Una vita su Facebook

November 13th, 2010 No comments

Divertente video fra la metafora e il neo-realismo cinematografico.Tutta la propria vita (o quasi) trasferita sulla virtualità di Facebook. Un’esagerazione in alcuni casi ma nemmeno poi tanto in altri. Da far riflettere (anche me). Enjoy.

The web is… Il futuro continuato – Lavoro nuovo, visione classica

November 6th, 2010 2 comments

Proprio al mio esordio nei miei nuovi panni lavorativi (dall’ inizio di novembre sono il nuovo country manager italiano di Weborama, oltre che di Adrime – acquisita dalla prima a inizio anno), sono stato intercettato allo IAB Forum dalla troupe di Speakerweb.tv, che mi ha fatto un paio di domande molto generiche – per evidenti ragioni di contesto – su che cosa è il web secondo me e quali sono i progetti per il futuro di Weborama – Adrime.
Al di là del mio imbarazzo (parlare dei massimi sistemi della società per cui lavori da meno di un giorno non è esattamente facilissimo), al di là dell’eloquio non brillantissimo, le luci pessime e il mio viziaccio di non riuscire a rimanere fermo davanti alla telecamera, sono abbastanza contento di constatare che l’andamento del mercato ha confermato quella che è la mia visione dello stesso da qualche anno a questa parte (o viceversa, se preferite): il web – o meglio Internet, che senno’ Chris Anderson si arrabbia – è un ambiente estremamente flessibile, dove tanti tipi di approcci comunicativi sono possibili (dall’awareness alla performance pura) e sempre più lo saranno. Basta non cadere nel solito errore di voler fare tutto tutto assieme e con gli stessi strumenti e approcci. Se si vuole fare awareness, si può e ci sono gli strumenti per farlo molto bene. Se si vuole lavorare in direct response, altrettanto, ma con strumenti diversi. Ovviamente le aree di sovrapposizione e sconfinamento sono tante – anche in Svizzera ci sono molte persone che parlano italiano e in Italia persone che parlano tedesco; ma alla fine i due stati rimangono ben separati. Basta, detta semplicemente, avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Ecco perché – ok, vai di auto-promozione – la mia scelta lavorativa è andata esattamente in questa direzione: approccio aperto, flessibilità estrema e strumenti adatti per le diverse situazioni. Sperando che (e qui di nuovo mi do’ del presuntuoso da solo) la mia visione e l’andamento del mercato continuino a corrispondere ancora per un po’ di anni.

Arriva finalmente HP Slate – Il tablet con le funzioni del PC ma senza connessione 3G

October 23rd, 2010 2 comments

Verrà finalmente lanciato in America lo Slate di HP, ovvero un altro rivale dell’ormai notissimo iPad. “Finalmente” perché era stato annunciato parecchi mesi fa ma il lancio vero e proprio è stato rimandato varie volte a causa di presunti problemi legati a ciò che lo differenzia rispetto ai concorrenti: il sistema operativo Windows 7, che lo rende sostanzialmente assimilabile a un PC.

Evidentemente risolti tali problemi, sembra che verrà immesso sul mercato americano a 799$, un prezzo decisamente più alto ma che per l’appunto riflette un posizionamento differente, rivolto all’utenza business che, visto il software che monta, ora lo potrà utilizzare anche per lavorare, ne’ più ne’ meno come un vecchio laptop. Le caratteristiche che leggo in giro sono: Windows 7, schermo da 8.9 pollici, risoluzione di 1024×600, processore Intel Atom Z540 da 1.86 GHz, 2 Giga di RAM, 64 Giga di SSD, full HD, Wi-Fi ma – incredibilmente – nessuna connessione dati 3G.

Se da una parte ho pensato “finalmente!” di fronte alla notizia che qualcuno aveva pensato a un tablet sul quale girasse tranquillamente anche Office (i.e. col quale si potesse anche lavorare perché – diciamoci la verità – l’iPad e il Samsung Galaxy Tab sono dei bei giocattoli e dei meravigliosi lettori multimediali ma non molto di più), dall’altra sono molto molto perplesso di fronte alla scelta di non dotarsi diuna connessione 3G e/o della possibilità di telefonare. Se dispositivo mobile deve essere, che abbia tutte le dotazioni della mobilità, no? Come al solito il mercato darà il suo giudizio ma onestamente mi aspetto che quantomeno nella versione 1.1 lo Slate avrà una bella connettività estesa. Pena: il flop.

Foursquare: spazio all’immaginazione.

