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La qualunque sui social media – post lungo

August 25th, 2010 Roberto C. No comments

Dato che un magazine mi ha mandato delle domande sui social media a cui rispondere per un’intervista (che in teoria doveva essere pubblicata) e dato che dopo averci perso un po’ di tempo questi signori sono spariti, tanto vale che pubblichi il tutto qui, chiedendo scusa per la lunghezza. Domande generiche e quindi risposte generiche ma magari possono ispirare riflessioni più profonde a qualcun altro.

1 – Quanto è importante la presenza social media nel media mix di un’iniziativa di comunicazione oggi?

Così come per tutti gli strumenti e i mezzi di comunicazione più o meno tradizionali, non è possibile definire a priori l’importanza della presenza di elementi social all’interno di un’iniziativa di comunicazione. Come sempre, dipende da svariati fattori che attengono all’approccio di marketing: il target di riferimento, l’obiettivo di campagna, il prodotto stesso, la capacità di far curare e coltivare la relazione che si può instaurare ecc.

Chiaro che se il target è relativamente giovane, il brand è accattivante e soprattutto ha molte “cose da dire”, l’utilizzo di piattaforme social può avere decisamente molto senso, a patto che poi l’azienda sia in grado di mantenere vivo il rapporto una volta che questo si sia instaurato.

All’opposto, cercare di utilizzare i social media nel momento in cui il brand ha un carattere poco “attraente” per il target o più semplicemente quest’ultimo è poco presente sulle stesse piattaforme social ha evidentemente poco senso.

Bisogna, a mio modo di vedere, cercare di evitare di “esserci” solo perché va di moda o perché “tutti gli altri ci sono”. Tutti i media digitali sono particolarmente selettivi (o per meglio dire, lo sono i loro utenti), in particolar modo il social può essere anche un boomerang se mal utilizzato o mal gestito. Ecco che allora il concetto non credo debba essere tanto l’esserci o meno, quanto piuttosto l’esserci in maniera sensata, curata e prolungata.

2 – Quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del target raggiunto attraverso i social media?

La dimensione dei cosiddetti social network è ormai talmente estesa che fondamentalmente tutto o quasi può essere considerato social – senza dimenticare comunque che la stessa Internet in versione moderna è nata come strumento social, ovvero come sconfinato luogo virtuale dove condividere informazioni. Questo implica che se proprio vogliamo parlare di un “target”, questo riflette fondamentalmente quello della popolazione internet attiva, almeno in Italia. Basti ricordare che il solo Facebook conta al momento circa sedici milioni e mezzo di utenti attivi, che corrisponde grosso modo al 67% del totale popolazione Internet attiva secondo gli ultimi dati Nielsen. Di conseguenza anche in termini socio-demografici la distribuzione per sesso e fasce d’età (giusto per citare le variabili classiche) riflette grosso modo quella che caratterizza Internet nella sua interezza: si tratta sostanzialmente della parte più attiva della popolazione italiana, con una maggiore concentrazione fra i 25 e i 44 anni e – rispetto alla fotografia generale del web italiano – una maggiore concentrazione di donne.

Detto questo, va anche sottolineato come il mondo digitale sta cercando di uscire dalle vecchie logiche socio demografiche per abbracciare sempre più quelle comportamentali e psicografiche. Certo, in molti casi l’età conta ancora ma sempre più le categorizzazioni avvengono per sfere di interesse e le aggregazioni in gruppi si realizzano più per affinità intellettuale e comportamentale che non per mera appartenenza a una determinata fascia sociale. Questo è ancora più evidente all’interno dei social network, dove tanti “gruppi” raccolgono individui che all’interno di un approccio media classico verrebbero considerati appartenenti a cluster spesso molto distanti.

Quindi anche in questo caso i vecchi parametri possono sicuramente essere applicati – trattandosi di media più che misurabili – ma non necessariamente sono quelli che ha più senso prendere in considerazione.

3 – Cosa significa concretamente fare social networking e pr online?

Probabilmente è più facile rispondere cosa NON significa fare social networking e pr online. Come sopra accennato, sicuramente esserci e basta non è assolutamente sufficiente: creare un gruppo, una fan page, fare un po’ di adv su una piattaforma social può porre una base di partenza ma le singole iniziativa in se’ non hanno alcuna efficacia se non sono coordinate tra di loro e soprattutto se non vengono alimentate nel tempo.

Non vi sono particolari segreti per mettere in piedi iniziative di successo nel social networking o nelle digital pr. Vi sono solo alcuni principi di massima di cui tendenzialmente bisognerebbe tener conto. Anzitutto tenere in considerazione il fatto entrare all’interno di un social network significa entrare prima di tutto all’interno di una comunità (o di più comunità), ciascuna delle quali ha le proprio regole, i propri principi, i propri contenuti e i propri sistemi di protezione. Bisogna quindi accettare e adeguarsi a tali regole, interagire con gli altri e farsi accettare. Soprattutto bisogna essere – è questa la parola d’ordine – rilevanti. Rilevanti in quel che si dice, quel che si propone ma anche e soprattutto in quel che NON si dice e quel che non si fa. Le vecchie regole della comunicazione push non valgono più, ora bisogna instaurare un dialogo e più che mai dare validi motivi agli utenti per interagire con i contenuti proposti, siano essi testi, immagini, filmati, affermazioni, negazioni, commenti o altro. Soprattutto gli utenti bisogna starli a sentire: non dimentichiamoci che i social media sono luoghi dove le persone anzitutto parlano tra di loro, spesso e volentieri anche di brand e prodotti; motivo per il quale diventano luoghi di ascolto privilegiato, dove cogliere insight e indicazioni su quella che è la percezione dei propri marchi,; soprattutto è il uogo dell’onestà, dove le aziende devono essere pronte a sentirsi criticare apertamente e dove devono essere consapevoli che la percezione che di loro hanno i consumatori potrebbe benissimo non essere in linea con quella che si è cercato di costruire a tavolino all’interno della direzione marketing. Infine – ma non meno importante – le persone (e qui torna il concetto di rilevanza) tendono a prestare ascolto a chi propone loro qualcosa di nuovo, di interessante e/o di gratificante. E, esattamente come accade con i giocattoli per i bambini – tendono a stufarsi abbastanza presto di quello che si è loro proposto. Questo significa riuscire a produrre contenuti accattivanti e rilevanti per il target, rinnovarli regolarmente e trovare sempre nuovi incentivi per gli utenti che con il proprio brand decidono di interagire.

