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Archive for the ‘(Web) Marketing e dintorni’ Category

Ancora sui minus di (not) Google Plus

September 26th, 2011 3 comments

(Ormai) quasi vecchio ma se non fosse chiaro il concetto… 😉

Google Minus

September 25th, 2011 No comments

Poco più di due mesi fa mi chiedevo (come la maggior parte degli internauti, credo) quale potesse mai essere il valore aggiunto di Google Plus rispetto a Facebook e – senza dirlo esplicitamente per dare una parvenza di neutralità – ne avevo predetto la fine prematura o comunque l’insuccesso.
Ora, l’Italia farà testo fino a un certo punto, c’è ancora tempo e soprattutto spazio per una creascita esponenziale di G+ però… al momento mi sembra in pessima salute. Non ho alla mano numeri ufficiali ma la mia esperienza personale mi dice che:

– In due mesi sono andato a vedere la bacheca di G+ un paio di volte. Su Facebook invece ci vado più o meno tutti i giorni
– Google Plus mi sembra sempre uguale e se c’è qualcosa di nuovo non lo pubblicizza in maniera decente. Facebook ha invece introdotto la timeline e – oltre ad ammettere che era una cosa che aspettavo da tempo – ne sono rimasto talmente incuriosito che sono andato subito a provarla in versione beta.
– Soprattutto, su FB il numero dei miei amici continua ad aumentare e chi postava e condivideva prima, oggi lo fa sempre allo stesso modo e con la stessa assiduità. Su Google Plus ho raggiunto 55 contatti fra le mie cerchie e solo 3 postano con regolarità – uno dei quali tramite feed, che è un po’ come dire che non va considerato. Inoltre non mi sogno nemmeno di continuare ad aggiungere amici – sono già tutti su FB, perché il doppio sforzo?

Facendo queste riflessioni spicce, mi viene sempre in mente l’aneddoto su Henry Ford che di solito viene utilizzato per smontare i sostenitori del consumer-oriented marketing. Se non ricordo male diceva qualcosa come:”Se avessi chiesto ai miei clienti cosa desiderassero, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Lui invece fece qualcosa di molto meglio: cominciò a produrre automobili.
Ecco, in questo caso mi sembra che Google non abbia nemmeno provato a proporre ai consumatori un cavallo più veloce: ne ha proposto uno con la sella dalla forma strana, forse pensando che la gente potesse cambiare cavallo in ragione di quello. No, alla gente importa del cavallo e se ne ha già uno che vince tutte le corse, che se ne fa di un’altro con la sella strana?

Un bel minus a Google stavolta.

Twitter, Facebook, Google Plus: primi confronti

July 23rd, 2011 No comments

Chi mi segue su Facebook, Twitter o su questo blog già avrà capito come la penso sull’arrivo di Google Plus, anche se è ancora molto presto per esprimersi con piena cognizione di causa. Quindi per il momento cercherò di limitarmi a esporre e prendere in considerazione i dati di fatto, a partire dalla domanda attorno alla quale ruota il dibattito sulle possibilità si sopravvivenza o successo dell’ultimo arrivato, ovvero: che differenza c’è con Facebook e gli altri? Strumenti, funzionalità in più? Valore aggiunto?
Per questo ho trovato molto utile l’ultimo post di Stefano Epifani, da cui rubo apertamente l’infografica che ha creato per cercare di cogliere le prime differenze tra i tre big del social networking (o meglio, tra i due big e il terzo che per ora di big ha solo la G):


Io onestamente continuo a faticare a trovare differenze eclatanti, vedo solo quelle che per me sono sottigliezze. Ma, come dice lo stesso eEpifani, non saremo certo noi geek a decretare il successo o meno di una nuova piattaforma: sarà la gente comune che come al solito si farà guidare da abitudine, buon senso, comodità, facilità e – soprattutto – pigrizia (e con questo credo di aver detto abbastanza esplicitamente come la penso).

Ai posteri la facile sentenza! :-)

Privacy su Internet – Forget Big Brother

July 21st, 2011 No comments

Come in altre occasioni rischierò di essere accusato di piaggeria ma tant’è, le mie scelte lavorative sono sempre state più o meno coerenti con quella che è la mia visione del mercato e del suo futuro. Per questo sono abbastanza convinto che – oltre che in questa occasione – tornerò spesso a parlare di raccolta dati, profilazione, utilizzo dei dati stessi e, di conseguenza, privacy online. Partirò dal fondo, riproponendo l’intervista al CEO di Weborama a proposito delle idee fuorvianti che circolano sempre più spesso a proposito dell’utilizzo delle informazioni che sugli utenti si raccolgono in rete.
Questa l’intervista (in inglese, ovviamente):

E’ solo una piccola parte dei pregiudizi che circolano a proposito della Rete che viene spesso vista come un nuovo Grande Fratello. Proprio per questo mi piacciono le metafore e i paragoni che utilizza Levy (e qui parte la piaggeria ma pazienza):

