Archive

Posts Tagged ‘comunicazione’

La qualunque sui social media – post lungo

August 25th, 2010 No comments

Dato che un magazine mi ha mandato delle domande sui social media a cui rispondere per un’intervista (che in teoria doveva essere pubblicata) e dato che dopo averci perso un po’ di tempo questi signori sono spariti, tanto vale che pubblichi il tutto qui, chiedendo scusa per la lunghezza. Domande generiche e quindi risposte generiche ma magari possono ispirare riflessioni più profonde a qualcun altro.

1 – Quanto è importante la presenza social media nel media mix di un’iniziativa di comunicazione oggi?

Così come per tutti gli strumenti e i mezzi di comunicazione più o meno tradizionali, non è possibile definire a priori l’importanza della presenza di elementi social all’interno di un’iniziativa di comunicazione. Come sempre, dipende da svariati fattori che attengono all’approccio di marketing: il target di riferimento, l’obiettivo di campagna, il prodotto stesso, la capacità di far curare e coltivare la relazione che si può instaurare ecc.

Chiaro che se il target è relativamente giovane, il brand è accattivante e soprattutto ha molte “cose da dire”, l’utilizzo di piattaforme social può avere decisamente molto senso, a patto che poi l’azienda sia in grado di mantenere vivo il rapporto una volta che questo si sia instaurato.

All’opposto, cercare di utilizzare i social media nel momento in cui il brand ha un carattere poco “attraente” per il target o più semplicemente quest’ultimo è poco presente sulle stesse piattaforme social ha evidentemente poco senso.

Bisogna, a mio modo di vedere, cercare di evitare di “esserci” solo perché va di moda o perché “tutti gli altri ci sono”. Tutti i media digitali sono particolarmente selettivi (o per meglio dire, lo sono i loro utenti), in particolar modo il social può essere anche un boomerang se mal utilizzato o mal gestito. Ecco che allora il concetto non credo debba essere tanto l’esserci o meno, quanto piuttosto l’esserci in maniera sensata, curata e prolungata.

2 – Quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del target raggiunto attraverso i social media?

La dimensione dei cosiddetti social network è ormai talmente estesa che fondamentalmente tutto o quasi può essere considerato social – senza dimenticare comunque che la stessa Internet in versione moderna è nata come strumento social, ovvero come sconfinato luogo virtuale dove condividere informazioni. Questo implica che se proprio vogliamo parlare di un “target”, questo riflette fondamentalmente quello della popolazione internet attiva, almeno in Italia. Basti ricordare che il solo Facebook conta al momento circa sedici milioni e mezzo di utenti attivi, che corrisponde grosso modo al 67% del totale popolazione Internet attiva secondo gli ultimi dati Nielsen. Di conseguenza anche in termini socio-demografici la distribuzione per sesso e fasce d’età (giusto per citare le variabili classiche) riflette grosso modo quella che caratterizza Internet nella sua interezza: si tratta sostanzialmente della parte più attiva della popolazione italiana, con una maggiore concentrazione fra i 25 e i 44 anni e – rispetto alla fotografia generale del web italiano – una maggiore concentrazione di donne.

Detto questo, va anche sottolineato come il mondo digitale sta cercando di uscire dalle vecchie logiche socio demografiche per abbracciare sempre più quelle comportamentali e psicografiche. Certo, in molti casi l’età conta ancora ma sempre più le categorizzazioni avvengono per sfere di interesse e le aggregazioni in gruppi si realizzano più per affinità intellettuale e comportamentale che non per mera appartenenza a una determinata fascia sociale. Questo è ancora più evidente all’interno dei social network, dove tanti “gruppi” raccolgono individui che all’interno di un approccio media classico verrebbero considerati appartenenti a cluster spesso molto distanti.

Quindi anche in questo caso i vecchi parametri possono sicuramente essere applicati – trattandosi di media più che misurabili – ma non necessariamente sono quelli che ha più senso prendere in considerazione.

3 – Cosa significa concretamente fare social networking e pr online?

Probabilmente è più facile rispondere cosa NON significa fare social networking e pr online. Come sopra accennato, sicuramente esserci e basta non è assolutamente sufficiente: creare un gruppo, una fan page, fare un po’ di adv su una piattaforma social può porre una base di partenza ma le singole iniziativa in se’ non hanno alcuna efficacia se non sono coordinate tra di loro e soprattutto se non vengono alimentate nel tempo.