October 23rd, 2010 No comments

Se qualcuno si dovesse mai chiedere quali limiti (geografici) ha Foursquare, in questo momento credo che la risposta sarebbe: nessuno. Oggi è avvenuto il primo check-in… nello spazio. Più precisamente nella base spaziale internazionale.
La qual cosa si va ad aggiungere al fatto che gli astronauti usano Twitter (sempre dallo spazio, ovviamente) da più di un anno.
Ovviamente l’astronauta che ha fatto check-in ha conquistato anche il badge di “NASA Explorer”, che anche i comuni mortali potranno poi sbloccare visitando vari siti terrestri della NASA stessa.
Anche se il post su Su Mashable che riporta la notizia la tratta come una bella iniziativa (di marketing?) della NASA, a me sembra un’ottima occasione soprattutto per lo stesso Foursquare di farsi della gran pubblicità. Quando si dice “win-win”. E soprattutto – mi si passi la battuta elementare – spazio alla fantasia!

Iniziative per le donne in Italia – a patto che siano madri e nonne offline

October 18th, 2010 No comments

Come spesso mi capita il sabato, ho acquistato il Corriere della Sera cartaceo, assieme al quale è allegato Io Donna, il suo supplemento femminile settimanale. Generalmente molto interessante e pieno di articoli e approfondimenti di gusto anche piuttosto maschile. Questa settimana vi erano molti “pezzi” dedicati al femminismo, alla sua evoluzione, alle quote rosa e alla fondamentalmente triste situazione delle donne in Italia. Arrivato poco oltre pagina 200 (!) noto una pagina pubblicitaria letteralmente “shocking” (nel senso del colore di sfondo) di Trenitalia, che recita testualmente:”Offerta shocking – Con la ‘Promo rosa’ le donne viaggiano gratis”. Apperò! Anzi, no: solo però. Perché c’è un però piuttosto pesante: continuando la lettura si scopre che la promozione è sì riservata alle donne ma a patto che durante la settimana viaggino in famiglia (fra tre e cinque persone) con un bambino fino a 12 anni e che durante il weekend viaggino in coppia. Come dire: se non sei mamma, moglie, nonna o zia, non sei una vera donna. Capisco il bisogno di fare una promozione pro-donna senza rischiare il collasso economico ma non bastava buttarla un po’ più sul generico? Ad esempio con “un biglietto gratis per chi ne acquista tre o più sulla stessa tratta se almeno uno dei tre passeggeri è una donna”? Questo anche perché – vista l’utenza media delle ferrovie italiane – mi pare molto più facile che siano gruppi di studentesse o semplicemente di adolescenti a poterne trarre vantaggio piuttosto che l’intera famiglia Brambilla, che generalmente si sposta in macchina e difficilmente – soprattutto durante la settimana – va in gita da qualche parte riuscendo a conciliare gli impegni di madre, padre e figli.
Detto questo, volevo capire un po’ meglio (magari mi sbagliavo) e sono quindi andato sul sito di Trenitalia (anche sulla pagina stampa c’è l’indicazione www.ferrovidellostato.it in bella evidenza), dove sono sicuro troverò tutti i dettagi di tutte le promozioni in atto al momento. Arrivo sulla Home Page. Orari, informazioni, promozioni di ogni tipo ma l’unica cosa che somiglia a quello che mi interessa è lo strillo di “Frecciarosa”, ovvero una serie di iniziative di tipo promozionale, informativo e di sensibilizzazione sui temi della salute, dei diritti e della sicurezza delle donne. Della Promo rosa nessuna traccia. Strano. uso allora il box di ricerca e finalmente trovo qualcosa. Questo:

Promo rosa Trenitalia

Ecco, a parte le condizioni che sono apparentemente diverse da quelle che ho trovato sulla pagina stampa (e scommetto che in biglietteria mi direbbero qualcosa di ancora diverso), qualcuno mi può spiegare come diavolo sia possibile che a ottobre dell’anno del Signore 2010, in un paese presunto civile che fa parte del G8, una promozione di un servizio pubblico NON sia acquistabile online?!?! Per quale maledettissimo motivo?
Sul fatto di considerare le donne solo come madri o mogli posso anche lasciare il beneficio del dubbio di una mia interpretazione sviata dal pregiudizio ma sull’esplicita dichiarazione di non-fruibilità tramite mezzi digitali direi che non ci sono dubbi.
Ancora una volta: povero paese, povera Italia.

p.s. Ma vogliamo poi parlare del fatto che – al di là del non poter acquistare il servizio su web senza darne spiegazione – la Home Page di Trenitalia ha centinaia di migliaia di accessi ogni giorno e nonostante questo non sia utilizzato come mezzo principe per spingere la promozione in questione? Sono onestamente convinto – senza che la RCS e gli altri editori e concessionarie cartacee me ne vogliano – che in temini di costo-efficacia sarebbe stato molto più utile usare solo il proprio sito web piuttosto che spendere soldi in una campagna stampa costosa e -a mio modo di vedere – poco politicamente corretta.

Gratis – Apparentemente

October 16th, 2010 1 comment

Il libro è ormai un po’ “datato” (io l’ho letto a nella seconda metà del 2009 anche se la prima edizione originale credo risalga al 2008) ma, trovandomi a discutere degli arogmenti che tratta in questi giorni, ho pensato di “riesumare” Gratis, l’ultima fatica editoriale di Chris Anderson (Free nella versione americana). Lettura decisamente interessante sui modelli di business che si basano o, per meglio dire, usano come leva commerciale primaria la gratuità. Mi premeva scrivere due righe in proposito perché, cercando approfondimenti, ho trovato molti post, commenti o simili dove viene data una lettura totalmente diversa da quella che ho inteso io o dove si critica il fatto che molte cose alla fine della fiera non sono affatto gratuite come sostiene Anderson (fra cui i suoi costosissimi interventi a conferenze, dibattiti ecc.).
Per come l’ho intesa io, Anderson sostiene che il fatto che molti prodotti o contenuti vengano distribuiti gratuitamente non significa affatto che non vi sia un qualche tipo di guadagno dietro: semplicemente il modello sottostante è più indiretto di quelli classici (“io ho un prodotto, vendo quel prodotto e guadagno sulla vendita di quel prodotto”). Gli esempi che porta sono molto spesso legati all’economia digitale – dove per l’appunto il costo marginale della produzione e distribuzione di contenuti è ormai vicina allo zero – ma il modello che da lì parte può essere poi applicato a tantissime realtà. Il concetto fondamentale credo possa essere riassunto in un’espressione come “non ti faccio pagare questo prodotto perché il suo valore (percepito o reale) è vicino allo zero ma baserò il mio guadagno su qualcosa d’altro, che al prodotto è legato: che sia l’upgrade del prodotto stesso, che sia la ricarica, che sia la versione premium, che sia la ripetitività dell’acquisto, che sia un cross-sell di un’altra cosa, comunque sia riceverò il pagamento in altre forme”. A costo di diventare impopolare, ho trovato molto calzante e forse filo-meritocratico l’esempio della musica: poiché i file digitali sono riproducibili (o meglio: copiabili) all’infinito senza perdita di qualità a costo pressoché nullo, le persone non percepiscono più il valore di tale prodotto e sono sempre meno disposte a pagare per averlo. Ebbene, sarebbe probabilmente sensato che l’industria musicale cambiasse modello e si spostasse in un’altra direzione: si pensi ad esempio a un modello dove i file musicali vengono distribuiti gratuitamente ma dove il loro ruolo passa ad essere quello di mezzo di diffusione, conoscenza, promozione ecc. In pratica do’ la mia musica gratis per fare in modo che la gente mi conosca e mi apprezzi. Fatto questo, la mia fonte primaria di guadagno diventeranno (come ritengo giusto che sia) i concerti, gli eventi, le manifestazioni, i gadget, le magliette e via discorrendo. Questo implica anche che il successo o meno di un gruppo o un cantante siano meno legati alle mosse delle case discografiche e più al reale gradimento (e bravura musicale) del gruppo stesso. Come si vede, in questo caso in realtà la gratuità non è un mancato ricavo ma un investimento per guadagnare in altro.

Gli altri esempi sono innumerevoli e sotto gli occhi di tutti ma il libro spiega in maniera esauriente anche quelli che sono i reali modelli sottostanti, corredandoli da un po’ di numeri esplicativi: dalle macchinette del caffè gratuite o in comodato d’uso compensate dal guadagno sulle cialde ai mesi gratis di telefonate o collegamento internet compensati dal lifetime value di un cliente dal momento in cui comincia a pagare; dai software gratuiti con upgrade a pagamento all’esempio, a me caro, delle conferenze di TED, messe liberamente a disposizione di tutti sul web ma i cui biglietti per assistervi dal vivo costano centinaia o migliaia di dollari (biglietti che vanno regolarmente esauriti); tanti esempi, tante idee, tanti modelli, un unico concetto: a questo mondo alla fin della fiera tutto si paga, non c’è nulla di veramente gratis.

Consigliato a chi non ha mai capito come certe cose potessero essere gratis, a chi ha un business e cerca nuovi modelli, a chi ha capito subito che c’era qualcosa dietro ma non ha mai capito esattamente cosa; a chi, infine, lavora nell’economia digitale, sa e ha capito tutte queste cose ma vuole leggere un libro piacevole che struttura in maniera sensata tutto questo sapere.

Sconsigliato a chi pensa di trovare dei super-trucchi per accaparrarsi qualcosa a sbafo.

Il libro è acquistabile online qui (fra i vari). Oppure, se si è in America, scaricabile gratuitamente online qui

Quando conta solo lo spettacolo. Che prevale sulla morte.

October 9th, 2010 No comments

RIP Sarah Scazzi. Che lo zio passi in punizione (qualunque essa sia) il resto della sua vita. Delitto atroce, abominevole, da condannare senza se e senza ma.

