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Il paese immobile – Perché l’Italia merita il berlusconismo

February 12th, 2011 3 comments

In questo post non parlerò di internet, di marketing, di applicazioni o altro. Vorrei parlare invece del nostro sistema-paese, o meglio di quello che vi sta dietro. Perché io che mi occupo – per dirla in maniera semplicistica – di innovazione, tecnologia e sviluppo (della rete), a volte faccio davvero fatica a pensare che valga ancora la pena rimanere in questo maledetto e amatissimo paese, accanendosi nel tentativo di migliorarlo. Ma le ragioni hanno poco o nulla a che fare con le infrastrutture esistenti, con la diffusione della banda larga e nemmeno con la politica intesa come l’insieme delle persone che ci governano. Ha tutto a che fare con quella che è la (non) cultura italiana, con la mentalità nostrana, con gli atteggiamenti e le consuetudini del nostro popolo. Quindi chi non è interessato ai miei sproloqui socio-politico-culturali può anche smettere di leggere e passare ad altro.
Dicevo del mio sconforto, che negli ultimi tempi è cresciuto a dismisura. Non tanto per le vicende legate a Berlusconi e alle sue malefatte personali. Perché, a mio modo di vedere, il problema non è lui. Anzi, paradossalmente io credo che il problema vero sia che nel bene e nel male a lui tendiamo ad attribuire tutti i meriti e tutte le colpe. Direi che il vero, grosso problema è che nessuno – e dico nessuno – è disposto a provare a prendersi un po’ di quei meriti o un po’ di quelle colpe che adesso Berlusconi monopolizza. Se l’economia va male la colpa è di Berlusconi. Se le esportazioni aumentano è merito di Berlusconi. Se l’istruzione pubblica è al collasso è colpa sua. Se la Ferrari vince un gran premio è merito suo.
NO.
Io non credo nella teoria del “grande vecchio” che tutto muove e tutto decide. Anche perché, ricordiamolo, Berlusconi non è salito al potere con un colpo di Stato. Berlusconi è stato democraticamente eletto. Il che vuol dire che una grossa parte del paese si identifica in lui. Quindi, brutalizzando di nuovo le cose, l’Italia non è un prodotto di Berlusconi ma esattamente il contrario: è Berlusconi che è un prodotto dell’Italia contemporanea. Per questo ci rappresenta. Così come tutte le cose di cui ci lamentiamo quotidianamente sono fondamentalmente prodotti dei nostri atteggiamenti e della nostra cultura atavica. Perché – che ci piaccia o no – noi siamo il paese del “non è colpa mia”, “qualcuno faccia qualcosa”, “lo Stato dov’è?” e via discorrendo. Siamo, in sostanza, un paese di irresponsabili. Perché abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi le contraddizioni che segnano il nostro agire e riguardo alle quali nessuno se non noi stessi possiamo fare alcunché. Che al governo ci sia Berlusconi o chiunque altro. Alcuni esempi.
-Tutti si lamentano della sporcizia che regna in quasi tutte le città italiane, magari accusando le amministrazioni locali di non fare abbastanza. Però praticamente tutte le persone che conosco e che fumano – anche le più colte, progressiste e dichiaratamente ecologiste – hanno lo schifosissimo viziaccio di gettare i mozziconi in mezzo alla strada o sul marciapiede quando hanno finito. Chiaro che la politica, le amministrazioni locali e i netturbini poco possono fare contro un malcostume così diffuso.
-Tutti si lamentano della fortissima evasione fiscale che regna in questo paese. Corretto. E al di là dei famosi grandi evasori, siamo tutti pronti a scandalizzarci davanti a un idraulico che chiede 80 Euro con la fattura e 50 senza. Sacrosanto. Ma sono pronto a scommettere che il 90% dei lettori di questo post – pur essendo sicuramente persone integerrime – hanno sempre e comunque optato per i 50 Euro anziché gli 80. Perché in fondo a noi cosa importa, sono affaracci dell’idraulico, no? Ma intanto con questo atteggiamento, tutti alimentano l’evasione fiscale. E non c’è norma, legge o ministro che tenga.