– Il Grande Fratello utilizzava due strumenti, con funzioni ben differenziate: da una parte c’era la telecamera, utilizzata per osservare e ascoltare; dall’altra lo schermo, utilizzato per impartire ordini. Ebbene, per quel che riguarda la Rete, l’analogia si ferma al primo aspetto: è vero, è un enorme bacino di ascolto e osservazione. Ma penso che difficilmente si possa dire la stessa cosa della parte impositiva: il web è pieno di “suggerimenti” sempre più accurati, mirati e diretti ai singoli (grazie all’uso dell’informazione) ma proprio perché così ricchi, numerosi e variegati, credo sia impossibile affermare che vi sia qualcosa di anche solo lontamente simile all’imposizione e alla dittatura (da che mondo è mondo la varietà è sinonimo di democrazia).
– Altra analogia secondo me (e secondo Levy) scorretta è quella che vede gli utenti come pecore, pronte a seguire il pastore ovunque egli le direzioni; la prova del contrario è nel punto precedente ma a maggior ragione gli utenti devono essere visti come api, che raccolgono informazione e la trasportano di fiore in fiore per dare vita al web. Soprattutto lo impollinano con le loro azioni, le loro informazioni e – perché no – i loro acquisti, le loro transazioni (vi danno insomma valora aggiunto, anche solo e sfacciatemente economico – ma di nuovo, in che altro modo finanziare l’informazione e i contenuti liberi?)

Tutto molto semplice in apparenza ma il dibattito si è appena aperto e, come detto, sono piuttosto sicuro che continuerà a lungo. Ben contento di affrontarlo.

Aggiornamenti sul mercato mobile – Arriva Nokiasoft. Durerà?

February 13th, 2011 No comments

Dopo l’annuncio della partnership di Nokia e Microsoft per lo sviluppo dei prossimi smartphone (come già scritto a suo tempo, Symbian va in pensione), si va profilando un nuovo scenario nel mercato mobile mondiale. O forse no. Perché Nokia cerca di evitare il declino associandosi al peggior sistema operativo presente sul mercao (Windows phone). Qualcuno sostiene che sia per poter dettar legge in casa di chi non ha competenze ma i soldi per svilupparle. Io ritengo sia semplicemente una mossa sbagliata. Ma come al solito sarà il mercato a giudicare. Per inciso, chi volesse avere una panoramica aggiornata del suddetto mercato, può andare a leggersi questo bel post di Seba, dove vengono forniti numeri, statistiche e novità. Esauriente e molto istruttivo.

Morte delle (internet) apps?

January 27th, 2011 2 comments

Più volte su questo blog ho espresso la mia perplessità riguardo al futuro delle apps e soprattutto riguardo alla mortifera previsione di Chris Anderson sul destino del web. Da una parte sostenevo l’ingestibilità di tutta l’informazione di cui ho bisogno tramite molteplici apps, che non fanno altro che complicarmi la vita nel momento in cui esco dal seminato dell’abitudine. Dall’altra, trattandosi sostanzialmente di mondi “chiusi”, ponevo la questione della sostenibilità di un unico conenuto (una notizia, tanto per esemplificare) per veicolare la quale ho bisogno di sviluppare tantissimi conenitori diversi (apps differenti per device diversi per molteplici sistemi operativi).
Ora, ancora una volta Luca Lani mi viene incontro, ripubblicando i dati di vendita delle versioni per iPad dei principali magazine americani: un disastro su tutta la linea.
In giro per la rete ho letto tantissime opinioni di un sacco di persone che cercavano le motivazioni di una tale disfatta: la maggior parte di esse erano da ricondurre al prezzo del contenuto fruito tramite app e/o alla praticità del device.
Io onestamente sono anche in questo caso d’accordo con Luca e più nello specifico credo si debba riflettere su alcuni aspetti di fondamentale importanza, per lo più riconducibili al buon senso e alla normalissima natura umana piuttosto che a macro-fenomeni sociali da interpretarsi tramite disquisizioni filosofiche:

– Se esiste sia una versione app che una web del mio quotidiano preferito, dove la prima è a pagamento e la seconda gratuita, perché mai dovrò scegliere di spendere soldi per qualcosa che posso avere gratis?
– Se voglio leggere il Corriere della Sera e poi LaRepubblica, perché mi devo scaricare due applicazioni differenti (che probabilmente avranno anche due interfacce differenti), aprirne una per poi chiuderla ed aprire l’altra, quando posso invece rimanere sempre all’interno del mio browser e limitarmi a digitare un nuovo indirizzo e a cliccare sui diversi link?
– Perché se voglio condividere un articolo con i miei amici di Facebook con un browser devo mediamente fare un click mentre dall’interno di una app mediamente non lo posso proprio fare?
– Perché, ancora una volta, ammesso e non concesso che l’iPad sia il device di comunicazione del futuro, devo pagare dei programmatori per “costringere” i miei contenuti all’inerno di un’applicazione da sviluppare poi su tutti gli altri tablet quando con l’HTML 5 ottengo risultati uguali o migliori in termini di resa, interattività e cratività senza dovermi reinventare ogni volta l’HTML 5 per iOS4, quello per Android, quello per Windows ecc?
– Soprattutto (e lo dico con la cognizione di causa di chi lavora nell’ambiente dello sviluppo di nuovi formati pubblicitari), se voglio render gratuita la mia app o quantomeno contenerne il prezzo, come cavolo faccio a fare soldi proponendo pubblicità da web del 1996, senza possibilità di veicolare contenuti creativi e multimediali a meno di modificare l’applicazione stessa?