Non vi sono particolari segreti per mettere in piedi iniziative di successo nel social networking o nelle digital pr. Vi sono solo alcuni principi di massima di cui tendenzialmente bisognerebbe tener conto. Anzitutto tenere in considerazione il fatto entrare all’interno di un social network significa entrare prima di tutto all’interno di una comunità (o di più comunità), ciascuna delle quali ha le proprio regole, i propri principi, i propri contenuti e i propri sistemi di protezione. Bisogna quindi accettare e adeguarsi a tali regole, interagire con gli altri e farsi accettare. Soprattutto bisogna essere – è questa la parola d’ordine – rilevanti. Rilevanti in quel che si dice, quel che si propone ma anche e soprattutto in quel che NON si dice e quel che non si fa. Le vecchie regole della comunicazione push non valgono più, ora bisogna instaurare un dialogo e più che mai dare validi motivi agli utenti per interagire con i contenuti proposti, siano essi testi, immagini, filmati, affermazioni, negazioni, commenti o altro. Soprattutto gli utenti bisogna starli a sentire: non dimentichiamoci che i social media sono luoghi dove le persone anzitutto parlano tra di loro, spesso e volentieri anche di brand e prodotti; motivo per il quale diventano luoghi di ascolto privilegiato, dove cogliere insight e indicazioni su quella che è la percezione dei propri marchi,; soprattutto è il uogo dell’onestà, dove le aziende devono essere pronte a sentirsi criticare apertamente e dove devono essere consapevoli che la percezione che di loro hanno i consumatori potrebbe benissimo non essere in linea con quella che si è cercato di costruire a tavolino all’interno della direzione marketing. Infine – ma non meno importante – le persone (e qui torna il concetto di rilevanza) tendono a prestare ascolto a chi propone loro qualcosa di nuovo, di interessante e/o di gratificante. E, esattamente come accade con i giocattoli per i bambini – tendono a stufarsi abbastanza presto di quello che si è loro proposto. Questo significa riuscire a produrre contenuti accattivanti e rilevanti per il target, rinnovarli regolarmente e trovare sempre nuovi incentivi per gli utenti che con il proprio brand decidono di interagire.

4 – Quali aziende/marchi oggi apprezzano in particolar modo la comunicazione attraverso i social network?

Posto che oramai i social network sono la moda del momento e moltissime aziende cercano di cavalcarne l’onda a prescindere (e spesso senza molta cognizione di causa), verrebbe spontaneo dire che praticamente tutte apprezzano massimamente questo tipo di realtà. Dovendo invece cercare di individuare quelle che possono maggiormente trarre vantaggio da tutto ciò che è sociale, tenderei ad indicare quelle che già sono sostanzialmente penetrate nel tessuto sociale o che, per allargare un pochino di più il contesto, hanno qualcosa di concreto da dire ai propri consumatori. Volendo utilizzare dei termini di marketing magari in maniera non del tutto ortodossa, mi verrebbe da dire che all’interno di un contesto “social” meglio si possono trovare quelle aziende e quei marchi che hanno una brand equity (ovvero dei valori di marca) molto forte. Tipicamente, all’interno di una comunità o più semplicemente di un gruppo, spicca ed ha successo colui che ha un carattere molto forte, a prescindere dal fatto che sia conosciuto o meno. Spesso si tratta di persone che hanno molte cose da raccontare, che possono essere d’aiuto agli altri, che si differenziano dagli altri per dei particolari caratteri della loro personalità. Esattamente la stessa cosa (o quasi) avviene per le aziende, che hanno la possibilità di attecchire solo se hanno o si danno degli argomenti molto forti per attrarre nuovi “amici” o fans.

5 – Ritiene che il social spamming e la diffusione di fake account siano variabili da tenere conto nella realizzazione e nella misurazione dell’attività di comunicazione sui social network?

In questo momento i fake account e lo spamming sono fenomeni piuttosto limitati o comunque non tali da inficiare la misurazione o anche solo la percezione delle attività di comunicazione che avvengono sui social network. Vero è che si tratta di un fenomeno da tenere sotto controllo, soprattutto perché l’utilizzo delle piattaforme social a scopi commerciali è una (relativa) novità un po’ per tutti, compresi gli spammer e i truffatori. Si tratta in ogni caso di un fenomeno rispetto al quale mi sento di essere piuttosto ottimista, dato che sono anzitutto le piattaforme stesse ad essere estremamente severe nel gestire dati, privacy e attività poco chiare

2009: (ancora) anno zero del social media (e del web)