– Tutti ci lamentiamo del sistema scolastico Italiano, che è ormai al collasso. Può essere. Soprattutto inveiamo tutti contro i continui tagli all’istruzione. Insindacabile. Ancora di più ci fustighiamo di fronte ai cervelli in fuga e alla mancanza di meritocrazia a tutti i livelli. Ottimo. Ma io ricordo molto bene di quando dovetti fare il test d’ingresso per entrare a Scienze della Comunicazione a Bologna qualche anno fa. Io ce la feci per il rotto della cuffia, arrivando 138esimo su 140 posti disponibili. Ma non mi era andata altrettanto bene a Torino e Siena, dove sarei rimasto escluso dalla selezione. Chiaro che non ero felice. Ma il mio primo pensiero fu che chi ce l’aveva fatta era evidentemente più bravo di me. Loro meritavano di entrare e io no. Punto. Evidentemente non pensavano la stessa cosa le centinaia di persone che fecero ricorso al T.A.R. per farsi ammettere ab imperio. E tanti saluti alla meritocrazia. La regola c’era, erano i cittadini a trovarla giusta se si adattava ai loro porci comodi e ingiusta se ledeva il loro personalissimo interesse.
– Credo sia capitato a tutti di andare da un medico – ad esempio per il rinnovo della patente – il quale nemmeno ti visita, ti chiede se stai bene e alla tua risposta affermativa ti consegna il certificato per la modica somma di circa 40€. Insensato, illegale e pericoloso. Ma alzi la mano chi ha mai denunciato un medico del genere o preteso invece di essere accuratamente visitato. Anche in questo caso, il medico è tanto colpevole quanto la maggioranza dei cittadini che nulla fanno o chiedono per cambiare questo malcostume.
– Tutti ci lamentiamo dello schifo che c’è in Tv al giorno d’oggi. Idioti strepitanti o ragazzine seminude sculettanti. Ma sono io il primo – le pochissime volte che mi capita di accendere la televisione – a soffermarmi affascinato e un po’ sbavante davanti alle natiche sode e oscillanti della sgallettata di turno. E se facessi parte del panel Auditel contribuirei senz’altro ad avvalorare da un punto di vista numerico l’idea che le ragazzine con i seni rifatti sono “quello che la gente vuole vedere”.
– Ancora – e similmente – domani si terrà una grande manifestazione di protesta per come Berlusconi tratta e considera le donne. Ma ancora una volta sono dell’idea che il problema di fondo non sia tanto il signor B. Lui è solo uno dei tanti vecchietti bavosi che, anzi, suscitano l’ammirazione degli uomini per la sua prestanza sessuale in età avanzata (chi non vorrebbe essere ancora in grado di darsi alle orge una volta passati i 70?) e riscuotono successo tra le donne per gli stessi motivi. Quello di Berlusconi è più un problema contingente, legato al fatto che la sua è una figura pubblica di cui sono noti aspetti privati che mai dovrebbero giungere al grande pubblico. Più che contro il premier, credo che le donne e gli uomini che scenderanno in piazza dovrebbero accanirsi contro le varie Minetti, Ruby, Nadia, D’Addario, escort, stelline e soubrette che al gioco del vecchio bavoso si prestano. Perché – ancora una volta – il presidente del consiglio non le ha obbligate, non le ha forzate, non le ha incatenate. Sono state al gioco. E così come è difficile stabilire chi ha più colpe fra corruttore e corrotto, così andrebbero biasimate tanto quanto Berlusconi anche e soprattutto le fanciulle che qualunque cosa farebbero per un po’ di notorietà. Perché, ancora una volta, si rischia di stigmatizzare un singolo personaggio che tutti rappresenta, anziché ammettere che quest’ultimo è libero di fare quello che vuole delle e con le donne perché il nostro paese è pieno di aspiranti veline, sciacquette sculettanti e maggiorate esibizioniste, figlie di una cultura rarefatta, di una superficialità generalizzata e di un’aspirazione alla ricchezza e alla celebrità col minimo sforzo.
– Soprattutto, siamo il paese del “poverinismo”, del perdonismo e del “sonragazzismo”. Perché siamo pronti a denunciare, mandare in galera o alzare le mani contro un giovane che magari compie un furto veniale, imbratta un muro o ci riga la macchina per scherzo. Ma se quel giovane è nostro figlio, ecco che allora “è solo un ragazzo”, “ma poverino, cosa vuoi che sia”, “se la sono presa con lui solo perché gli altri sono scppati”. E via, perdonato!