Questi e tanti altri quesiti dovrebbero secondo me indurre qualche riflessione sul fatto che – sempre per citare Luca – dopo 15 anni abbiamo finalmente una piattaforma totalmente aperta, flessibile, creativa e potente (parlo del Web, ovviamente) e ora sembra che vogliamo tornare a una miriade di programmini chiusi, limitati e a compartimenti stagni o quasi. Onestamente non ne vedo molto il senso. Oltre al fatto che – per me che non sono più un giovincello di primo pelo – le applicazioni erano i cosidetti “programmi” che giravano solo in locale. Cosa che ha in effetti ancora molto senso. Per i giochi, ad esempio.

Chiudo poi con un interrogativo sui numeri: un recente studio della Chetan Sharma Consulting afferma che nel 2012 ci saranno globalmente qualcosa come 50 miliardi di download di applicazioni e che il mercato varrà circa 17,5 miliardi di dollari. Ovvio che una grossissima parte di questi ricavi andrà ai distributori (agli App store, tanto per capirci) e anche ammesso e non concesso che vi sia una certa concentrazione degli sviluppatori, rimane il fatto che le app prodotte per generare un tale fatturato sono ormai centinaia di migliaia (forse oltre il milione, considerando le diverse versioni) e che la revenue pro-app alla fine non è comunque granché… Il mio timore è cioè che il mercato sia sì enorme ma talmente frammentato da lasciare pochissimi margini ai produttori – come dire che il negoziante guadagna un sacco sui volumi derivanti dalla vendita delle scarpe di 50 artigiani diversi ma gli artigiani stessi alla fine non ci campano. E, com’è ovvio, un sistema di questo tipo alla lunga non regge.
Staremo a vedere.

5 previsioni in controtendenza sul mercato mobile per il 2011 – Post semi-scopiazzato

December 26th, 2010 No comments

Tramite il blog di Luca Lani, ho “scoperto” queste 5 previsioni di Jamie Hall sul mercato del mobile nel 2011. Dato che sostanzialmente concordo su tutta la linea, le riporto testualmente (a volte “condividere” è un bell’eufemismo usato al posto di “scopiazzare” ma io lo faccio con orgoglio), aggiungendo il mio commento sul blog di Luca.

Le 5 previsoni:

1) The mobile browser is the new black . HTML is back and it’s the new app
Il motivo indicato  è quello dell’utilizzo ormai imminente di HTML5  che permetterà  di gestire animazioni, video, graphic UI, con grande facilità.  Ma sopratutto sarà standard tra le varie piattaforme (android, iOS, etc) e quindi comodo per gli sviluppatori da produrre (lo fai una volta per tutti).

2) Mobile social gaming will expand beyond Apps into the browser.
E’ una conseguenza della prima previsione: l’attuale  frammentazione delle piattaforme mobile e la loro incomunicabilità non permette di giocare con gli amici. Solo il browser gaming lo permette, e quindi lì è il futuro, anche  nel mobile

3) 2011 – The year of in-content mobile commerce
Si tratta delle famose valute virtuali e nuovi sistemi di micro-pagamento tramite cellulare. Di nuovo, se riesco a integrare tutto in un unico device e un unico sistema, perché non allargare anche al pagamento, che fondamentalmente già esiste?

4) Cuadrados Cuatro? Latinos will define the next great U.S. mobile service
Questa previsione è molto U.S. – centric. Niente di che, direi, semplice questione di numeri

5) Google’s biggest competitor won’t be Apple, it will be Google
Hall sostiene che nonostante tutto Android nel 2011 vincerà su Apple, perchè Android è distribuito da più produttori hardware e non è chiuso come iOS. Ma la frammentazione è a sua volta un potenziale pericolo anche per google, ed inoltre  google  fatica ormai a seguire tutti i filoni che sta aprendo.

Come detto, direi che sono fondamentalmente d’accordo su tutto. Soprattutto, in virtù del lavoro che faccio (piattaforme di distribuzione e tracciamento della pubblicità online), credo e spero nei primi due punti, dato che la frammentazione dei sistemi operativi e delle applicazioni fa diventare matti tutti. In questo momento stiamo sviluppando nuove soluzioni per la distribuzione del rich media sul mobile e confermo che sia noi che concessionarie ed editori stiamo puntando per lo più sui due “ciccioni” del mercato (iOS e Android) in abbinata con l’HTML5. Il mondo delle apps è meraviglioso ma troppo chiuso e dispersivo per poter sviluppare qualcosa per tutti e temo che molto difficilmente possa entrare nella logica della scalabilità.
Ergo, al di là di tutti i bei discorsi sociologici sull’avanzata delle apps rispetto al browsing, penso proprio che come al solito sarà il denaro a guidare il tutto (= prenderà piede quello che mi costa meno – una sola versione per tutti – e che mi rende di più – tutti pagano poco per una cosa che ho prodotto una volta sola).

La storia digitale della natività

December 20th, 2010 No comments

Ho ormai poco tempo per aggiornare il blog, quindi stavolta la butto sul facile e sul veloce: sta girando in questi giorni vicino al Natale un virale carino che interpreta “digitalmente” la storia della natività.
Questo per dire semplicemente… Buon Natale a tutti!