4 – Quali aziende/marchi oggi apprezzano in particolar modo la comunicazione attraverso i social network?

Posto che oramai i social network sono la moda del momento e moltissime aziende cercano di cavalcarne l’onda a prescindere (e spesso senza molta cognizione di causa), verrebbe spontaneo dire che praticamente tutte apprezzano massimamente questo tipo di realtà. Dovendo invece cercare di individuare quelle che possono maggiormente trarre vantaggio da tutto ciò che è sociale, tenderei ad indicare quelle che già sono sostanzialmente penetrate nel tessuto sociale o che, per allargare un pochino di più il contesto, hanno qualcosa di concreto da dire ai propri consumatori. Volendo utilizzare dei termini di marketing magari in maniera non del tutto ortodossa, mi verrebbe da dire che all’interno di un contesto “social” meglio si possono trovare quelle aziende e quei marchi che hanno una brand equity (ovvero dei valori di marca) molto forte. Tipicamente, all’interno di una comunità o più semplicemente di un gruppo, spicca ed ha successo colui che ha un carattere molto forte, a prescindere dal fatto che sia conosciuto o meno. Spesso si tratta di persone che hanno molte cose da raccontare, che possono essere d’aiuto agli altri, che si differenziano dagli altri per dei particolari caratteri della loro personalità. Esattamente la stessa cosa (o quasi) avviene per le aziende, che hanno la possibilità di attecchire solo se hanno o si danno degli argomenti molto forti per attrarre nuovi “amici” o fans.

5 – Ritiene che il social spamming e la diffusione di fake account siano variabili da tenere conto nella realizzazione e nella misurazione dell’attività di comunicazione sui social network?

In questo momento i fake account e lo spamming sono fenomeni piuttosto limitati o comunque non tali da inficiare la misurazione o anche solo la percezione delle attività di comunicazione che avvengono sui social network. Vero è che si tratta di un fenomeno da tenere sotto controllo, soprattutto perché l’utilizzo delle piattaforme social a scopi commerciali è una (relativa) novità un po’ per tutti, compresi gli spammer e i truffatori. Si tratta in ogni caso di un fenomeno rispetto al quale mi sento di essere piuttosto ottimista, dato che sono anzitutto le piattaforme stesse ad essere estremamente severe nel gestire dati, privacy e attività poco chiare

Il mondo media a nudo

August 20th, 2010 Roberto C. No comments

Dopo l’esilarante “Truth in advertising“, ho trovato il fratello minore “The truth in ad sales”: un’iperbole di quel che accade veramente nelle interazioni tra agenzie media, concessionarie e clienti. Forse non altrettanto divertente ma sicuramente un po’ di sorrisi agli addetti ai lavori (intelligenti e autoironici) li strappa.
Buon divertimento!

Le basi del SEO

August 5th, 2010 Roberto C. No comments

Dopo la filippica del mio post precedente sull’importanza del posizionamento sui motori di ricerca, ritengo sia giusto lasciare la parola agli esperti per spiegare in maniera molto basica alcuni principi del SEO (Search Engine Optimisation). Ho trovato questa presentazione, un po’ rudimentale ma secondo me piuttosto chiara ed efficace, contenente alcuni elementi di base per farsi trovare più facilmente da Google & company:

View more presentations from Bhupesh Shah.

I prodotti che si vendono da soli. Ma non online.