Vi è però il solito “ma” riguardo a come tutta la vicenda è stata trattata. O, per meglio dire, come è stato trattato tutto il contorno. Perché i fatti nudi e crudi – senza contorno – sono che una quindicenne è morta. Assassinata dallo zio. Il quale ha confessato ed è stato arrestato. I fatti sono anche che nel 2008 (l’ultimo dato che ho trovato, fonte Eures-Ansa), gli omicidi in Italia sono stati 601, ovvero 1,6 uccisioni al giorno. La maggior parte delle quali passate sotto silenzio, se non a livello locale. Evidentemente quello che da’ la direzione e l’intensità alla copertura mediatica è il contorno, non il fatto in se’. Tradotto in parole povere, quello che ha fatto sì che tutti sappiano chi fosse Sarah Scazzi, come sia stata uccisa e da chi, non è stata la tragedia della morte violenta di per se stessa. E’ stato tutto quello che vi si è costruito attorno. Il fatto che la famiglia si fosse rivolta a “Chi l’ha visto?” dopo la sua sparizione. Il fatto che l’annuncio stesso della confessione e quindi della morte sia stato dato in diretta televisiva. Il fatto che – diciamocelo – la vicenda sia stata resa ancora più torbida dalla violenza compiuta dallo zio sul cadavere. Particolari morbosi e abominevoli che “piacciono” alla gente. Il fascino dell’orrido – quella sindrome per cui davanti a una cosa oscena non si riesce a distogliere lo sguardo, quel fenomeno irragionevole per cui di fronte a un incidente tutti si ammassano sperando inconsciamente di vedere qualche morto o qualche arto troncato. La normale bestialità umana, insomma.
Nel caso di Sarah Scazzi tutte queste variabili si sono unite per dar vita a un caso mediatico da picchi di audience. E infatti: polemica infinita per l’annuncio dato in diretta a Chi l’ha visto?. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Polemica infinita sull’atteggiamento da bullo e aspirante divo del fratello della vittima. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Fiumi e fiumi di parole, orali e scritte, sulla bestialità dello zio, il nuovo orco necrofilo del millennio, la sua storia, i sospetti di abusi sulle figlie e via discorrendo, di abominio in abominio. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Centinaia e centinaia di blogger (me compreso ma con quel viscido di Grillo in prima linea a cavalcare l’evento) che discettano sulla società malata, sul ruolo delle donne, sull’arretratezza dell’Italia… Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata.
Potrei continuare a lungo ma aggiungo solo l’ultimo episodio che mi ha fatto a dir poco indignare: oggi i funerali. E la gente che applaude al passaggio della bara. Applaude?!?!?! Ma per quale irragionevole motivo adesso si applaude ai funerali? E’ stata brava a morire? Ha fatto bene? L’applauso una volta era manifestazione di approvazione. Sono contenti che sia morta? Dov’è finito il rispettoso silenzio che accompagnava la morte una volta? Forse lo so io: è stato messo in secondo piano dallo spettacolo. Lo spettacolo della morte. Bello. Lo spettacolo ti distrae dalla noia, dal grigiore, dal piattume. E allora applaudiamo a questo meraviglioso spettacolo che tanto ci intrattiene. Ah, per inciso una ragazzina è morta assassinata. Ma fa sempre parte dello spettacolo.

Ancora depilazione – Il paradosso della viralità industrializzata

October 9th, 2010 No comments

Molti si ricorderanno la campagna della Wilkinson “Rasa il pratino” (visionabile qui), andata in onda qualche tempo fa e diventata anche un fenomeno virale, sia perché decisamente sopra le righe sia perché volutamente un po’ trash – ma in maniera leggera e divertente, cosa che probabilmente ne ha decretato il successo virale.
Quaclun altro si ricorderà anche di un filmato della Gillette con le istruzioni per la depilazione delle parti intime maschili, di cui io stesso avevo parlato in un mio post precedente. Meno famoso e diffuso dell’altro (in Italia), sia perché in lingua inglese, sia perché non è mai andato in onda in TV, limitandosi a sfruttare la sola Rete; ma in ogni caso simpatico e originale (memorabile il pay-off: l’albero sembra più alto senza il sottobosco).
Quelli con la memoria ancora più lunga ricorderanno ancora “Fight for kisses“, un filmato virale molto azzeccato legato a un gioco e un concorso, sempre della Wilkinson.

Ora, forse travolti dal successo delle iniziative precedenti, i signori della Wilkinson hanno cominciato a mettere in rete altri video, teoricamente virali, a quanto pare mai arrivati in Italia; probabilmente a ragion veduta, visto uno dei risultati che trovate qui sotto:

Già l’idea di base (“Hair off my stuff”: via i peli dalle mie cose) non è il massimo della vita; tutte la varie allusioni (ad esempio alla diversa lunghezza delle “viti”) sono un pochino troppo terra-terra ma soprattutto, metafora o no, tutti quegli oggetti riempiti di peli fanno davvero un po’ senso.
Fatto sta che questi video sono rimasti confinati in quella terra di nessuno che è uno spazio su Youtube a cui non accede quasi mai nesssuno.
Fondamentalmente una forzatura di cui non si capisce il motivo. Anche se è vero che produttori, sceneggiatori e registi del cinema non fanno molto meglio quando fanno i sequel, i sequel dei sequel e ogni tanto anche i prequel postumi dei film di successo. Credo che a maggior ragione con i video virali non si possa pretendere di andare oltre i 2 progetti riusciti di fila, soprattutto se si tratta dello stesso prodotto. E così come a suo tempo, citando Gianluca Diegoli, sostenevo l’ossimoro della viralità veicolata, adesso siamo arrivati al paradosso della viralità industrializzata (o almeno ai tentativi di industrializzazione). Che, in quanto tale, perde totalmente di appeal. Invecchia e annoia Sylvester Stallone, figuriamoci le cose divertenti che si possono racontare di un rasoio…

Un reality check dell’economia contemporanea – Video lungo in inglese

October 7th, 2010 No comments

Interessantissimo speech di Tim Jackson su sviluppo sostenibile, debito pubblico e privato, economia della decrescita e molti altri aspetti legati al modello economico vigente dal secondo dopoguerra. In inglese e un po’ lungo ma pieno di spunti di riflessione.

Per chi fosse interessato, Tim Jackson ha pubblicato il rapporto “Prosperity without growth?”, liberamente accessibile (in inglese) a chiunque. Lo potete scaricare in pdf cliccando qui.
Un condensato dell’economia della decrescita qui.
Posto che i modelli alternativi non sono ancora chiarissimi (nel senso che la filosofia e l’approccio lo sono ma le attuazioni concrete sono tutte da discutere), è interessante provare a immaginare un sistema che tenga in considerazione la sostenibilità ecologica e sociale di tutte le sue parti e che non veda la crescita del PIL come un obiettivo ma come – eventualmente – una conseguenza. Non facile, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che quello attuale parte (o giunge) da un circolo vizioso che da un punto di vista sociale ci spinge a “spendere soldi che non abbiamo per comprare cose di cui non abbiamo bisogno per creare impressioni che non dureranno su persone di cui non ci importa”. Temo che, al di là del sistema economico di per se’, la cosa più difficile sarà scardinare quello sociale.

We spend money we don’t have on things we don’t need to create impressions that won’t last on people we don’t care about.

Paolo Romani nuovo ministro dello sviluppo economico. Degli anni ’80

October 4th, 2010 No comments

E’ notizia di oggi che Paolo Romani, fino ad ora vice-ministro dello sviluppo economico con delega alle comunicazioni, è stato “promosso” a ministro.
Non commento la persona, che non conosco e non posso giudicare. Cito però un paio di cose.

1) La sua carriera: nel 1976 fonda Milano Tv, poi trasformatasi in Rete A, di cui è direttore generale fino al 1985. Dal 1986 al 1990 è amministratore delegato di Telelombardia. Nel 1990 è editore di Lombardia 7, emittente che cede nel 1995 dopo essere stato eletto deputato con Forza Italia, di cui sarà coordinatore regionale per la Lombardia dal 1998 al 2005.

2) Una sua risposta data in un contesto semi-istituzionale quale è l’annuale IAB Forum, riguardo alla (mancata) digitalizzazione del paese contrapposta alla presunta avanguardia decretata dall’adozione a tappe forazate del digitale terrestre televisivo: non ricordo testualmente le parole ma era qualcosa come “In un paese come il nostro l’importante è cominciare da qualche parte. Anche se televisivo, sempre di digitale si tratta. Da lì a tutto il resto il passaggio è breve”

Per inciso, Paolo Romani è anche quello che, sempre allo IAB Forum, ha cianciato per due anni di fila di 800 Milioni di Euro messi a disposizione dal governo tramite il CIPE per la diffusione della banda larga in Italia. 800 milioni che, ovviamente, sono miracolosamente spariti (sia fisicamente che dall’agenda politica).

Ecco, se questo governo/paese pensa che lo sviluppo economico possa essere portato avanti da un ultrasessantenne geronto-televisivo contafiaberlusconiano, siamo messi bene. Proprio bene.

Video killed the radio star and apps killed the web?

October 4th, 2010 1 comment

Riprendo dopo qualche tempo la segnalazione di alcuni miei (ormai ex) colleghi di questo articolo di Chris Anderson, secondo il quale il web (nel senso di pagine HTML decodificate da un browser) verrà soppiantato da altro, ovvero dalle varie applicazioni (che sono prevalentemente ma non necessariamente ed esclusivamente le cosiddette apps) che sempre più stanno prendendo piede sulla rete e che si basano su Internet (ovvero il protocollo TCP/IP).

Ora, la questione è piuttosto spinosa, soprattutto per persone come me che lavorano sul web da una vita, poiché si tratta di scommettere sul futuro. Ovvero: è meglio lasciar perdere totalmente il WWW perché verrà soppiantato dalle applicazioni oppure anche tutto ciò che ho sempre fruito tramite Explorer, Firefox, Safari, Opera e compagnia bella ha un qualche tipo di futuro?
Sicuramente alcune affermazioni di Anderson sono vere (la percentuale di traffico su internet veicolato dal web sta scendendo drammaticamente, sicuramente il numero di siti che sopravvive ai primi anni di vita segue il trend di qualunque attività imprenditoriale – dicono che statisticamente una start-up ha il 75% di probabilità di fallire – ed è sicuramente vero che l’accesso a Internet avverrà sempre più da mobile, ovvero tramite le applicazioni). A mio avviso vanno però tenuti in considerazione alcuni fattori, spesso talmente auto-evidenti che vengono dati per scontati.

Anzitutto, analizzando il grafico riportato qui sopra (che avallerebbe le tesi di Anderson), appare evidente come molti dati siano piuttosto complicati da interpretare o più semplicemente come possano avere una duplice valenza. Se ad esempio prendiamo in considerazione la voce “video”, ci troviamo di fronte a un fenomeno lapalissiano, ovvero una crescita esponenziale. Il punto è però capire tramite cosa tutto questo video viene fruito: dal grafico non taspare ma mi pare lecito pensare che il caro vecchio browser faccia ancora la parte del leone. Certo, le applicazioni Youtube si stanno diffondendo ampiamente, così come il loro utilizzo; credo però che ancora per lungo tempo ci saranno un sacco di persone che continueranno a digitare un bel www. qualcosaqualcosa per andare a vedersi i video in rete.
Discorso analogo per tutto ciò che è “social”: le applicazioni Facebook sono funzionali e carine ma per il momento io preferisco ancora scrollarmi una bella pagina web, godermi le immagini sul mio monitor 23 pollici e avere la comodità di una tastiera da desktop piuttosto che imprecare sulle dimensioni delle mie dita quando continuo a fare refusi nel digitare sulla micro-tastierina del mio smartphone touch-screen.

Al di là delle specifiche applicazioni corrispondenti agli specifici siti web che potrebbero eventualmente sostituirli, la questione più importante è, a mio modo di vedere, la gestione dell’imprevedibile, che col web funziona molto meglio che non con le applicazioni.
Mi spiego: le applicazioni vanno benissimo nel momento in cui so cosa voglio, sono abitudinario o comunque sono sicuro che il contenuto o l’informazione che mi servono sono rintracciabili all’interno delle applicazioni che ho installato o che mi installerò. Giusto per esemplificare, faccio riferimento alle principali applicazioni che ho installato sul mio telefono: per vedere dei video su Youtube, la sua app mi risulta comodissima; mediamente un paio di volte la settimana guardo le previsioni del tempo sull’applicazione de Ilmeteo.it, che ho preimpostata sulle città che mi interessano; prendendo frequentemente il treno, faccio molto prima a consultare l’applicazione creata da uno sviluppatore sconosciuto che non ad andare sul sito delle ferrovie; stessa cosa con Kayak per quel che riguarda i voli; già con Facebook per comodità uso l’app sul telefono ma la trovo meno funzionale del sito; oppure userò l’app di Google maps per orientarmi. E via così con tutte le cose che faccio di solito. E sottolineo “di solito”. Perché, si sa, l’essere umano è abitudinario. Anche nel caso dei siti web, credo che ciascuno di noi abbia mediamente quei 15-20 su cui trascorre il 90% del suo tempo in rete. Ed ecco che allora ha senso averne le applicazioni, poiché è comodo e funzionale avere le “mie” cose sempre a disposizione, magari configurate come piace a me.
A dimostrazione di ciò, vi sono i dati Nielsen sulle applicazioni più popolari sui diversi sistemi operativi mobile, che riporto qui di seguito. Ebbene, come si vede… sono sempre le stesse!
Semplificando all’estremo, penso si possa tranquillamente dire che le apps hanno preso o stanno prendendo il posto dei cari vecchi “preferiti” di browseriana memoria.
Il problema si pone però nel momento in cui ho bisogno di qualcosa che non rientra all’interno della sfera dell’abitudinario, ovvero che non posso o non sono sicuro di trovare all’interno dei programmini che mi sono installato sul desktop del pc o del telefonino. Come fare in quel caso? Penso che la risposta più ovvia sia semplicemente: uso il caro vecchio web, con il caro vecchio Google e con la cara vecchia navigazione tradizionale alla ricerca di quello di cui ho bisogno.
Di nuovo, esemplificando: se voglio vedere un video che però per uno strano caso della vita non trovo su Youtube ma solo su Vimeo, cosa faccio? Mi cerco, scarico e installo anche l’app di Vimeo? Difficile… Oppure: ammesso e non concesso che esista l’applicazione di Ticketone, se voglio assolutamente andare al concerto dei Green Day anche se non suonano in Italia, mi devo sciroppare l’app del gruppo stesso o dei corrispettivi esteri di Ticketone? Non credo, più probabilmente cercherò su Google e andrò a comprare i biglietti sul sito come ho sempre fatto.
Al di là di questi casi estremi di ricrche specifiche riguardo alle quali le applicazioni possono non rispondere in maniera esaustiva, come la mettiamo con le classiche ricerche “random”? Se ad esempio – come è già successo – mi venisse lo sghiribizzo di cercare informazioni su un mio vecchio compagno di scuola che no è su Facebook, i posti pià facili dove trovarli probabilmente saranno dei classicissimi siti web, che saranno stati scansionati da Google o Yahoo! come è sempre avvenuto.
Al di là dei miei esempi spicci, vi è la semplicissima questione del numero di apps che una persona è in grado di gestire e “navigare” dal proprio pc: nel momento in cui diventano più di 30, siamo proprio sicuri che le userò sempre tutte o che più semplicemente mi ricorderò dell’esistenza delle ultime 3? E anche ammesso che abbia una memoria di ferro, conoscendomi troverò seccante doverle andare a ripescare tutte ogni volta nella loro posizione corretta. Più facilmente – come in effetti è sul mio telefono Android – tenderò a utilizzare le 10-12 che ho sulla prima pagina del mio desktop mobile. Per il resto continuerò ad aprire il mio browser e a navigare come ho sempre fatto.

In sintesi, penso di poter prevedere che in effetti sì, le apps eroderanno tantissimo il tempo speso dalle persone su Internet ma che per quel che riguarda il “numero di cose” fatte, continuerà a prevalere il web. In altre parole, penso che quest’ultimo rimarrà prevalente per la navigazione spot e/o random, mentre le prime prenderanno il posto dei già citati “preferiti” dei browser. Ma come al solito, chi vivrà vedrà.

Muore Symbian (?). Futuro incerto per gli altri.

October 2nd, 2010 No comments

Leggo oggi che Samsung ha annunciato che dal 2011 non supporterà più Symbian, uno dei capostipiti dei sistemi operativi evoluti per cellulare/smartphone. Questo dopo lo stesso annuncio fatto da Sony Ericsson, nonchè un sopravvenuto e dichiarato disinteresse da parte di LG e una sempre più evidente concentrazione di risorse da parte di Nokia (assieme a Intel) nello sviluppo del proprio sistema Meego. Come dire – a meno di sorprese: cronaca di una morte annunciata per Symbian. Onore a Symbian.

Ora però mi chiedo quanto spazio ci sia per così tanti sistemi operativi sul mercato e quali saranno le dinamiche che ne decreteranno il success o l’insuccesso. Giusto per mettere un po’ di ordine (soprattutto per me stesso), da quel che ne so, lo scenario è di questo tipo:

– Apple ha sviluppato iOS, che gira solo sui dispositivi della stessa Apple (come dire iPhone e iPad)

– Google ha sviluppato Android, che ha una diffusione abbastanza trasversale sui telefoni dei diversi produttori

– Microsoft continua a lavorare su Windows mobile, abch’esso sostanzialmente trasversale

– Nokia (assieme ad Intel, come scritto sopra) sta sviluppando un sistema basato su Linux, chiamato Meego. Presumibilmente rimarrà limitato al solo mondo Nokia

– Samsung sta a sua volta sviluppando un proprio sistema operativo anch’esso basato su Linux chiamato Bada, già sul mercato da aprile 201o

– Blackberry ha un omonimo sistema operativo proprietario, seppur totalmente aperto

– Palmsource è sul mercato con Palm OS, inizialmente sviluppato per lo più per i PDA ma ora presente anche per gli smartphone

– Infine l’ormai morente Symbian, che in ogni caso continua ad evere una fetta di mercato tutt’ora piuttosto consistente.

Un panorama assolutamente complesso e variegato, dove come si vede la concorrenza è spietata. E dove, temo, non ci sarà spazio per tutti nel prossimo futuro. Come dire: ho paura che Symbian si troverà presto in buona compagnia.

Detto questo, mi è difficile fare previsioni su chi prevarrà, chi resisterà e chi perirà. Probabilmente funzionerà come ha sempre funzionato più o meno in qualunque mercato tecnologico: avrà la meglio la combinazione di device più potente ma comodo ed ergonomico – giusto prezzo – sistema operativo con interfaccia più funzionale – accesso a maggiori e migliori contenuti. Semplice ma difficilissimo.

Vedremo.

L’evoluzione del giornalismo in Italia. Senza giornalisti.

October 1st, 2010 No comments

In questi giorni il CdR (Comitato di Redazione) del Corriere della Sera ha indetto uno sciopero per rispondere a un presunto attacco che il Direttore avrebbe mosso contro la loro categoria e le loro tutele. Sia il comunicato del CdR (visionabile per intero qui) che la lettera di De Bortoli (visionabile qui) sono a dispozione dei lettori, che si possono fare un’idea dei termini della questione.
Generalmente faccio fatica e non mi piace prendere una posizione netta ma in questo caso temo di dovermi schierare apertamente con De Bortoli. Che, consapevole – e dicendolo in maniera chiara – dei sacrifici che questo comporta, lancia un sasso senza nascondere la mano contro un sistema anacronistico che ancora domina il giornalismo italiano. Riporto, sottoscrivendo, testualmente un estratto saliente:

“Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.”

Nulla da ridire, anzi.