Quando qualità del prodotto e tempi del marketing non coincidono

November 14th, 2010 No comments

Tempo fa scrissi un post in cui esprimevo la mia perplessità di fronte ad un paio di “inconvenienti” in cui era incappata la Apple nel rilasciare l’iPhone 4 e il suo corrispettivo software, ovvero l’iOS 4 (antenna malfunzionante in un caso e rallentamento dell’iPhone 3 nell’altro). Per par condicio, nel post precedente a questo ho affrontato il problema dell’aggiornamento (disastroso da un punto di vista della procedura, anche se coronato da successo, sia come esito che come prestazioni ottenute) del Samsung Galaxy da Android 2.1 a 2.2.

Nel caso di Apple ipotizzavo una specie di sindrome “microsoftiana” d’antan, ovvero la necessità di sfornare il più presto possibile sempre nuovi prodotti per far felici gli azionisti e cercare di distanziare la concorrenza; il tutto però a scapito della funzionalità del prodotto che – nella fretta – evidentemente non era stato testato a sufficienza prima del rilascio.
Nel caso di Samsung, invece, sembra quasi che si sia partiti dal fenomeno opposto per giungere infine a un risultato analogo, dettato (a mio modo di vedere) dall’ansia di (non) perdere ulteriormente tempo. Android 2.2 è stato infatti rilasciato verso fine giugno/inizio luglio, momento a partire dal quale un po’ tutti i produttori di telefoni con s.o. Android hanno cominciato a dare il via all’aggiornamento. Ebbene, nonostante il Samsung Galaxy S sia considerato un po’ il top di gamma della casa coreana, nonché uno dei migliori smartphone Android sul mercato, credo sia stato uno degli ultimi a rendere disponibile tale aggiornamento, almeno in Italia – disponibile sul nostro mercato dal 12 novembre, circa 5 mesi dopo i primi. Il tutto dopo svariati annunci poi smentiti, rinvii, rimandi, false voci ecc. ecc. Già questa cosa non ha dato una bella immagine (io personalmente ero un po’ seccato di avere la Mercedes dei telefoni, costretto ad utilizzare un motore da 500, mentre altri con mezzi più limitati già viaggiavano col motore Ferrari). Però ero fiducioso riguardo al fatto che, una volta arrivato il turno del mio Galaxy, sarebbe stato tutto perfetto. E invece il disastro. L’aggiornamento che non veniva trovato, la necessità del patcher e persino il crash dell’applicazione per i messaggi una volta installato. La cosa “divertente”, poi, è che dopo aver cercato proattivamente per vari giorni informazioni sulla data dell’upgrade, la cosa mi stava passando di mente. Ma è stata la stessa Samsung a risvegliarmi, pubblicando l’annuncio del rilascio sulla propria pagina Facebook, di cui io sono fan, motivo per il quale mi è comparso in bella evidenza sulla mia Home Page. Il classico caso del risveglio del cane che dorme.

La sensazione, insomma, è stata che anche in casa Samsung fossero partiti con le migliori intenzioni (di garantire un upgrade liscio e perfetto sia nel processo che nei risultati) ma che poi alla fine abbia prevalso la necessità di rispettare certi tempi e non apparire come quelli che arrivano disastrosamente in ritardo. Il tutto, analogamente a quanto successo alla Apple, a scapito del risultato finale, tutt’altro che perfetto al momento del rilascio (i.e. anche in questo caso non abbastanza testato, provato, ri-testato e reso a prova di consumatore)

Detto questo, tengo a sottolineare che la Apple continua a sfornare prodotti meravigliosi e che il mio Samsung adesso va che è una meraviglia. Però temo che a volte le necessità di marketing si rivelino dei boomerang che ottengono l’effetto opposto. Soprattutto, di fronte a certe cose temo di dover rivedere la definizione di “marketing” (che detto in termini seri è sostanzialmente la modalità di approccio e posizionamento sul mercato tramite varie leve) che avevo dato qualche anno fa e in cui credevo davvero: buon senso espresso con termini tecnici e avvalorato dai numeri. I termini tecnici rimangono, i numeri anche (seppur limitati a quelli dell’orologio, a quanto pare) ma il buon senso mi pare che stia venendo un po’ meno. Anche perché ho sempre più la sensazione che dal marketing di prodotto si stia sempre più passando a prodotti del marketing. Che è moto rischioso. Perché se parti da un prodotto ottimo e sbagli la strategia di marketing, il prodotto rimane comunque ottimo e in quanto tale ha delle possibilità di compensare. Ma se parti da una strategia di marketing sbagliata e questa sta pure alla base del prodotto… Beh, così è un po’ un pasticcio.