August 5th, 2010 Roberto C. No comments

Un mio caro amico mi ha chiesto qualche giorno fa di fargli un po’ di consulenza per il lancio della parte online di un bel progetto editoriale a cui sta lavorando. La premessa è che questo mio amico è un editore affermato, competente ma soprattutto molto aperto, fantasioso e con un sacco di idee. Per ovvi motivi non farò nomi, ne’ di persone ne’ di prodotti ma parlerò solo della sostanza.
Ebbene, il prodotto editoriale (online) è fondamentlamente già costruito, pieno di contenuti e sostanzialmente funzionante (nel senso che la struttura ha un suo senso, i motori di ricerca interni funzionano ecc.). Anzi, a dire il vero i contenuti sono già tantissimi e con un potenziale pazzesco, dato che possono lavorare sia su un archivio sterminato che su un continuo aggiornamento del database con le continue novità che giornalmente si aggiungono. Ergo potrebbe avere già decine di migliaia di visitatori al giorno.
Invece no.
Questo perché il prodotto è stato confezionato – per il momento – in maniera abbastanza edonistica e auto-referenziale, ovvero improntata a ciò che veniva considerato bello da chi l’ha costruito e senza alcun apporto o supporto da parte di chi lavora sulla parte di marketing (o, per metterla giù terra-terra, da chi sa come navigano e cercano informazioni i consumatori online).
E’ chiaro che un lancio fatto come si deve dovrebbe prevedere campagne di advertising on e off line, SEM (ovvero campagne di keyword advertising), partnership con grossi player e poi programmi di affiliazione e via discorrendo. Il tutto sarebbe però inutile o comunque di cortissimo respiro se il prodotto non cominciasse prima a vendersi da se’. Nel mondo offline questo significa prevalentemente (anche se ovviamente non solo e non necessariamente) qualità del prodotto in se’. Spesso e volentieri se un prodotto è buono, basta che cominci ad usarlo anche solo una piccola nicchia di influenzatori e poi il passaparola farà il resto del lavoro o quasi. Online la questione è un pochino più complicata. La qualità del prodotto rimane ovviamente imprescindibile. Se ad esempio parlassimo del nuovo Amazon limitatamente ai libri (non che sia così ma tanto per semplificare), il “prodotto” in questione per essere considerato di buona qualità dovrebbe avere un database pressoché completo, recensioni chiare e utili, dare informazioni sui prezzi, sulla disponibilità, sui tempi di consegna, avere molte immagini, essere facilmente navigabile, ecc.
Oltre a questo però dovrebbe essere facilmente accessibile, ovvero trovabile sui motori di ricerca o tramite altri punti di accesso del web. In termini markettari, si dovebbe cioè cominciare con un bel lavoro di SEO (Search Engine Optimisation). Le due cose (qualità editoriale e orientamento al marketing o meglio al mercato) non sono necessariamente in contraddizione, anzi: la qualità dei contenuti è assolutamente una variabile fondamentale per un buon posizionamento sui motori di ricerca. Il punto vero è non mettere ostacoli o altri impedimenti tecnici (tecnologia o piattaforma utilizzata) fra gli utenti che cercano informazioni e il prodotto che si mette loro a disposizione. In quella che è stata definita da più parti come l’economia dell’attenzione (dove “economia” può essere letta come “scarsità”) anche il prodotto migliore del mondo rischia di passare inosservato agli occhi (o meglio, alle ricerche) dei più. In un mondo silenzioso e poco affollato non è difficile emergere con la semplice qualità, che sarà immediatamente evidente. Ma in un mondo dove tutti usano i cannoni e le persone sono assordate e accecate dalle esplosioni di visibilità e promozione, bisogna cercare di differenziarsi o meglio ancora di elevarsi al di sopra del fuoco incrociato degli altri.
In sintesi, per vendere, la qualità era forse sufficiente nel mondo pre-digitale. Oggi invece la stragrande maggioranza dei prodotti non si riescono a vendere da soli. Hanno bisogno, se così si può dire, di amplificare le proprie qualità in modo che le persone le vedano e le sentano in mezzo al bombardamento di messaggi che quotidianamente li rendono più insensibili alle cose belle.
Nel marketing come nella vita. Purtroppo.

Presidente Pomodoro

February 13th, 2010 Roberto C. No comments

Stamattina ho preso parte a un evento storico :-)
Cazzeggiando su Facebook ho notato una nuova fan page chiamata “Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi“, messa in piedi da un gruppo di studenti di Monza. Preso da curiosità e piuttosto divertito sono andato a vedere e mi sono iscritto anch’io. Ebbene, nel giro di 10 minuti in effetti il Pomodoro ha superato il Premier come numero di fan. E tale numero continua a crescere a velocità altissima. Un po’ come dire che Facebook ha eletto il suo nuovo presidente del consiglio virtuale. O, come ha scritto qualcuno sulla bacheca, stiamo passando dalla repubblica delle banane alla repubblica dei pomodori.

Questo pomodoro avrà più fan di Silvio Berlusconi
Questo a mio modo di vedere dimostra alcune cose:

- La potenza e la velocità di Facebook (e dei social network in generale) nel diffondere informazioni e nell’aggregare le persone è fenomenale
- Quando un contenuto o un’iniziativa sono magari anche fatui ma divertenti e rilevanti, non è poi così difficile avere successo
- Probabilmente la strategia elettorale di Barack Obama nell’utilizzare i social network potrà venire ribatezzata “la strategia del pomodoro”. Fuor di scherzo, come al solito gli americani dimostrano di saper far fruttare per scopi seri strumenti che in italia vengono usati per giocare
- Non da ultimo e legato al punto precedente, a quanto pare l’opposizione politica in Italia riesce a divenire maggioranza solo quando si tratta di cose inutili.

Concluderei con un bel “Forza pomodoro!”

Alitalia: come prendere l’ABC del marketing e fregarsene

January 9th, 2010 Roberto C. No comments

Non trovo particolarmente divertente attaccare Alitalia per i continui disservizi e le ripetute contraddizioni in cui cade: semplicemente lo trovo molto facile, visto che ormai sono un quasi-frequent flyer. Però non mi accanirò nuovamente sui ritardi o sugli apparecchi che sembrano tenuti assieme col nastro isolante. L’organizzazione aziendale non è tema riguardo al quale io abbia competenza alcuna, motivo per il quale esprimerò nuovamente alcune considerazioni sulle cose che meglio (teoricamente) conosco, ovvero marketing e comunicazione.
Tempo fa criticai aspramente la campagna di comunicazione che mandarono on air a fine primavera, trovandola del tutto fuori luogo.

Ora, a cavallo fra 2009 e 2010, di nuovo vanno in onda con un paio di spot che vedono protagonista Raul Bova. Ovvero questi:

Di nuovo, trovo sconcertante che abbiano incentrato la comunicazione su una tematica che nel contesto attuale praticamente nessuno trova rilevante (“Con Alitalia mi sento come a casa mia”). Non che il comfort del viaggio non sia importante ma direi che in questo momento storico esso è l’ultimissimo dei problemi della “nostra” compagnia di bandiera. La comunicazione infatti serve generalmente – fra le altre cose – a spostare la percezione di un prodotto in una determinata direzione, generalmente opposta a quella caratterizzata dalla problematicità. In questo caso la percezione problematica che di Alitalia si ha è che:
- è totalmente inaffidabile, non è possibile contare su di essa per spostarsi da un luogo all’altro (e il taglio delle rotte non ha certamente giovato);
- è cronicamente in ritardo;
- non da’ certezza del servizio (credo sia la compagnia aerea con il più alto numero di scioperi all’anno, nonchè voli cancellati per un motivo o per l’altro)
- è vecchia e malata, dando per di più la sensazione di essere anche poco sicura.

