio ma onestamente mi aspetto che quantomeno nella versione 1.1 lo Slate avrà una bella connettività estesa. Pena: il flop.

Un reality check dell’economia contemporanea – Video lungo in inglese

October 7th, 2010 No comments

Interessantissimo speech di Tim Jackson su sviluppo sostenibile, debito pubblico e privato, economia della decrescita e molti altri aspetti legati al modello economico vigente dal secondo dopoguerra. In inglese e un po’ lungo ma pieno di spunti di riflessione.

Per chi fosse interessato, Tim Jackson ha pubblicato il rapporto “Prosperity without growth?”, liberamente accessibile (in inglese) a chiunque. Lo potete scaricare in pdf cliccando qui.
Un condensato dell’economia della decrescita qui.
Posto che i modelli alternativi non sono ancora chiarissimi (nel senso che la filosofia e l’approccio lo sono ma le attuazioni concrete sono tutte da discutere), è interessante provare a immaginare un sistema che tenga in considerazione la sostenibilità ecologica e sociale di tutte le sue parti e che non veda la crescita del PIL come un obiettivo ma come – eventualmente – una conseguenza. Non facile, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che quello attuale parte (o giunge) da un circolo vizioso che da un punto di vista sociale ci spinge a “spendere soldi che non abbiamo per comprare cose di cui non abbiamo bisogno per creare impressioni che non dureranno su persone di cui non ci importa”. Temo che, al di là del sistema economico di per se’, la cosa più difficile sarà scardinare quello sociale.

We spend money we don’t have on things we don’t need to create impressions that won’t last on people we don’t care about.

Paolo Romani nuovo ministro dello sviluppo economico. Degli anni ’80

October 4th, 2010 No comments

E’ notizia di oggi che Paolo Romani, fino ad ora vice-ministro dello sviluppo economico con delega alle comunicazioni, è stato “promosso” a ministro.
Non commento la persona, che non conosco e non posso giudicare. Cito però un paio di cose.

1) La sua carriera: nel 1976 fonda Milano Tv, poi trasformatasi in Rete A, di cui è direttore generale fino al 1985. Dal 1986 al 1990 è amministratore delegato di Telelombardia. Nel 1990 è editore di Lombardia 7, emittente che cede nel 1995 dopo essere stato eletto deputato con Forza Italia, di cui sarà coordinatore regionale per la Lombardia dal 1998 al 2005.

2) Una sua risposta data in un contesto semi-istituzionale quale è l’annuale IAB Forum, riguardo alla (mancata) digitalizzazione del paese contrapposta alla presunta avanguardia decretata dall’adozione a tappe forazate del digitale terrestre televisivo: non ricordo testualmente le parole ma era qualcosa come “In un paese come il nostro l’importante è cominciare da qualche parte. Anche se televisivo, sempre di digitale si tratta. Da lì a tutto il resto il passaggio è breve”

Per inciso, Paolo Romani è anche quello che, sempre allo IAB Forum, ha cianciato per due anni di fila di 800 Milioni di Euro messi a disposizione dal governo tramite il CIPE per la diffusione della banda larga in Italia. 800 milioni che, ovviamente, sono miracolosamente spariti (sia fisicamente che dall’agenda politica).

Ecco, se questo governo/paese pensa che lo sviluppo economico possa essere portato avanti da un ultrasessantenne geronto-televisivo contafiaberlusconiano, siamo messi bene. Proprio bene.

Video killed the radio star and apps killed the web?

October 4th, 2010 1 comment

Riprendo dopo qualche tempo la segnalazione di alcuni miei (ormai ex) colleghi di questo articolo di Chris Anderson, secondo il quale il web (nel senso di pagine HTML decodificate da un browser) verrà soppiantato da altro, ovvero dalle varie applicazioni (che sono prevalentemente ma non necessariamente ed esclusivamente le cosiddette apps) che sempre più stanno prendendo piede sulla rete e che si basano su Internet (ovvero il protocollo TCP/IP).

Ora, la questione è piuttosto spinosa, soprattutto per persone come me che lavorano sul web da una vita, poiché si tratta di scommettere sul futuro. Ovvero: è meglio lasciar perdere totalmente il WWW perché verrà soppiantato dalle applicazioni oppure anche tutto ciò che ho sempre fruito tramite Explorer, Firefox, Safari, Opera e compagnia bella ha un qualche tipo di futuro?
Sicuramente alcune affermazioni di Anderson sono vere (la percentuale di traffico su internet veicolato dal web sta scendendo drammaticamente, sicuramente il numero di siti che sopravvive ai primi anni di vita segue il trend di qualunque attività imprenditoriale – dicono che statisticamente una start-up ha il 75% di probabilità di fallire – ed è sicuramente vero che l’accesso a Internet avverrà sempre più da mobile, ovvero tramite le applicazioni). A mio avviso vanno però tenuti in considerazione alcuni fattori, spesso talmente auto-evidenti che vengono dati per scontati.