November 25th, 2009 No comments

Parlando oggi con dei colleghi inglesi che si occupano di social media in maniera apparentemente sensata (ovvero con una tecnologia che è in grado di andare a leggere i profili, i gusti e i contenuti degli utenti, andando a “produrre” annunnci dinamici iper-profilati), ci siamo trovati d’accordo su una triste verità: uno dei motivi principali per cui l’utilizzo dei social media non ha funzionato finora è che quasi tutti si sono dimenticati dell’ABC del web, di cui ci si era dimenticati anche ai suoi primordi. Ovvero: che si crei un gruppo, una fan page, un’applicazione o un pofilo sul Facebook del caso, stiamo comunque parlando di una pagina, un sito o un pezzo di sito all’interno del mare magnum che è il web. Ergo tutto quello che creo può essere fantastico e veicolare i valori di una marca molto meglio di uno spot televisivo ma se questa pagina/sito/community non la pubblicizzo… nessuno saprà mai che esiste!
Ancora oggi credo ci sia una grande confusione tra ciò che è strumento di comunicazione e ciò che è prodotto. Che piaccia o no, un sito web, un blog, una pagina di Facebook sono strumenti di comunicazione solo in seconda battuta; in prima istanza sono prodotti. Prodotti editoriali più o meno sofisticati o professionali ma comunque prodotti. Certo, veciolano determinate informazioni ma questo è per l’appunto la natura dei prodotti editoriali. Ben altra cosa sono gli strumenti di comunicazione, che sono volti a far conoscere e veicolare traffico verso il prodotto (editoriale, ancora una volta) di riferimento. Se quindi creo una fan page di una birra su Facebook, avrò creato un prodotto editoriale (autoalimentato tramite i contributi degli utenti) che rimarrebbe totalmente sconosciuto ai più se non cercassi di veicolarvi traffico tramite… gli strumeni di comunicazione. Quindi la pubblicità – tanto per cominciare. Ovvero banner, text link, video e quant’altro.

Questo è l’ABC. Lo è sempre stato e sempre lo sarà. Per cui mi piacerebbe davvero tanto che sedicenti esperti di comunicazione online la smettessero di elencare siti web, blog e quant’altro tra gli strumenti di comunicazione. No! Non sono strumentipubblicitari: sono piattaforme, prodotti editoriali, quello che volete ma non strumenti di comunicazione come li intende chi lavora nel media come me!
Sono discorsi che si facevano nel 2000 ma che sembra ancora non siano stati totalmente assimilati, ergo repetita iuvant: ieri si trattava del sito-vetrina che poteva essere bello quanto si voleva ma senza farvi pubblicità nessuno poteva apprezzarlo. Oggi si tratta della fan page o del gruppo su Facebook; ma parimenti se non si investe in pubblicità (banner, social ads, link incrociati, quello che volete) che porti traffico alle suddette pagine, i fan,i membri diun gruppo o semplicemente i visitatori saranno sempre quattro gatti.
Discorso noioso e banale, lo so, ma sono sicuro che anche fra 5 anni – mio malgrado – tornerò a ripetere ancore le stesse cose. Anche se spero di no.

Alitalia: ma allora provocano?

June 4th, 2009 No comments

Se io che non guardo mai la tv sono riuscito a notare e anzi a farmi quasi annoiare dal nuovo spot Alitalia, evidentemente la pressione che hanno messo nella pianificazione dev’essere notevole. E io che lavoro nel media so che per avere un effetto di questo tipo devono aver speso un po’ di milioni di euro. Per comunicare cosa? Questo:

Cioè? Vogliono forse dire che fino a 30-40 anni fa i v.i.p. usavano Alitalia? E poi cos’è successo? Credo sia abbastanza sintomatico e per certi versi paradossale che le immagini usate siano per lo più in bianco e nero: simbolo di antichità, moda passata, personaggi una volta giovani che adesso sono per lo più incartapecoriti, quando sono ancora vivi. Esattamente come Alitalia.
Onestamente non capisco proprio il senso di una comunicazione di questo tipo, fondamentalmente istituzionale, che punta (forse) sui valori (?!?) e sulla tradizione italiana. Come dire: Alitalia c’è sempre stata. E quindi? Non mi sembra un buon motivo per scegliere una compagnia aerea totalmente allo sbando, con aerei vecchi e sporchi, perennemente in ritardo, inverosimilmente disorganizzata e che, torno a ripetere, sarebbe stato meglio far fallire. Se devo arrivare da Milano a Roma con una certa urgenza, sceglierò il mezzo e la campagnia che mi garantiscono puntualità, affidabilità e sicurezza – oltre che comfort e un panino sensato invece di quella presa in giro che sono le noccioline da scimmia o il biscottino da cagnolino. Hai voglia a dirmi che Alitalia fa parte della nostra storia se poi arrivo a destinazione con due ore di ritardo, pagando il triplo di quello che avrei pagato prendendo il treno e pure viaggiando scomodo!
Questo – forse – avrebbero dovuto comunicare: che gli aerei Alitalia cominciano ad arrivare puntuali, che non ci sono più scioperi 5 volte al mese, che la flotta sta venendo riammodernata, che i prezzi cominciano ad essere umani e concorrenziali. A tutto questo forse non avrei comunque creduto ma almeno non mi avrebbe irritato. Ma forse i responsabili della comunicazione di Alitalia sono degli infiltrati di Air France o Lufthansa che stanno lavorando per affondare del tutto la nostra povera compagnia di bandiera. Perchè, lo so, questo spot e i soldi che ci hanno buttato non possono che essere una provocazione. Che io accolgo in toto!