Per l’appunto a questo tipo di percezione bisognerebbe ovviare, raccontando per esempio (come accennato nel mio post precedente) che la percentuale di voli in orario è aumentata (che pare sia vero), che le principali rotte internazionali vengono mantenute e che hanno persino ricominciato ad acquistare nuovi aerei (e anche questo sembra moderatamente realistico). Perché è questo che importa prima di tutto al consumatore. Non che (su un volo su 100) hanno forse un cuscino morbido, “quello loro”.
Credo sia semplicemente l’ABC del marketing dei servizi: a scuola mi hanno insegnato che in una società si distinguono i servizi primari da quelli secondari. Una compagnia aerea fornisce come servizio primario la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro nel minor tempo possibile, al minor costo possibile e col minor rischio possibile. Soddisfatti questi bisogni, al livello successivo entrano in gioco i servizi secondari, come il catering, i film proiettati, la possibilità di andare alla toilette, le poltrone reclinabili ecc. Tutte cose piacevoli e vicine al necessario ma non fondamentali per definire il “prodotto” di una compagnia aerea (portare gente da un luogo a un altro). Ora Alitalia ha enormi problemi riguardanti i servizi primari che tutti percepiscono. Vorrei quindi capire come pensano di rimediare spingendo i servizi secondari.
L’aveva capito molti anni fa mia mamma, che non capisce niente di marketing ma che essendo un’inglese trapiantata in Italia, prendeva un sacco di aerei da e per Londra. Quando le chiesi come mai preferiva spendere di più con la British Airways proprio quando Alitalia accoglieva sui propri aerei tutte le signore con una rosa (ero piccolo, mi sembrava una cosa molto carina: beata ingenuità!), mi rispose giustamente:”Sai cosa me ne importa di una rosa e di pagare un po’ di meno se ogni volta non sono sicura di partire perché ci potrebbe essere uno sciopero o rischio di arrivare in ritardo e perdere il treno per il nord (Londra era solo una tappa), per il quale dovrò perdere ancora qualche ora!”. Io ho come la sensazione che il buonsenso dei consumatori in vent’anni non sia cambiato. E l’ottusità del management Alitalia neanche.

2009: (ancora) anno zero del social media (e del web)

November 25th, 2009 Roberto C. No comments

Parlando oggi con dei colleghi inglesi che si occupano di social media in maniera apparentemente sensata (ovvero con una tecnologia che è in grado di andare a leggere i profili, i gusti e i contenuti degli utenti, andando a “produrre” annunnci dinamici iper-profilati), ci siamo trovati d’accordo su una triste verità: uno dei motivi principali per cui l’utilizzo dei social media non ha funzionato finora è che quasi tutti si sono dimenticati dell’ABC del web, di cui ci si era dimenticati anche ai suoi primordi. Ovvero: che si crei un gruppo, una fan page, un’applicazione o un pofilo sul Facebook del caso, stiamo comunque parlando di una pagina, un sito o un pezzo di sito all’interno del mare magnum che è il web. Ergo tutto quello che creo può essere fantastico e veicolare i valori di una marca molto meglio di uno spot televisivo ma se questa pagina/sito/community non la pubblicizzo… nessuno saprà mai che esiste!
Ancora oggi credo ci sia una grande confusione tra ciò che è strumento di comunicazione e ciò che è prodotto. Che piaccia o no, un sito web, un blog, una pagina di Facebook sono strumenti di comunicazione solo in seconda battuta; in prima istanza sono prodotti. Prodotti editoriali più o meno sofisticati o professionali ma comunque prodotti. Certo, veciolano determinate informazioni ma questo è per l’appunto la natura dei prodotti editoriali. Ben altra cosa sono gli strumenti di comunicazione, che sono volti a far conoscere e veicolare traffico verso il prodotto (editoriale, ancora una volta) di riferimento. Se quindi creo una fan page di una birra su Facebook, avrò creato un prodotto editoriale (autoalimentato tramite i contributi degli utenti) che rimarrebbe totalmente sconosciuto ai più se non cercassi di veicolarvi traffico tramite… gli strumeni di comunicazione. Quindi la pubblicità – tanto per cominciare. Ovvero banner, text link, video e quant’altro.

Questo è l’ABC. Lo è sempre stato e sempre lo sarà. Per cui mi piacerebbe davvero tanto che sedicenti esperti di comunicazione online la smettessero di elencare siti web, blog e quant’altro tra gli strumenti di comunicazione. No! Non sono strumentipubblicitari: sono piattaforme, prodotti editoriali, quello che volete ma non strumenti di comunicazione come li intende chi lavora nel media come me!
Sono discorsi che si facevano nel 2000 ma che sembra ancora non siano stati totalmente assimilati, ergo repetita iuvant: ieri si trattava del sito-vetrina che poteva essere bello quanto si voleva ma senza farvi pubblicità nessuno poteva apprezzarlo. Oggi si tratta della fan page o del gruppo su Facebook; ma parimenti se non si investe in pubblicità (banner, social ads, link incrociati, quello che volete) che porti traffico alle suddette pagine, i fan,i membri diun gruppo o semplicemente i visitatori saranno sempre quattro gatti.
Discorso noioso e banale, lo so, ma sono sicuro che anche fra 5 anni – mio malgrado – tornerò a ripetere ancore le stesse cose. Anche se spero di no.

La nuova frontiera dell’interattività (?)

October 17th, 2009 Roberto C. No comments

E’ in un’interattività non esattamente in senso proprio – poichè è il mezzo che interagisce con le persone e non necessariamente viceversa – ma sicuramente è digitale, ad ampia copertura (territoriale) e decisamente “engaging”.
Una bella idea, in ogni caso :-)

Enjoy!

Hand from Above from Chris O’Shea on Vimeo.