Per contro il CdR “ha votato due giorni di sciopero immediato e ha consegnato al Comitato di Redazione un pacchetto di ulteriori cinque giorni per rispondere all’attacco che il Direttore ha mosso contro le tutele e le regole …che garantiscono la libertà del loro lavoro e, di conseguenza, l’indipendenza dell’informazione che il giornale fornisce.

Forse – per dirla con le parole di Laura C. (che ringrazio) con tutele intendevano banalmente “privilegi”, visto che il web non inficia in alcun modo l’indipendenza del’informazione.

Temo che per molti aspetti anche l’alto giornalismo rispecchi la società italiana: pochi lungimiranti coraggiosi che tentato di perseguire la strada dell’innovazione, contrastati da una maggioranza di vecchi “baroni” totalmente refrattari al cambiamento e gelosissimi dei propri privilegi.
Ancora una volta: povera Italia!

Mai dire di no a un panda. Anzi, a Panda.

September 23rd, 2010 No comments

Altro video con la raccolta degli spot del formaggio Panda, diffusissimo – a quanto pare – nei paesi mediorientali. Cattivissimi e divertentissimi. Dopo l’esempio di Lynx in UK, ecco che anche a est i creativi sanno dare dimostrazione di senso dell’umorismo, tanto che – per inciso – le campagne tv locali diventano poi dei virali pazzeschi a livello mondiale. Qualcuno si ricorda di qualcosa del genere in Italia? Io no…

Foursquare marketing, risultati e interpretazione dei dati

September 23rd, 2010 1 comment

Parlando di “nuove iniziative di marketing” utilizzando Foursqaure, c’è un lungo post su Brand Builder Blog che descrive e critica diffusamente tutta un’operazione fatta da McDonald’s in US che cercherò di riassumere qui di seguito.

– L’iniziativa: per un solo giorno McDonald’s ha messo in palio dei buoni da 5 o 10 Dollari per gli utenti di Foursquare che avessero fatto check-in in un loro ristorante durante quella giornata

– I risultati: secondo le dichiarazioni di Rick Wion – social media marketing director di McDonald’s – l’operazione ha avuto un successo incredibile, portando a un incremento delle visite ai punti vendita del 33% in quella singola giornata

– La verità: a quanto pare, il 33% di incremento è stato solo dei ceck-in su Foursquare, mentre il reale traffico sui punti vendita (cioè il reale numero di persone che sono entrate in un ristorante)… non è stato nemmeno misurato. Nota a margine, magari superflua ma importante: il check-in su Foursquare può essere fatto anche se siamo spaparanzati sul divano di casa a 5 isolati di distanza (ergo: non è per nulla significativo)

– Ulteriore appunto: Olivier Blanchard (autore del post su Brand Builder Blog) critica anche il fatto che Foursquare possa essere stato (ammesso e non concesso che i risultati reali siano stati altrettanto positivi) il “barbatrucco” a cui si è dovuto un così grosso successo. In effetti, il vero incentivo erano i buoni offerti, non tanto il fatto che li si potesse richiedere tramite l’utilizzo dell’applicazione. Anzi, probabilmente sarebbe stato più sensato usare dei semplici poster (riutilizzabili) fuori dai ristoranti che invitavano a partecipare alla promozione con un “solo per oggi”.
Al di là del racconto in se’ e delle critiche più o meno condivisibili di Olivier Blanchard, mi premeva tornare su un’annosa questione che spesso e volentieri è stata e continua ad essere trascurata dalle persone che si occupano di marketing, pubblicità e promozione: la misurabilità fine a se’ stessa. Come in questo caso, si tende spessissimo a misurare l’efficacia di un’operazione riferendosi allo strumento utilizzato e non al risultato finale portato. Ovvero: perché il presunto successo dell’operazione di McDonald’s è stato misurato in termini di check-in su Foursquare e non di panini venduti? Perché su internet si tende ancora a misurare il click-rate e non altro? Che senso hanno le campagne televisive di cui si misurano solo i risultati di comunicazione (i GRP, tanto per intenderci) e non le vendite portate? Perché, tanto per rifarmi al mio post precedente, una campagna di guerrilla viene ritenuta efficace nel momento in cui crea scalpore? E’ un po’ come se un contadino si dichiarasse soddisfatto di aver dato il 33% di colpi di zappa in più al suo campo rispetto al giorno precedente invece di prestare attenzione ai chili di verdura prodotti (o meglio ancora, ai chili di verdura venduti).

E’ chiaro che tutto deve partire da lì e che non si può prescindere dai risultati di comunicazione. Ma tali risultati devono poi essere tradotti in ROI tramite vari passaggi e tassi di conversione. Blanchard lo esemplifica molto bene con questo schemino che avrebbe applicato al caso McDonald’s:

Reach → Response → Visits → Foursquare Check-ins → Transactions → Revenue (then repeat)

Non è una cosa difficile e soprattutto tutti i punti sono misurabili. Come al solito, basta pensarci. E farlo.