Anzitutto, analizzando il grafico riportato qui sopra (che avallerebbe le tesi di Anderson), appare evidente come molti dati siano piuttosto complicati da interpretare o più semplicemente come possano avere una duplice valenza. Se ad esempio prendiamo in considerazione la voce “video”, ci troviamo di fronte a un fenomeno lapalissiano, ovvero una crescita esponenziale. Il punto è però capire tramite cosa tutto questo video viene fruito: dal grafico non taspare ma mi pare lecito pensare che il caro vecchio browser faccia ancora la parte del leone. Certo, le applicazioni Youtube si stanno diffondendo ampiamente, così come il loro utilizzo; credo però che ancora per lungo tempo ci saranno un sacco di persone che continueranno a digitare un bel www. qualcosaqualcosa per andare a vedersi i video in rete.
Discorso analogo per tutto ciò che è “social”: le applicazioni Facebook sono funzionali e carine ma per il momento io preferisco ancora scrollarmi una bella pagina web, godermi le immagini sul mio monitor 23 pollici e avere la comodità di una tastiera da desktop piuttosto che imprecare sulle dimensioni delle mie dita quando continuo a fare refusi nel digitare sulla micro-tastierina del mio smartphone touch-screen.

Al di là delle specifiche applicazioni corrispondenti agli specifici siti web che potrebbero eventualmente sostituirli, la questione più importante è, a mio modo di vedere, la gestione dell’imprevedibile, che col web funziona molto meglio che non con le applicazioni.
Mi spiego: le applicazioni vanno benissimo nel momento in cui so cosa voglio, sono abitudinario o comunque sono sicuro che il contenuto o l’informazione che mi servono sono rintracciabili all’interno delle applicazioni che ho installato o che mi installerò. Giusto per esemplificare, faccio riferimento alle principali applicazioni che ho installato sul mio telefono: per vedere dei video su Youtube, la sua app mi risulta comodissima; mediamente un paio di volte la settimana guardo le previsioni del tempo sull’applicazione de Ilmeteo.it, che ho preimpostata sulle città che mi interessano; prendendo frequentemente il treno, faccio molto prima a consultare l’applicazione creata da uno sviluppatore sconosciuto che non ad andare sul sito delle ferrovie; stessa cosa con Kayak per quel che riguarda i voli; già con Facebook per comodità uso l’app sul telefono ma la trovo meno funzionale del sito; oppure userò l’app di Google maps per orientarmi. E via così con tutte le cose che faccio di solito. E sottolineo “di solito”. Perché, si sa, l’essere umano è abitudinario. Anche nel caso dei siti web, credo che ciascuno di noi abbia mediamente quei 15-20 su cui trascorre il 90% del suo tempo in rete. Ed ecco che allora ha senso averne le applicazioni, poiché è comodo e funzionale avere le “mie” cose sempre a disposizione, magari configurate come piace a me.
A dimostrazione di ciò, vi sono i dati Nielsen sulle applicazioni più popolari sui diversi sistemi operativi mobile, che riporto qui di seguito. Ebbene, come si vede… sono sempre le stesse!
Semplificando all’estremo, penso si possa tranquillamente dire che le apps hanno preso o stanno prendendo il posto dei cari vecchi “preferiti” di browseriana memoria.
Il problema si pone però nel momento in cui ho bisogno di qualcosa che non rientra all’interno della sfera dell’abitudinario, ovvero che non posso o non sono sicuro di trovare all’interno dei programmini che mi sono installato sul desktop del pc o del telefonino. Come fare in quel caso? Penso che la risposta più ovvia sia semplicemente: uso il caro vecchio web, con il caro vecchio Google e con la cara vecchia navigazione tradizionale alla ricerca di quello di cui ho bisogno.
Di nuovo, esemplificando: se voglio vedere un video che però per uno strano caso della vita non trovo su Youtube ma solo su Vimeo, cosa faccio? Mi cerco, scarico e installo anche l’app di Vimeo? Difficile… Oppure: ammesso e non concesso che esista l’applicazione di Ticketone, se voglio assolutamente andare al concerto dei Green Day anche se non suonano in Italia, mi devo sciroppare l’app del gruppo stesso o dei corrispettivi esteri di Ticketone? Non credo, più probabilmente cercherò su Google e andrò a comprare i biglietti sul sito come ho sempre fatto.
Al di là di questi casi estremi di ricrche specifiche riguardo alle quali le applicazioni possono non rispondere in maniera esaustiva, come la mettiamo con le classiche ricerche “random”? Se ad esempio – come è già successo – mi venisse lo sghiribizzo di cercare informazioni su un mio vecchio compagno di scuola che no è su Facebook, i posti pià facili dove trovarli probabilmente saranno dei classicissimi siti web, che saranno stati scansionati da Google o Yahoo! come è sempre avvenuto.
Al di là dei miei esempi spicci, vi è la semplicissima questione del numero di apps che una persona è in grado di gestire e “navigare” dal proprio pc: nel momento in cui diventano più di 30, siamo proprio sicuri che le userò sempre tutte o che più semplicemente mi ricorderò dell’esistenza delle ultime 3? E anche ammesso che abbia una memoria di ferro, conoscendomi troverò seccante doverle andare a ripescare tutte ogni volta nella loro posizione corretta. Più facilmente – come in effetti è sul mio telefono Android – tenderò a utilizzare le 10-12 che ho sulla prima pagina del mio desktop mobile. Per il resto continuerò ad aprire il mio browser e a navigare come ho sempre fatto.