Editori verticali e centri media: un rapporto basato sulla collaborazione

October 12th, 2009 Roberto C. 6 comments

Con l’avvicinarsi dello IAB Forum 2009, un amico di una concessionaria mi ha chiesto di contribuire alla stesura di un e-book, dando qualche spunto riguardo al rapporto tra centri media e piccoli editori verticali. Il tutto in ottica propositiva, ovvero ipotizzando le condizioni per le quali i suddetti editori possono diventare “attraenti” per chi pianifica. Ho accettato volentieri, sperando di aver messo più buon senso che idee fumosamente astratte. Ecco l’anticipazione di quanto dovrebbe venire pubblicato. Liberi di commentare, aggiungere o dissentire.

In una situazione di mercato piuttosto complicata – caratterizzata da una maggiore attenzione e razionalizzazione degli investimenti da una parte e da un proliferare di nuovi attori sul mercato dall’altra – la fluidità, chiarezza e semplicità di rapporti e offerte è decisamente fondamentale.

Chi lavora in un centro media si trova di fronte a un panorama estremamente frammentato e incerto (si pensi che le persone che lavorano sui mezzi digitali in un’agenzia media possono arrivare ad avere a che fare con all’incirca un centinaio di concessionarie ogni anno), per cui le scelte di pianificazione sono spesso guidate dalla necessità di avere garanzie di sicurezza, velocità e cooperazione. Sono quindi questi gli elementi imprescindibili che editori e concessionarie devono tenere in considerazione per poter meglio interloquire con chi si occupa di gestire i budget pubblicitari dei propri clienti. Questo vale ovviamente per tutti, a maggior ragione per le realtà con numeri non propriamente da mass market o più semplicemente molto verticali.

I tre elementi sopra citati (sicurezza, velocità e cooperazione) fanno spesso parte di un unico approccio e modus operandi, che si dovrebbe tradurre in diversi elementi pratici. In sostanza l’offerta commerciale dovrebbe rispondere alle esigenze “classiche” di chi pianifica. Cominciando dai numeri: ogni campagna deve necessariamente raggiungere un determinato numero di individui, con una certa frequenza e secondo un determinato schema temporale; è quindi assolutamente necessario che siano ben chiari i numeri assoluti e la loro distribuzione. Quanti utenti unici al mese, alla settimana, al giorno? Quante pagine sviluppano? Come si costruisce la copertura totale nel corso del tempo? E soprattutto: chi sono le persone che navigano il mio sito? Non solo in termini di sesso ed età ma anche e soprattutto per quel che riguarda le loro caratteristiche sociali: quale l’ambito professionale? Quale il ruolo? Quali le abitudini? I gusti?
Il primo lavoro del planner è quello di individuare con precisione il target di riferimento, quantificarlo e trovare i canali più adatti per contattarlo. Risposte precise e puntuali alle domande di cui sopra sono il primo passo del processo tramite il quale una pianificazione prende corpo.

Trovato il target e il canale giusto, si debbono trovare gli strumenti più adatti per interagire col suddetto target. I formati corretti, tanto per cominciare. Ecco che allora avere a disposizione formati universalmente validi e riconosciuti semplifica la vita non solo ai planner ma anche e soprattutto alle agenzie creative e ai (budget dei) clienti, spesso costretti a produrre svariate declinazioni della stessa creatività per via di formati non-standard che sempre più editori adottano (a maggior ragione all’interno di pianificazioni piuttosto strutturate dove vengono inclusi svariati player).

Parlando di online, un occhio di riguardo va dato ovviamente all’aspetto tecnologico, ovvero ai sistemi di gestione e tracciamento delle campagne. Parliamo in sostanza di ad server. Capita a volte che le piattaforme di editori piccoli o verticali siano incompatibili o non supportino una gestione in redirect con gli ad server più comuni. Altre volte la compatibilità esiste ma non è possibile tracciare alcuni formati particolari. Tutto questo chiaramente non contribuisce a facilitare il lavoro di chi gestisce grosse campagne tramite piattaforme centralizzate, visto che tutto ciò che non è compatibile con i sistemi dell’agenzia deve essere trattato alla stregua di eccezione, la cui moltiplicazione fa perdere moltissimo tempo e spesso anche denaro. Ergo anche da un punto di vista tecnologico un adeguamento agli standard di mercato si rende decisamente necessario per facilitare i flussi e i processi fra agenzie ed editori/concessionarie.

Naturalmente da un punto di vista commerciale è altrettanto importante riuscire a trovare il giusto mix di offerte, che possano rispondere alle esigenze di campagna, ovvero agli obiettivi, che di volta in volta i clienti pongono. Questi ultimi possono essere i più diversi e va da se’ che ognuno richiede un approccio diversificato: a seconda che si parli di semplice visibilità, di generare traffico al sito, registrazioni, vendite o altro, chi pianifica avrà bisogno di avere a disposizione la mdalità di acquisto che meglio si adatta ai propri scopi. La flessibilità in tal senso assume un ruolo fondamentale. Flessibilità in senso commerciale, certo, ma anche e soprattutto in termini di supporto che gli editori sono in grado di dare agli inserzionisti, laddove non si parli solo ed esclusivamente di presenza tabellare. Sempre più spesso vengono richiesti progetti speciali, integrazioni e co-brand, che rendano più appetibile il prodotto del cliente. Il tutto in moltissimi casi all’interno di un contesto totalmente volto ai risultati, alle performance: specialmente dove la campagna e il sito all’interno del quale è ospitata sono molto verticali o comunque tecnici, i clienti cercano di quantificare l’efficacia in modo molto concreto, tramite la valorizzazione di documenti scaricati, nominativi raccolti o simili. In questo senso dovrebbe valere la regola secondo cui nessuno come il cliente conosce il proprio prodotto ma specularmente nessuno come l’editore conosce il proprio prodotto editoriale e il proprio pubblico. Da qui l’idea della collaborazione in ottica di partnership e non solo di rapporto cliente-fornitore, dove lo scopo diventa comune e il rischio condiviso.
In questo senso, sempre più ci si aspetta, a prescindere dalla strettezza e dall’impegno nella collaborazione, che la conoscenza del proprio mezzo significhi anche e soprattutto essere in grado di produrre delle stime di risultati. L’erogazione delle impression è ora il minimo indispensabile. Dare rassicurazioni astratte sulla bontà del target lascia il tempo che trova. Al giorno d’oggi i clienti chiedono benchmark, si aspettano che si sia in grado di stimare quale sarà l’esito finale della campagna. Quanti click? Quante visite? Quante conversioni? Cosa ci di può aspettare, insomma? E’ ovvio che vi sono in gioco tantissime variabili come la creatività, gli asset precostituiti, le limitazioni strutturali (policy e simili) che rendono tale lavoro di previsione più difficile. Però come accennato poc’anzi, laddove la collaborazione è in ottica di partnership, anche gli obiettivi di marketing devono essere condivisi e – nel limite del possibile – stimati a priori.