The web is… Il futuro continuato – Lavoro nuovo, visione classica

November 6th, 2010 2 comments

Proprio al mio esordio nei miei nuovi panni lavorativi (dall’ inizio di novembre sono il nuovo country manager italiano di Weborama, oltre che di Adrime – acquisita dalla prima a inizio anno), sono stato intercettato allo IAB Forum dalla troupe di Speakerweb.tv, che mi ha fatto un paio di domande molto generiche – per evidenti ragioni di contesto – su che cosa è il web secondo me e quali sono i progetti per il futuro di Weborama – Adrime.
Al di là del mio imbarazzo (parlare dei massimi sistemi della società per cui lavori da meno di un giorno non è esattamente facilissimo), al di là dell’eloquio non brillantissimo, le luci pessime e il mio viziaccio di non riuscire a rimanere fermo davanti alla telecamera, sono abbastanza contento di constatare che l’andamento del mercato ha confermato quella che è la mia visione dello stesso da qualche anno a questa parte (o viceversa, se preferite): il web – o meglio Internet, che senno’ Chris Anderson si arrabbia – è un ambiente estremamente flessibile, dove tanti tipi di approcci comunicativi sono possibili (dall’awareness alla performance pura) e sempre più lo saranno. Basta non cadere nel solito errore di voler fare tutto tutto assieme e con gli stessi strumenti e approcci. Se si vuole fare awareness, si può e ci sono gli strumenti per farlo molto bene. Se si vuole lavorare in direct response, altrettanto, ma con strumenti diversi. Ovviamente le aree di sovrapposizione e sconfinamento sono tante – anche in Svizzera ci sono molte persone che parlano italiano e in Italia persone che parlano tedesco; ma alla fine i due stati rimangono ben separati. Basta, detta semplicemente, avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Ecco perché – ok, vai di auto-promozione – la mia scelta lavorativa è andata esattamente in questa direzione: approccio aperto, flessibilità estrema e strumenti adatti per le diverse situazioni. Sperando che (e qui di nuovo mi do’ del presuntuoso da solo) la mia visione e l’andamento del mercato continuino a corrispondere ancora per un po’ di anni.

Foursquare: spazio all’immaginazione.

October 23rd, 2010 No comments

Se qualcuno si dovesse mai chiedere quali limiti (geografici) ha Foursquare, in questo momento credo che la risposta sarebbe: nessuno. Oggi è avvenuto il primo check-in… nello spazio. Più precisamente nella base spaziale internazionale.
La qual cosa si va ad aggiungere al fatto che gli astronauti usano Twitter (sempre dallo spazio, ovviamente) da più di un anno.
Ovviamente l’astronauta che ha fatto check-in ha conquistato anche il badge di “NASA Explorer”, che anche i comuni mortali potranno poi sbloccare visitando vari siti terrestri della NASA stessa.
Anche se il post su Su Mashable che riporta la notizia la tratta come una bella iniziativa (di marketing?) della NASA, a me sembra un’ottima occasione soprattutto per lo stesso Foursquare di farsi della gran pubblicità. Quando si dice “win-win”. E soprattutto – mi si passi la battuta elementare – spazio alla fantasia!

Iniziative per le donne in Italia – a patto che siano madri e nonne offline

October 18th, 2010 No comments

Come spesso mi capita il sabato, ho acquistato il Corriere della Sera cartaceo, assieme al quale è allegato Io Donna, il suo supplemento femminile settimanale. Generalmente molto interessante e pieno di articoli e approfondimenti di gusto anche piuttosto maschile. Questa settimana vi erano molti “pezzi” dedicati al femminismo, alla sua evoluzione, alle quote rosa e alla fondamentalmente triste situazione delle donne in Italia. Arrivato poco oltre pagina 200 (!) noto una pagina pubblicitaria letteralmente “shocking” (nel senso del colore di sfondo) di Trenitalia, che recita testualmente:”Offerta shocking – Con la ‘Promo rosa’ le donne viaggiano gratis”. Apperò! Anzi, no: solo però. Perché c’è un però piuttosto pesante: continuando la lettura si scopre che la promozione è sì riservata alle donne ma a patto che durante la settimana viaggino in famiglia (fra tre e cinque persone) con un bambino fino a 12 anni e che durante il weekend viaggino in coppia. Come dire: se non sei mamma, moglie, nonna o zia, non sei una vera donna. Capisco il bisogno di fare una promozione pro-donna senza rischiare il collasso economico ma non bastava buttarla un po’ più sul generico? Ad esempio con “un biglietto gratis per chi ne acquista tre o più sulla stessa tratta se almeno uno dei tre passeggeri è una donna”? Questo anche perché – vista l’utenza media delle ferrovie italiane – mi pare molto più facile che siano gruppi di studentesse o semplicemente di adolescenti a poterne trarre vantaggio piuttosto che l’intera famiglia Brambilla, che generalmente si sposta in macchina e difficilmente – soprattutto durante la settimana – va in gita da qualche parte riuscendo a conciliare gli impegni di madre, padre e figli.
Detto questo, volevo capire un po’ meglio (magari mi sbagliavo) e sono quindi andato sul sito di Trenitalia (anche sulla pagina stampa c’è l’indicazione www.ferrovidellostato.it in bella evidenza), dove sono sicuro troverò tutti i dettagi di tutte le promozioni in atto al momento. Arrivo sulla Home Page. Orari, informazioni, promozioni di ogni tipo ma l’unica cosa che somiglia a quello che mi interessa è lo strillo di “Frecciarosa”, ovvero una serie di iniziative di tipo promozionale, informativo e di sensibilizzazione sui temi della salute, dei diritti e della sicurezza delle donne. Della Promo rosa nessuna traccia. Strano. uso allora il box di ricerca e finalmente trovo qualcosa. Questo:

Promo rosa Trenitalia

Ecco, a parte le condizioni che sono apparentemente diverse da quelle che ho trovato sulla pagina stampa (e scommetto che in biglietteria mi direbbero qualcosa di ancora diverso), qualcuno mi può spiegare come diavolo sia possibile che a ottobre dell’anno del Signore 2010, in un paese presunto civile che fa parte del G8, una promozione di un servizio pubblico NON sia acquistabile online?!?! Per quale maledettissimo motivo?
Sul fatto di considerare le donne solo come madri o mogli posso anche lasciare il beneficio del dubbio di una mia interpretazione sviata dal pregiudizio ma sull’esplicita dichiarazione di non-fruibilità tramite mezzi digitali direi che non ci sono dubbi.
Ancora una volta: povero paese, povera Italia.

p.s. Ma vogliamo poi parlare del fatto che – al di là del non poter acquistare il servizio su web senza darne spiegazione – la Home Page di Trenitalia ha centinaia di migliaia di accessi ogni giorno e nonostante questo non sia utilizzato come mezzo principe per spingere la promozione in questione? Sono onestamente convinto – senza che la RCS e gli altri editori e concessionarie cartacee me ne vogliano – che in temini di costo-efficacia sarebbe stato molto più utile usare solo il proprio sito web piuttosto che spendere soldi in una campagna stampa costosa e -a mio modo di vedere – poco politicamente corretta.

Gratis – Apparentemente

October 16th, 2010 1 comment

Il libro è ormai un po’ “datato” (io l’ho letto a nella seconda metà del 2009 anche se la prima edizione originale credo risalga al 2008) ma, trovandomi a discutere degli arogmenti che tratta in questi giorni, ho pensato di “riesumare” Gratis, l’ultima fatica editoriale di Chris Anderson (Free nella versione americana). Lettura decisamente interessante sui modelli di business che si basano o, per meglio dire, usano come leva commerciale primaria la gratuità. Mi premeva scrivere due righe in proposito perché, cercando approfondimenti, ho trovato molti post, commenti o simili dove viene data una lettura totalmente diversa da quella che ho inteso io o dove si critica il fatto che molte cose alla fine della fiera non sono affatto gratuite come sostiene Anderson (fra cui i suoi costosissimi interventi a conferenze, dibattiti ecc.).
Per come l’ho intesa io, Anderson sostiene che il fatto che molti prodotti o contenuti vengano distribuiti gratuitamente non significa affatto che non vi sia un qualche tipo di guadagno dietro: semplicemente il modello sottostante è più indiretto di quelli classici (“io ho un prodotto, vendo quel prodotto e guadagno sulla vendita di quel prodotto”). Gli esempi che porta sono molto spesso legati all’economia digitale – dove per l’appunto il costo marginale della produzione e distribuzione di contenuti è ormai vicina allo zero – ma il modello che da lì parte può essere poi applicato a tantissime realtà. Il concetto fondamentale credo possa essere riassunto in un’espressione come “non ti faccio pagare questo prodotto perché il suo valore (percepito o reale) è vicino allo zero ma baserò il mio guadagno su qualcosa d’altro, che al prodotto è legato: che sia l’upgrade del prodotto stesso, che sia la ricarica, che sia la versione premium, che sia la ripetitività dell’acquisto, che sia un cross-sell di un’altra cosa, comunque sia riceverò il pagamento in altre forme”. A costo di diventare impopolare, ho trovato molto calzante e forse filo-meritocratico l’esempio della musica: poiché i file digitali sono riproducibili (o meglio: copiabili) all’infinito senza perdita di qualità a costo pressoché nullo, le persone non percepiscono più il valore di tale prodotto e sono sempre meno disposte a pagare per averlo. Ebbene, sarebbe probabilmente sensato che l’industria musicale cambiasse modello e si spostasse in un’altra direzione: si pensi ad esempio a un modello dove i file musicali vengono distribuiti gratuitamente ma dove il loro ruolo passa ad essere quello di mezzo di diffusione, conoscenza, promozione ecc. In pratica do’ la mia musica gratis per fare in modo che la gente mi conosca e mi apprezzi. Fatto questo, la mia fonte primaria di guadagno diventeranno (come ritengo giusto che sia) i concerti, gli eventi, le manifestazioni, i gadget, le magliette e via discorrendo. Questo implica anche che il successo o meno di un gruppo o un cantante siano meno legati alle mosse delle case discografiche e più al reale gradimento (e bravura musicale) del gruppo stesso. Come si vede, in questo caso in realtà la gratuità non è un mancato ricavo ma un investimento per guadagnare in altro.

Gli altri esempi sono innumerevoli e sotto gli occhi di tutti ma il libro spiega in maniera esauriente anche quelli che sono i reali modelli sottostanti, corredandoli da un po’ di numeri esplicativi: dalle macchinette del caffè gratuite o in comodato d’uso compensate dal guadagno sulle cialde ai mesi gratis di telefonate o collegamento internet compensati dal lifetime value di un cliente dal momento in cui comincia a pagare; dai software gratuiti con upgrade a pagamento all’esempio, a me caro, delle conferenze di TED, messe liberamente a disposizione di tutti sul web ma i cui biglietti per assistervi dal vivo costano centinaia o migliaia di dollari (biglietti che vanno regolarmente esauriti); tanti esempi, tante idee, tanti modelli, un unico concetto: a questo mondo alla fin della fiera tutto si paga, non c’è nulla di veramente gratis.