Siamo, in sostanza, il paese dalla grande coscienza collettiva degli affari altrui ma totalmente incosciente della propria responsabilità personale. Per cui – davvero – smettiamola di prendercela con la classe politica, come se questa non avesse nulla a che fare col nostro voto, col nostro comportamento, con la nostra cultura collettiva.
Cominciamo, SINGOLARMENTE, ad ammettere i nostri errori, a non buttare mozziconi e cartacce per terra, a non perdonare troppo facilmente le mancanze nostre e dei nostri figli, a guardare in massa Piero Angela anziché il Grande Fratello. Cominciamo ad ammettere i nostri limiti, riconosciamo le nostre incapacità e non incolpiamo la società, gli altri, la storia, lo Stato o il Papa se non passiamo un esame o non troviamo un lavoro. Cominciamo ad imparare a dire “è colpa mia”, “sono stato io”, “la responsabilità” è mia come singoli individui. Poi, solo a quel punto, cominciamo a dire che la classe politica non ci rappresenta. Perché, al momento, temo che invece ci rappresenti molto bene.

La guerrilla indiscriminata

September 18th, 2010 No comments

Qualche tempo fa espressi dei dubbi sulla misurabilità e di conseguenza sull’efficacia di azioni virali e di guerrilla. Soprattutto avanzavo l’ipotesi che strumenti propri del guerrilla marketing servono principalmente a brand già molto noti, in quanto altrimenti l’associazione con i segni e i simboli utilizzati verrebbero meno. All’epoca mi riferivo alle sagome degli M&M’s sui maricapiedi, ovvero: se già non sai che sono gli M&M’s, chi li riconoscerebbe e che valore ed efficacia avrebbe la campagna?
Ora un esperimento simile è stato fatto a Madrid per il lancio del film Resident Evil. Con una strategia sicuramente d’impatto – che io personalmente apprezzo molto – visionabile qui:

Decisamente memorabile, certo. Ma quanti avranno poi associato le braccia mozzate al film stesso? Io ho idea che possano essere stati veramente pochi, giusto gli appassionati del videogioco e/o del genere, che avrebbero o avranno saputo dell’uscita della versione cineamtografica tramite i canali tradizionali o ancora più facilmente tramite il passaparola. Il resto di Madrid probabilmente sarà rimasto fra lo schifato e il perplesso. E non si sarà nemmeno lontanamente sognato di andare a vedere il film. A prescindere.
Io continuo a pensare che ci siano modi decisamente migliori di spendere i soldi di marketing.