Quest’ultima parte dovrebbe rientrare nel campo della tanto celebrata “disponibilità”, “proattività”, “flessibilità” o, se preferite, del generico buonsenso.

Infine, ma non meno importante, spesso e volentieri – soprattutto in periodo di crisi – i centri media tendono a cercare di concentrare gli investimenti su pochi player, sia per questioni di ritorno economico che semplicemente per non disperdere energie. Ecco allora che se una realtà web non può contare su numeri da mass market, presentarsi come singola entità può non essere la migliore delle idee, poiché il rischio di venire percepiti come uno dei tanti “piccoli” con cui è dispersivo avere a che fare diventa molto alto. Tradotto in parole povere, concessionarie aggregatrici di realtà verticali sono probabilmente la soluzione migliore, sia per quel che riguarda gli editori che – soprattutto – i centri media, abituati a lavorare con poche realtà consolidate. Ancora una volta, quindi, il concetto di collaborazione biunivoca deve stare alla base di tutti i rapporti e delle modalità di lavoro.

Brand reputation e misurazione del buzz: i numeri che mancano

October 3rd, 2009 Roberto C. No comments

Curiosamente, anche se sono passati almeno 2 o 3 anni da quando il social media ha cominciato ad essere considerato come l’ultimo grido in fatto di fenomeni webbari, la moda attuale (ottobre 2009) in tema di web marketing sembra essere… il social media! Ergo forse è qualcosa più di una moda.
Lavorando nel mondo della pubblicità online, purtroppo o per fortuna mi tocca avere un’idea piuttosto precisa di come funziona e di come le aziende possano trarne vantaggio o quantomeno non esserne danneggiate. E’ però un tema ampio e spinoso, che cercherò di affrontare un po’ alla volta. In questo caso partirò dalla base, cioè dai numeri (che è poi la base del mio lavoro) e dalla loro misurazione.
Il tema caldo in questo senso è la cosiddetta “brand reputation”, ovvero – detto in parole povere – quello che di un marchio o un prodotto si dice sul web. Prima regola è infatti andare a monitorare chi, quanto e come le persone parlano di qualcosa all’interno di blog, forum, bacheche ecc. Diverse società mettono a disposizione alcuni strumenti per compiere questa attività di monitoraggio. A titolo esemplificativo, riporto qui la presentazione di BuzzMetrics della Nielsen – non perchè li ritenga migliori o peggiori di altri ma semplicemente perché dovrebbero essere più o meno trasversali a tutto il mercato:

View more documents from Marco Roncone.

In sostanza tutti gli strumenti di questo tipo danno un’idea di quanti “messaggi” relativi a un certo argomento esistono in rete (ovviamente sul numero assoluto ci saranno delle forti approssimazioni) e soprattutto forniscono un’analisi qualitativa di tali messaggi (riassumibili in “positivi” o “negativi”). Ergo in teoria mi dovrei preoccupare, esaltare o comunque riflettere in base a numero e qualità di tali messaggi.
C’è però un dato secondo me fondamentale che questi strumenti non raccontano: quanta gente legge quello che in rete scrive chi partecipa a forum, edita blog o simili?
Prendiamo un esempio: supponiamo che io e altri 100 blogger scrivessimo peste e corna dei fiammiferi Minerva (dico una cosa assolutamente a caso). Il punto non è tanto che ci sono in giro per la rete 101 post negativi sui fiammiferi Minerva. Il punto è che se ciascuno di noi ha 2 lettori, raggiungiamo un totale di 303 persone che hanno scritto o letto qualcosa di negativo sul prodotto. 303 su un totale potenziale di qualche milione di acquirenti di fiammiferi. La domanda è a questo punto: quanto sono rilevanti questi 303 rispetto a qualche milione? E soprattutto, questi 303 come si comporteranno offline? Ovviamente tutt’altro discorso sarebbe se i lettori dei 101 blog fossero qualche centinaia di migliaia o addirittura qualche milione. Lì il paragone è facile: è un po’ come se il Corriere della Sera pubblicasse una pessima recensione del prodotto, recensione che ovviamente verrebbe letta dal vastissimo pubblico del Corriere stesso.
Il problema è che gli strumenti a disposizione questi numeri non li danno, probabilmente non li possono sapere o avere. Il blogger XY ha postato un commentaccio sul mio prodotto e questo è male. Ma il blog di XY lo leggono solo sua sorella e suo zio (e quindi sostanzialmente me ne posso fregare) o ha milionate di lettori affezionati (e quindi sono sostanzialmente rovinato)? Non è dato sapere.
In conclusione il social media ha delle potenzialità enormi e qualitativamente dirompenti ma allo stato dell’arte ritengo che l’approccio quantitativo al fenomeno sia piuttosto lacunoso e carente di quelle informazioni numeriche che, nel bene e nel male, dovrebbero sempre essere alla base di quasi tutte le decisioni di chi si occupa di marketing e pubblicità. Arriveranno, ne sono certo. Ma per il momento cercherei di trattare il tutto con molto beneficio di inventario.