Consigliato a chi non ha mai capito come certe cose potessero essere gratis, a chi ha un business e cerca nuovi modelli, a chi ha capito subito che c’era qualcosa dietro ma non ha mai capito esattamente cosa; a chi, infine, lavora nell’economia digitale, sa e ha capito tutte queste cose ma vuole leggere un libro piacevole che struttura in maniera sensata tutto questo sapere.

Sconsigliato a chi pensa di trovare dei super-trucchi per accaparrarsi qualcosa a sbafo.

Il libro è acquistabile online qui (fra i vari). Oppure, se si è in America, scaricabile gratuitamente online qui

Ancora depilazione – Il paradosso della viralità industrializzata

October 9th, 2010 No comments

Molti si ricorderanno la campagna della Wilkinson “Rasa il pratino” (visionabile qui), andata in onda qualche tempo fa e diventata anche un fenomeno virale, sia perché decisamente sopra le righe sia perché volutamente un po’ trash – ma in maniera leggera e divertente, cosa che probabilmente ne ha decretato il successo virale.
Quaclun altro si ricorderà anche di un filmato della Gillette con le istruzioni per la depilazione delle parti intime maschili, di cui io stesso avevo parlato in un mio post precedente. Meno famoso e diffuso dell’altro (in Italia), sia perché in lingua inglese, sia perché non è mai andato in onda in TV, limitandosi a sfruttare la sola Rete; ma in ogni caso simpatico e originale (memorabile il pay-off: l’albero sembra più alto senza il sottobosco).
Quelli con la memoria ancora più lunga ricorderanno ancora “Fight for kisses“, un filmato virale molto azzeccato legato a un gioco e un concorso, sempre della Wilkinson.

Ora, forse travolti dal successo delle iniziative precedenti, i signori della Wilkinson hanno cominciato a mettere in rete altri video, teoricamente virali, a quanto pare mai arrivati in Italia; probabilmente a ragion veduta, visto uno dei risultati che trovate qui sotto:

Già l’idea di base (“Hair off my stuff”: via i peli dalle mie cose) non è il massimo della vita; tutte la varie allusioni (ad esempio alla diversa lunghezza delle “viti”) sono un pochino troppo terra-terra ma soprattutto, metafora o no, tutti quegli oggetti riempiti di peli fanno davvero un po’ senso.
Fatto sta che questi video sono rimasti confinati in quella terra di nessuno che è uno spazio su Youtube a cui non accede quasi mai nesssuno.
Fondamentalmente una forzatura di cui non si capisce il motivo. Anche se è vero che produttori, sceneggiatori e registi del cinema non fanno molto meglio quando fanno i sequel, i sequel dei sequel e ogni tanto anche i prequel postumi dei film di successo. Credo che a maggior ragione con i video virali non si possa pretendere di andare oltre i 2 progetti riusciti di fila, soprattutto se si tratta dello stesso prodotto. E così come a suo tempo, citando Gianluca Diegoli, sostenevo l’ossimoro della viralità veicolata, adesso siamo arrivati al paradosso della viralità industrializzata (o almeno ai tentativi di industrializzazione). Che, in quanto tale, perde totalmente di appeal. Invecchia e annoia Sylvester Stallone, figuriamoci le cose divertenti che si possono racontare di un rasoio…

Video killed the radio star and apps killed the web?

October 4th, 2010 1 comment

Riprendo dopo qualche tempo la segnalazione di alcuni miei (ormai ex) colleghi di questo articolo di Chris Anderson, secondo il quale il web (nel senso di pagine HTML decodificate da un browser) verrà soppiantato da altro, ovvero dalle varie applicazioni (che sono prevalentemente ma non necessariamente ed esclusivamente le cosiddette apps) che sempre più stanno prendendo piede sulla rete e che si basano su Internet (ovvero il protocollo TCP/IP).

Ora, la questione è piuttosto spinosa, soprattutto per persone come me che lavorano sul web da una vita, poiché si tratta di scommettere sul futuro. Ovvero: è meglio lasciar perdere totalmente il WWW perché verrà soppiantato dalle applicazioni oppure anche tutto ciò che ho sempre fruito tramite Explorer, Firefox, Safari, Opera e compagnia bella ha un qualche tipo di futuro?
Sicuramente alcune affermazioni di Anderson sono vere (la percentuale di traffico su internet veicolato dal web sta scendendo drammaticamente, sicuramente il numero di siti che sopravvive ai primi anni di vita segue il trend di qualunque attività imprenditoriale – dicono che statisticamente una start-up ha il 75% di probabilità di fallire – ed è sicuramente vero che l’accesso a Internet avverrà sempre più da mobile, ovvero tramite le applicazioni). A mio avviso vanno però tenuti in considerazione alcuni fattori, spesso talmente auto-evidenti che vengono dati per scontati.

Anzitutto, analizzando il grafico riportato qui sopra (che avallerebbe le tesi di Anderson), appare evidente come molti dati siano piuttosto complicati da interpretare o più semplicemente come possano avere una duplice valenza. Se ad esempio prendiamo in considerazione la voce “video”, ci troviamo di fronte a un fenomeno lapalissiano, ovvero una crescita esponenziale. Il punto è però capire tramite cosa tutto questo video viene fruito: dal grafico non taspare ma mi pare lecito pensare che il caro vecchio browser faccia ancora la parte del leone. Certo, le applicazioni Youtube si stanno diffondendo ampiamente, così come il loro utilizzo; credo però che ancora per lungo tempo ci saranno un sacco di persone che continueranno a digitare un bel www. qualcosaqualcosa per andare a vedersi i video in rete.
Discorso analogo per tutto ciò che è “social”: le applicazioni Facebook sono funzionali e carine ma per il momento io preferisco ancora scrollarmi una bella pagina web, godermi le immagini sul mio monitor 23 pollici e avere la comodità di una tastiera da desktop piuttosto che imprecare sulle dimensioni delle mie dita quando continuo a fare refusi nel digitare sulla micro-tastierina del mio smartphone touch-screen.

Al di là delle specifiche applicazioni corrispondenti agli specifici siti web che potrebbero eventualmente sostituirli, la questione più importante è, a mio modo di vedere, la gestione dell’imprevedibile, che col web funziona molto meglio che non con le applicazioni.
Mi spiego: le applicazioni vanno benissimo nel momento in cui so cosa voglio, sono abitudinario o comunque sono sicuro che il contenuto o l’informazione che mi servono sono rintracciabili all’interno delle applicazioni che ho installato o che mi installerò. Giusto per esemplificare, faccio riferimento alle principali applicazioni che ho installato sul mio telefono: per vedere dei video su Youtube, la sua app mi risulta comodissima; mediamente un paio di volte la settimana guardo le previsioni del tempo sull’applicazione de Ilmeteo.it, che ho preimpostata sulle città che mi interessano; prendendo frequentemente il treno, faccio molto prima a consultare l’applicazione creata da uno sviluppatore sconosciuto che non ad andare sul sito delle ferrovie; stessa cosa con Kayak per quel che riguarda i voli; già con Facebook per comodità uso l’app sul telefono ma la trovo meno funzionale del sito; oppure userò l’app di Google maps per orientarmi. E via così con tutte le cose che faccio di solito. E sottolineo “di solito”. Perché, si sa, l’essere umano è abitudinario. Anche nel caso dei siti web, credo che ciascuno di noi abbia mediamente quei 15-20 su cui trascorre il 90% del suo tempo in rete. Ed ecco che allora ha senso averne le applicazioni, poiché è comodo e funzionale avere le “mie” cose sempre a disposizione, magari configurate come piace a me.
A dimostrazione di ciò, vi sono i dati Nielsen sulle applicazioni più popolari sui diversi sistemi operativi mobile, che riporto qui di seguito. Ebbene, come si vede… sono sempre le stesse!
Semplificando all’estremo, penso si possa tranquillamente dire che le apps hanno preso o stanno prendendo il posto dei cari vecchi “preferiti” di browseriana memoria.
Il problema si pone però nel momento in cui ho bisogno di qualcosa che non rientra all’interno della sfera dell’abitudinario, ovvero che non posso o non sono sicuro di trovare all’interno dei programmini che mi sono installato sul desktop del pc o del telefonino. Come fare in quel caso? Penso che la risposta più ovvia sia semplicemente: uso il caro vecchio web, con il caro vecchio Google e con la cara vecchia navigazione tradizionale alla ricerca di quello di cui ho bisogno.
Di nuovo, esemplificando: se voglio vedere un video che però per uno strano caso della vita non trovo su Youtube ma solo su Vimeo, cosa faccio? Mi cerco, scarico e installo anche l’app di Vimeo? Difficile… Oppure: ammesso e non concesso che esista l’applicazione di Ticketone, se voglio assolutamente andare al concerto dei Green Day anche se non suonano in Italia, mi devo sciroppare l’app del gruppo stesso o dei corrispettivi esteri di Ticketone? Non credo, più probabilmente cercherò su Google e andrò a comprare i biglietti sul sito come ho sempre fatto.
Al di là di questi casi estremi di ricrche specifiche riguardo alle quali le applicazioni possono non rispondere in maniera esaustiva, come la mettiamo con le classiche ricerche “random”? Se ad esempio – come è già successo – mi venisse lo sghiribizzo di cercare informazioni su un mio vecchio compagno di scuola che no è su Facebook, i posti pià facili dove trovarli probabilmente saranno dei classicissimi siti web, che saranno stati scansionati da Google o Yahoo! come è sempre avvenuto.
Al di là dei miei esempi spicci, vi è la semplicissima questione del numero di apps che una persona è in grado di gestire e “navigare” dal proprio pc: nel momento in cui diventano più di 30, siamo proprio sicuri che le userò sempre tutte o che più semplicemente mi ricorderò dell’esistenza delle ultime 3? E anche ammesso che abbia una memoria di ferro, conoscendomi troverò seccante doverle andare a ripescare tutte ogni volta nella loro posizione corretta. Più facilmente – come in effetti è sul mio telefono Android – tenderò a utilizzare le 10-12 che ho sulla prima pagina del mio desktop mobile. Per il resto continuerò ad aprire il mio browser e a navigare come ho sempre fatto.

In sintesi, penso di poter prevedere che in effetti sì, le apps eroderanno tantissimo il tempo speso dalle persone su Internet ma che per quel che riguarda il “numero di cose” fatte, continuerà a prevalere il web. In altre parole, penso che quest’ultimo rimarrà prevalente per la navigazione spot e/o random, mentre le prime prenderanno il posto dei già citati “preferiti” dei browser. Ma come al solito, chi vivrà vedrà.