In sintesi, penso di poter prevedere che in effetti sì, le apps eroderanno tantissimo il tempo speso dalle persone su Internet ma che per quel che riguarda il “numero di cose” fatte, continuerà a prevalere il web. In altre parole, penso che quest’ultimo rimarrà prevalente per la navigazione spot e/o random, mentre le prime prenderanno il posto dei già citati “preferiti” dei browser. Ma come al solito, chi vivrà vedrà.

Muore Symbian (?). Futuro incerto per gli altri.

October 2nd, 2010 No comments

Leggo oggi che Samsung ha annunciato che dal 2011 non supporterà più Symbian, uno dei capostipiti dei sistemi operativi evoluti per cellulare/smartphone. Questo dopo lo stesso annuncio fatto da Sony Ericsson, nonchè un sopravvenuto e dichiarato disinteresse da parte di LG e una sempre più evidente concentrazione di risorse da parte di Nokia (assieme a Intel) nello sviluppo del proprio sistema Meego. Come dire – a meno di sorprese: cronaca di una morte annunciata per Symbian. Onore a Symbian.

Ora però mi chiedo quanto spazio ci sia per così tanti sistemi operativi sul mercato e quali saranno le dinamiche che ne decreteranno il success o l’insuccesso. Giusto per mettere un po’ di ordine (soprattutto per me stesso), da quel che ne so, lo scenario è di questo tipo:

– Apple ha sviluppato iOS, che gira solo sui dispositivi della stessa Apple (come dire iPhone e iPad)

– Google ha sviluppato Android, che ha una diffusione abbastanza trasversale sui telefoni dei diversi produttori

– Microsoft continua a lavorare su Windows mobile, abch’esso sostanzialmente trasversale

– Nokia (assieme ad Intel, come scritto sopra) sta sviluppando un sistema basato su Linux, chiamato Meego. Presumibilmente rimarrà limitato al solo mondo Nokia

– Samsung sta a sua volta sviluppando un proprio sistema operativo anch’esso basato su Linux chiamato Bada, già sul mercato da aprile 201o

– Blackberry ha un omonimo sistema operativo proprietario, seppur totalmente aperto

– Palmsource è sul mercato con Palm OS, inizialmente sviluppato per lo più per i PDA ma ora presente anche per gli smartphone

– Infine l’ormai morente Symbian, che in ogni caso continua ad evere una fetta di mercato tutt’ora piuttosto consistente.

Un panorama assolutamente complesso e variegato, dove come si vede la concorrenza è spietata. E dove, temo, non ci sarà spazio per tutti nel prossimo futuro. Come dire: ho paura che Symbian si troverà presto in buona compagnia.

Detto questo, mi è difficile fare previsioni su chi prevarrà, chi resisterà e chi perirà. Probabilmente funzionerà come ha sempre funzionato più o meno in qualunque mercato tecnologico: avrà la meglio la combinazione di device più potente ma comodo ed ergonomico – giusto prezzo – sistema operativo con interfaccia più funzionale – accesso a maggiori e migliori contenuti. Semplice ma difficilissimo.

Vedremo.

Quel che l’iPad non fa

September 15th, 2010 No comments

Già segnalato, diffuso e pubblicato da tanti ma l’ironia un po’ dissacratoria di questo spot del Newsday iPad app merita davvero. Soprattutto avalle le nostalgie romantiche di chi come me ama ancora l’odore e la sensazione tattile della carta e che con la carta stessa non ci fa anche altro dopo aver letto le notizie. Enjoy!

Google Instant: chi se ne accorge?

September 9th, 2010 No comments

Per quelli che non sapessero cos’è, per quelli che non l’avessero ben capito o più semplicemente per quelli a cui non funziona (per questioni di banda, di log-in o altro), qui di seguito un video molto esplicativo di quello che succede nel compiere ricerche con Google Instant:

In pratica è la versione ultra-evoluta del completamente automatico, dove oltre a suggerire il completamento della query, Google comincia subito col far comparire in modo dinamico i risultati corrispondenti al completamento suggerito. In pratica quello che già succede ad esempio su Facebook quando si ricercano gli amici o i contatti.
Tecnicamente non una grandissima rivoluzione (nel senso che sulla carta tutto ciò era possibile già da un sacco di tempo) ma probabilmente tecnologicamente uno sforzo di portata notevolissima (un conto è smistare dinamicamente una lista ristretta di amici, altro conto è fare la stessa cosa con quello che praticamente è assimilabile allo scibile umano). Tutto molto bello. L’unica cosa che mi chiedo è se davvero uno sforzo così ingente sia valso la pena: sicuramente in alcuni casi (ma non in tutti), l’utente può guadagnare qualche istante. Ma questo istante verrà percepito come valore aggiunto? E soprattutto, le ricerche non rischiano di subire la sindrome dell'”aiutino da casa”? Google sta diventando uno strumento push, dopo essere stato per anni lo stereotipo dello strumento pull? Tradotto: se dall’essere il fine psicologo che sapeva interpretare al meglio che cosa stavo cercando, adesso mi diventa il suggeritore oscuro di quello che cerco e quello che mi serve, non si rischia di scadere un po’ nella dietrologia della forzatura commerciale? Anche perché, come sopra accennato, al momento per poter usufruire di questo servizio bisogna essere loggati. E, si sa, Google con le informazioni personali e comportamentali messe assieme ci va a nozze. Poi ovviamente se tutto questo porta a un miglior servizio, ben venga. Però il confine con il puro scopo di lucro è abbastanza labile. Sono curioso, molto curioso…

Niente batteria, niente cavi, niente connessione: il vero concorrente dell’iPad

September 6th, 2010 No comments

Ringrazio nuovamente Lucina (che un giorno mi dovrà spiegare dove trova tutte queste chicche) per aver segnalato questo divertente video di presentazione di un rivoluzionario dispositivo tecnologico, che sarà il vero, unico e temibilissimo concorrente dell’iPad e degli altri tablet. Audio in spagnolo, sottotitoli in italiano. Enjoy! :-)

Arrivano gli anti-iPad

August 27th, 2010 No comments

Dopo aver cercato di contrastare l’iPhone con i vari Omnia e Galaxy,  Samsung si sta preparando a lanciare l’anti iPad, ovvero il Galaxy Tab, che è stato presentato il 2 settembre all’Ifa di Berlino. Questo il video teaser (grazie a Veronica che l’ha segnalato):

Le caratteristiche che si intuiscono: Android 2.2 (pesantemente personalizzato), display da 7″, “augmented reality”, full web browsing (ovvero supporto completo ad Adobe Flash), videochiamate, tastiera Swype. Le (probabili) specifiche tecniche: display (Super?) Amoled da 1024 x 600, processore S5PC110 con gpu PowerVR SGX540 (di gran lunga la miglior “combo” cpu-gpu attualmente sul mercato del mobile), fotocamera posteriore da 3,2 Megapixel, fotocamera anteriore Vga per le videochiamate, Gps, Wi-fi b/g/n, probabile supporto a DivX HD 720p.
In sostanza, così come per molti aspetti l’iPad sembra un grosso iPhone che non telefona, il Galaxy Tab sembra essere un grosso… Galaxy. Questa volta però con la connessione voce (enorme differenza rispetto all’iPad), oltre comunque a Skype e altre applicazioni web-based.
Tutto molto bello e – così com’è accaduto per altri prodotti – avrà sicuramente delle caratteristiche migliorative rispetto all’omologo Apple. La domanda vera é un po’ quella che ponevo a proposito delle best practices: riuscirà Samsung a differenziarsi e soprattutto farsi percepire come migliore rispetto a una cosa che superficialmente è quasi uguale e gode dell’aura di Innovazione per antonomasia (mi riferisco ovviamente all’iPad)? Lavoro duro per influenzatori, comunicatori, professionisti delle p.r. e via discorrendo e, come sempre, ai consumatori l’ardua sentenza.