Nuove forme di pubblicità – I consigli per…

July 25th, 2009 Roberto C. No comments

Da bravo tardone scopro probabilmente con enorme ritardo 5min.com, un sito che raccoglie video di (mediamente) 5 minuti dove vengono dati consigli, date istruzioni e mostrati esempi riguardo a qualunque cosa: da come vestirsi a come truccarsi, da come riparare un motore a come vincere a dama e via discorrendo. Già sapevo dell’utilizzo in questo senso di molti video postati su Youtube ma in questo caso parliamo di un vero e proprio portale dei “consigli per…” della qualunque. E dato che fra i più comuni vi sono i consigli per gli acquisti, molte aziende stanno cominciando a sfruttare questo tipo di piattaforma per proporsi come gli esperti del loro campo, che ti mostrano come fare a ottenere il meglio in quello che stai facendo. Niente di straordinario in se’ e per se’ ma come sempre un pizzico di fantasia e di originalità possono cambiare le cose. Ad esempio ho trovato abbastanza curioso e divertente questo video della Gillette, dove il loro prodotto di punta viene utilizzato come strumento principe per… la depilazione della zona pubica. Utilizzando peraltro una divertente metafora, un po’ boccaccesca ma secondo me efficace: in assenza di sottobosco, l’albero sembra più alto :-D

La verità nel mondo pubblicitario

July 25th, 2009 Roberto C. No comments

Un po’ lunghetto e in inglese ma secondo me assolutamente rappresentativo dei veri pensieri di tutti i personaggi coinvolti nella creazione di una campagna di marketing. Enjoy!

Alitalia: ma allora provocano?

June 4th, 2009 Roberto C. No comments

Se io che non guardo mai la tv sono riuscito a notare e anzi a farmi quasi annoiare dal nuovo spot Alitalia, evidentemente la pressione che hanno messo nella pianificazione dev’essere notevole. E io che lavoro nel media so che per avere un effetto di questo tipo devono aver speso un po’ di milioni di euro. Per comunicare cosa? Questo:

Cioè? Vogliono forse dire che fino a 30-40 anni fa i v.i.p. usavano Alitalia? E poi cos’è successo? Credo sia abbastanza sintomatico e per certi versi paradossale che le immagini usate siano per lo più in bianco e nero: simbolo di antichità, moda passata, personaggi una volta giovani che adesso sono per lo più incartapecoriti, quando sono ancora vivi. Esattamente come Alitalia.
Onestamente non capisco proprio il senso di una comunicazione di questo tipo, fondamentalmente istituzionale, che punta (forse) sui valori (?!?) e sulla tradizione italiana. Come dire: Alitalia c’è sempre stata. E quindi? Non mi sembra un buon motivo per scegliere una compagnia aerea totalmente allo sbando, con aerei vecchi e sporchi, perennemente in ritardo, inverosimilmente disorganizzata e che, torno a ripetere, sarebbe stato meglio far fallire. Se devo arrivare da Milano a Roma con una certa urgenza, sceglierò il mezzo e la campagnia che mi garantiscono puntualità, affidabilità e sicurezza – oltre che comfort e un panino sensato invece di quella presa in giro che sono le noccioline da scimmia o il biscottino da cagnolino. Hai voglia a dirmi che Alitalia fa parte della nostra storia se poi arrivo a destinazione con due ore di ritardo, pagando il triplo di quello che avrei pagato prendendo il treno e pure viaggiando scomodo!
Questo – forse – avrebbero dovuto comunicare: che gli aerei Alitalia cominciano ad arrivare puntuali, che non ci sono più scioperi 5 volte al mese, che la flotta sta venendo riammodernata, che i prezzi cominciano ad essere umani e concorrenziali. A tutto questo forse non avrei comunque creduto ma almeno non mi avrebbe irritato. Ma forse i responsabili della comunicazione di Alitalia sono degli infiltrati di Air France o Lufthansa che stanno lavorando per affondare del tutto la nostra povera compagnia di bandiera. Perchè, lo so, questo spot e i soldi che ci hanno buttato non possono che essere una provocazione. Che io accolgo in toto!

Bevi la Coca-Cola che ti fa digerire. Anche la crisi (?)

May 31st, 2009 Roberto C. No comments

Riprendo quasi paro-paro un post di Matteo su Imlog. Dati di fatto:
- Coca-Cola ha lanciato in Italia un nuovo spot (visionabile qui) dove la bambina Giulia di Pisa inneggia alla frugalità e alla semplicità, rivalutando la bicicletta, il ragù della mamma e via discorrendo – ovviamente il tutto asociato alla Coca-Cola
- Questo spot ha suscitato polemiche in Toscana e sul web, per via dell’utilizzo della toscanità della bambina e di una presunta filosofia anti-Berlusconiana (che in tempi di crisi invita a consumare di più per far rimettere in circolo il danaro)
- Oltre alle polmiche, lo spot ha dato vita a diverse repliche, o per meglio dire parodie, la più divertente delle quali ripubblico anch’io:

Onestamente poco comprendo le polemiche che lo spot ha innescato, che credo derivino da un’analisi semiotica e socio-economica di un livello a cui l’uomo della strada  arrivi raramente. Il messaggio è in tipico stile Coca-Cola, rivolto a trovare il lato positivo delle cose. Il fatto che la brava Giulia sia semplice e frugale non lo leggo come un invito a  peggiorare la crisi spendendo meno, quanto piuttosto ad affrontarla in maniera positiva, rivalutando le cose il cui abbandono alla crisi ci ha portato. Ovvero: ora che i soldi non ci sono, rivaluto il ragù della mamma – che peraltro è buono e semplice – e non faccio una tragedia del fatto di non poter più andare in un ristorante di lusso, la qual cosa è stata più o meno simbolicamente uno dei fattori scatenanti della crisi attuale (leggi: indebitarsi a livello sia micro che macro per acquistare cose che non ci potevamo permettere).
Non voglio assolutamente fare polemica, anche perché gli studi semiotici che accomunano me e Matteo ci insegnano che è abbastanza facile associare significanti (“che cosa avrà mai voluto dire?”) diversi allo stesso significato (lo spot, in questo caso), motivo per il quale ogni contenuto, pubblicitario o meno, è interpretabile in tantissimi modi.
Solo dico che essendo questo per l’appunto uno spot, credo vada interpretato per quello che è, ovvero un messaggio creato allo scopo di far vendere di più. E se è vero che “non è importante che se ne parli bene o male, basta che se ne parli” o – come scrivevo in un mio post precedente – se il successo di uno spot si dovesse giudicare dal numero di parodie, allora direi che anche questa volta lo spot Coca-Cola ha fatto il suo dovere.

I (nostri) successi italiani sul web – Buonsenso e poca burocrazia

May 12th, 2009 Roberto C. No comments

Ammetto che stavolta sarà un post un pochino autocelebrativo. Ma – come si dice – quando ce vo’ ce vo’.
Nemmeno un paio di settimane fa l’agenzia per cui lavoro, oltre a vincere il premio come “Media Agency Network of the Year” al festival del Media di Valencia (la manifestazione internazionale più importante del settore), ha ottenuto anche il premio “Local Deal of the Year” assieme a Microsoft Dgital Advertising per un lavoro fatto dalla divisione di cui sono a capo per Coca-Cola. Tengo a sottolineare l’importanza del premio, che per il mondo media è un pochino come vincere un oscar. Magari non per il miglior film ma anche la migliore sceneggiatura non è male, no?  Soprattutto – come gli Oscar – è un premio a livello globale. Questo dimostra diverse cose:
- prima di tutto anche in Italia in campo digitale si possono fare delle cose belle, originali e innovative, in grado di competere e primeggiare sugli altri paesi, normalmente considerati più avanzati del nostro;
- le cose migliori spesso e volentieri sono frutto di un buon lavoro condiviso, così come lo è stato questo, fatto a tre, da noi (agenzia), il cliente (Coca-Cola) e la concessionaria (Microsoft): se uno di questi tre attori non avesse fatto la propria parte, il risultato sicuramente non sarebbe stato così brillante. Mi preme sottolineare questo aspetto perchè mi capita sempre più spesso di imbattermi in situazioni dove qualcuno pensa di poter fare tutto da solo e di poterlo fare molto meglio rispetto a una situazione condivisa. Specie in Italia, dove si tende generalmente al “Ghe pensi mi” per cercare di monopolizzare i meriti (ma quasi mai le responsabilità quando va male);
- scendendo ancora più nel particolare, mi piace  sottolineare come – di nuovo – un premio mondiale sia stato vinto da un team di persona “normali”. Soprattutto per contrastare l’idea che l’eccellenza sia frutto solo di genialità o persone fuori dal normale. Intendiamoci: tutti professionisti seri, bravi ed estremamente preparati ma nessuno che venga notoriamente considerato un guru del web o giù di lì;
- sempre riferito al punto precedente, è stato fondamentale il concetto di collaborazione e fluidità dei processi: personalmente ho ficcato il naso in maniera seria all’inizio, quando si è trattato di buttare giù la strategia, comunque scritta a più mani, ognuno contribuendo secondo le proprie competenze e senza pretendere di sovrapposrsi o prevaricare quelle degli altri. Poi ho sostanzialmente dato carta bianca ai miei colleghi, molto più bravi di me nel portare avanti il progetto – e si è visto. Il merito è quindi più loro che mio. Se proprio devo riconoscere a me stesso un qualche merito, direi che la cosa migliore che potessi fare è stata proprio questa, ovvero cercare di far lavorare al meglio e nelle migliori condizioni possibili chi sa lavorare, senza pretendere di mettere il becco su un sacco di cose riguardo alle quali o non ero sul pezzo o non avrei avuto le competenze tecniche necessarie. Sembra una sciocchezza ma non lo è: molto spesso, anche in mie esperienza precedenti, si è stati costretti ad adottare soluzioni scelte dal capo che doveva assolutamente dire la sua perchè… era il capo – senza che necessariamente tale soluzione dovesse essere sensata o men che meno la migliore possibile.
Analogamente dopo aver brieffato la concessionaria (o il partner, se preferite), li abbiamo lasciati lavorare al meglio delle loro possibilità, cercando di non castrarli troppo o interferire troppo (nei limiti del possibile, ovviamente) nelle scelte creative e realizzative.
Infine il cliente, bravissimo anzitutto nello scommettere sul progetto e a sua volta nell’interferire solo laddove sensato e conveniente e senza imporre assurdità tecniche, di processo, creative o media solo “perchè io sono il cliente e si fa come dico io”

Tutto questo ha giovato al lavoro, alla salute mentale e alla gestione dei tempi di tutti. In sintesi un bel lavoro corale, dove ognuno ha dato il meglio perchè… glielo si è lasciato fare.

Di nuovo, sono fermamente convinto che la qualità del lavoro in generale sia sicuramente dovuta al talento o al genio che ognuno vi può mettere ma anche e soprattutto a una gestione sana, snella, fluida e non prevaricante di tutti i flussi e processi. Come dire: ognuno faccia il suo mestiere e cerchi di farlo al meglio, lasciando gli altri fare il proprio, in un’ottica collaborativa e non conflittuale. Il premio sarà grande e sarà per tutti!