E’ nato prima Obama o Facebook?

March 28th, 2009 2 comments

Mi rifaccio a uno degli ultimi post di Matteo per fare l’ennesima riflessione sull’uso aziendale dei social media e Facebook in particolare.
Giusto per i super-pigri che non avessero voglia di cliccare due volte di troppo, metto anch’io a disposizione il link dal quale scaricare il pdf dell’ultimo studio di Frozenfrogs sui social media. Eccolo qui
Per gli ancora più pigri riporto qui di seguito quelli che considero i key learnings più interessanti:

– possiamo considerare i social media come un’estensione dei new media in quanto ottimo strumento di business intelligence, ma basandosi sulla conversazione delle persone, non può sostenersi da solo;
– i Social Media non possono costituire un’alternativa all’advertisement, ma possono aiutare – a parità di budget pubblicitario – a ottenere migliori performance. Se riguadagno fiducia, posso sperare in un maggiore ascolto alle mie iniziative di marketing e comunicazione;
– prima di aprisi ai social media proviamo a rispondere a queste domande:

• Quali contenuti riesco a produrre? Con quale frequenza?

• Dove dialogano i miei consumatori? Che tipo di contenuto consumano?

• Che limiti ho nella comunicazione? Ho bisogno di una risorsa dedicata? Ne dispongo?

• Che metriche di misurazione intendo adottare? Quali sono le più adatte?

• Cosa intendo ottenere? Come posso integrare il feedback per innovare l’azienda?

• Cosa voglio comunicare?

In sostanza sono conclusioni simili a quelle cui ero giunto in un mio post di qualche tempo fa. In aggiunta sembra di capire che una presenza sensata sui social media sia consigliabile solo a quei brand che già sono noti; anzi, devono essere noti a tal punto da avere fan, estimatori, gadgettistica reale e virtuale e via discorrendo. Come dire: se non vi sono motivi per i quali la gente già dovrebbe parlare di me nel mondo reale, è inutile (o quasi) che provi a crearne io, se non a costo di spendervi un sacco di tempo e denaro. In fondo anche il caso di Barack Obama non si discosta da questa visione: il presidente degli U.S.A. non è diventato tale grazie alla celebrità datagli dal sapiente uso di Facebook e altre piattaforme digitali. Obama era già famoso, in quanto senatore e candidato alla presidenza, esposto ai media di massa tradizionali già da lungo tempo. Quello che ha fatto egregiamente con Facebook e simili è stato capitalizzare anche nel mondo virtuale la popolarità che già aveva e il seguito di fan e ammiratori che lo hanno sempre seguito. Ha dato a questi ultimi un luogo dove incontrarsi, supportarsi a vicenda e soprattutto riconoscersi. Credo sia un po’ quello che mi piace chiamare l’effetto “locale vuoto – locale pieno” (versione happy hour del circolo vizioso che si trasforma in circolo virtuoso): quando con gli amici capita di bighellonare in giro per la città alla ricerca di un locale, spesso capita che vedendone uno totalmente vuoto si sia portati a pensare che vi sia qualcosa che non va e non si vuole mai essere i primi ad entrare. Viceversa, se un locale è già pieno di persone, si è portati a pensare che evidentemente dev’essere molto figo e accogliente. Lo stesso per le comunità virtuali. E’ più facile aderire a quelle già molto popolose (che quindi devono avere forti ragioni di esistere), piuttosto che a start-up virtuali dove i fattori aggreganti non sono chiari. Poi ovviamente l’effetto virale, del passaparola o semplicemente del member-get-member diventa esponenziale una volta che la gente comincia ad aderire.

Ovviamente ci sono tutte le eccezioni del caso – anche se francamente al momento non me ne viene in mente nessuna – ma più passa il tempo più mi convinco che da un punto di vista aziendale i social media siano molto più adatti come luogo di conversazione e aggregazione attorno a qualcosa di già noto e con dei valori molto forti che non un luogo dove fare pubblicità in senso classico. Comunque sono sicuro che ne riparleremo ancora lungamente.