Brand reputation e misurazione del buzz: i numeri che mancano

October 3rd, 2009 No comments

Curiosamente, anche se sono passati almeno 2 o 3 anni da quando il social media ha cominciato ad essere considerato come l’ultimo grido in fatto di fenomeni webbari, la moda attuale (ottobre 2009) in tema di web marketing sembra essere… il social media! Ergo forse è qualcosa più di una moda.
Lavorando nel mondo della pubblicità online, purtroppo o per fortuna mi tocca avere un’idea piuttosto precisa di come funziona e di come le aziende possano trarne vantaggio o quantomeno non esserne danneggiate. E’ però un tema ampio e spinoso, che cercherò di affrontare un po’ alla volta. In questo caso partirò dalla base, cioè dai numeri (che è poi la base del mio lavoro) e dalla loro misurazione.
Il tema caldo in questo senso è la cosiddetta “brand reputation”, ovvero – detto in parole povere – quello che di un marchio o un prodotto si dice sul web. Prima regola è infatti andare a monitorare chi, quanto e come le persone parlano di qualcosa all’interno di blog, forum, bacheche ecc. Diverse società mettono a disposizione alcuni strumenti per compiere questa attività di monitoraggio. A titolo esemplificativo, riporto qui la presentazione di BuzzMetrics della Nielsen – non perchè li ritenga migliori o peggiori di altri ma semplicemente perché dovrebbero essere più o meno trasversali a tutto il mercato:

View more documents from Marco Roncone.

In sostanza tutti gli strumenti di questo tipo danno un’idea di quanti “messaggi” relativi a un certo argomento esistono in rete (ovviamente sul numero assoluto ci saranno delle forti approssimazioni) e soprattutto forniscono un’analisi qualitativa di tali messaggi (riassumibili in “positivi” o “negativi”). Ergo in teoria mi dovrei preoccupare, esaltare o comunque riflettere in base a numero e qualità di tali messaggi.
C’è però un dato secondo me fondamentale che questi strumenti non raccontano: quanta gente legge quello che in rete scrive chi partecipa a forum, edita blog o simili?
Prendiamo un esempio: supponiamo che io e altri 100 blogger scrivessimo peste e corna dei fiammiferi Minerva (dico una cosa assolutamente a caso). Il punto non è tanto che ci sono in giro per la rete 101 post negativi sui fiammiferi Minerva. Il punto è che se ciascuno di noi ha 2 lettori, raggiungiamo un totale di 303 persone che hanno scritto o letto qualcosa di negativo sul prodotto. 303 su un totale potenziale di qualche milione di acquirenti di fiammiferi. La domanda è a questo punto: quanto sono rilevanti questi 303 rispetto a qualche milione? E soprattutto, questi 303 come si comporteranno offline? Ovviamente tutt’altro discorso sarebbe se i lettori dei 101 blog fossero qualche centinaia di migliaia o addirittura qualche milione. Lì il paragone è facile: è un po’ come se il Corriere della Sera pubblicasse una pessima recensione del prodotto, recensione che ovviamente verrebbe letta dal vastissimo pubblico del Corriere stesso.
Il problema è che gli strumenti a disposizione questi numeri non li danno, probabilmente non li possono sapere o avere. Il blogger XY ha postato un commentaccio sul mio prodotto e questo è male. Ma il blog di XY lo leggono solo sua sorella e suo zio (e quindi sostanzialmente me ne posso fregare) o ha milionate di lettori affezionati (e quindi sono sostanzialmente rovinato)? Non è dato sapere.
In conclusione il social media ha delle potenzialità enormi e qualitativamente dirompenti ma allo stato dell’arte ritengo che l’approccio quantitativo al fenomeno sia piuttosto lacunoso e carente di quelle informazioni numeriche che, nel bene e nel male, dovrebbero sempre essere alla base di quasi tutte le decisioni di chi si occupa di marketing e pubblicità. Arriveranno, ne sono certo. Ma per il momento cercherei di trattare il tutto con molto beneficio di inventario.

(Social) Digital media: realtà, evoluzione e qualche numero

September 16th, 2009 No comments

Questa volta ammetto di scopiazzare un po’ da Cris ma come dire…la viralità del web sta anche in questo, no?
Battute a parte, direi che il video è piuttosto autoesplicativo e – per quanto ovviamente molto orientato a dimostrare una tesi – decisamente eloquente nel raccontare molti fatti attraverso i numeri: