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Fine di un’era e ora di ricominciare. Da noi stessi.

November 13th, 2011 No comments

Berlusconi ha dato le dimissioni. Bene. E’ finita un’era? Non è detto. Ovviamente spero di sì ma chi ha letto i miei post precedenti al riguardo (http://www.carnazza.com/2011/02/il-paese-immobile-perche-litalia-merita-il-berlusconismo/) sa bene che non ho mai creduto nella teoria del grande vecchio e soprattutto ho sempre ritenuto Berlusconi come un prodotto dell’Italia contemporanea e non viceversa. Allo stesso modo spero quindi che le sue dimissioni siano solo il sintomo dell’inizio di un cambiamento e non un fatto isolato. Forte, storico, significativo e necessario finché si vuole ma non sufficiente. Perché tante cose che venivano attribuite al berlusconismo in realtà gli pre-esistevano. Tante caratteristiche poco lusinghiere dell’italianità sono sempre state presenti. Certo, i governi arruffoni e populisti degli ultimi vent’anni hanno l’innegabile colpa di non aver fatto nulla per contrastare quello che spesso è malcostume popolare, che in quanto tale trascende governi, partiti, ideologie. Che al governo vi sia Berlusconi, Prodi, D’Alema, Bersani, Renzi, Mussolini, Stalin o Mazinga Z, l’italiano medio è sempre stato e – temo – sempre sarà impregnato di abitudini, atteggiamenti e cultura personale che lo spingono ad agire contro il buon senso e soprattutto contro il senso civico e dello stato. Contro questo atteggiamento ci vuole sicuramente una leadership forte e autorevole che indichi la strada e dia il buon esempio ma ci vuole soprattutto una presa di coscienza collettiva che non può prescindere da quella individuale. Detta in altri termini, è ora di ricominciare da noi stessi. E’ ora di arrivare a dire “Ma lo Stato dov’è? Lo Stato cosa fa?” solo dopo che ognuno personalmente ha fatto tutto il possibile per essere migliore, aiutare se’ stesso e gli altri. Ognuno si deve impegnare individualmente. Io primo fra tutti. Con poche, piccole ma significativissime cose.

Io mi impegnerò a rispettare lo Stato e le sue leggi perché anche se le trovo ingiuste o insensate, infrangendole divento ingiusto e insensato anch’io e il tutto diventa lo scontro tra due torti. Se voglio che qualcosa cambi devo dare il buon esempio con una condotta esemplare e lottando perché con gli strumenti della democrazia (leggi, referendum, informazione, cultura) quello che trovo ingiusto venga cambiato in maniera organica dal suo interno.
Io mi impegnerò a pagare sempre tutte le tasse, perché anche se le trovo troppo alte e inique, è l’unico modo che ho per poter chiedere qualcosa allo Stato a buon diritto e con la coscienza pulita. Soprattutto è uno degli elementi indispensabili per uscire dal circolo vizioso delle tasse troppo alte, che producono evasori, che producono tasse ancora più alte per chi le paga, la qual cosa produce altri evasori e così via.
Soprattutto mi impegno a non sentirmi scemo perché sono uno dei pochi che paga sempre e tutto. Mi impegno a ignorare quelli che mi dicono che “tanto poi non te ne viene nulla perché si mangiano tutto quelli della politica”. Perché anche se è sempre stato così non è un buon motivo perché questo non possa cambiare. Perché se non ci si crede non cambierà mai per forza. A costo di sentirsi dare degli scemi.
Io mi impegnerò a rispondere che “Io sono scemo ma tu sei un farabutto” a quelli che mi ritengono stupido se mi comporto secondo legalità. Andrò a letto un po’ seccato e frustrato ma con la coscienza pulita.
Io mi impegnerò a richiedere sempre fattura o scontrino a fornitori o negozianti. Perché mi impegnerò a ricordarmi che non è vero che sono fatti loro se evadono. Perché i soldi che evadono sono anche miei. Sono soldi che lo stato dovrebbe reinvestire in servizi e infrastrutture per me. Per cui se il comune mi dice che non ci sono soldi per riparare le buche nella strada sotto casa mia è anche colpa mia. E’ anche colpa mia che non ho chiesto lo scontrino al negoziante vicino all’ufficio. Che quindi non ci ha pagato sopra le tasse. Che quindi non sono state redistribuite in servizi e infrastrutture che comprendono il rifacimento delle strade. Ovvio che non è solo colpa mia. E’ colpa di quel me stesso moltiplicato per milioni che da’ come risultato la popolazione italiana e una cifra spropositata di soldi persi.
Io mi impegnerò a continuare a indignarmi per i grandi evasori e i grandi criminali ma contemporaneamente mi impegnerò a non dimenticare che i principi, i diritti e i doveri sono uguali per tutti. Che i piccoli evasori non commettono reati meno gravi solo perché non se lo possono permettere. L’evasione è l’evasione, il crimine è il crimine.
Io mi impegnerò a non ragionare in modo da far diventare regola quelle che sono eccezioni. Perché è questo uno dei problemi maggiori dell’Italia: dieci milioni di “Evabbè, che vuoi che sia” rispetto a una piccola infrazione fanno uno sfacelo. Se io non lascio il bigliettino coi miei riferimenti dopo aver involontariamente urtato e rigato la macchina di qualcun altro, sono (facciamo finta) 200 Euro di danni non pagati e sostanzialmente di furto, che tendiamo a considerae innocente. E’ una cosa successa a tutti (o quasi) nella vita. Ma appunto per questo se moltiplichiamo quei 200 Euro per dieci milioni di possibili casi, ecco che abbiamo 2 miliardi di Euro bruciati in “Evabbè, che vuoi che sia”.
Io mi impegnerò a non gettare cartacce e mozziconi per terra e a riprendere chi lo fa, perché il mio mozzicone non è un “Evabbè, cosa vuoi che sia” ma è una parte di quello schifo che sono le decine di milioni di cartacce e mozziconi che imbrattano le nostre città tutti i giorni.
Io mi impegnerò – finché me lo posso permettere – a non comprare una casa che è palesemente stata costruita sui mattoni dell’abusivismo, delle tangenti e della corruzione. Lo so, non tutti si possono permettere di discriminare ma io che sono un privilegiato mi ci posso impegnare.
Io mi impegnerò a non utilizzare l’auto (che peraltro non ho) se non è strettamente necessario e ad utilizzare i mezzi pubblici tutte le volte che posso. Per non impigrirmi e non inquinare. Soprattutto, se mai la comprerò, mi impegnerò a considerare “di lusso” una macchina ibrida o comunque ecologica e non quei maledetti SUV inquinanti, ingombranti e – diciamocelo – parecchio burini.
Io mi impegnerò a spegnere la luce ogni volta che l’illuminazione artificiale non è necessaria, ogni volta che esco da una stanza e ogni volta che vedo una stanza vuota anche se non l’ho accesa io. E mi impegnerò a fare lo stesso con il riscaldamento e l’acqua.
Io mi impegnerò – ora che è compito mio – a cercare di dare stipendi equi a chi lavora per me e a sfruttare i contratti “deboli” (gli stage, i progetti, i tempi determinati) per quello a cui servono veramente, ovvero valutare e formare, e a trasformarli in contratti “forti” non appena ne avrò la possibilità. Io mi impegnerò a mantenere l’azienda sana e ad assumere persone quando ce lo possiamo permettere, non quando voglio scommettere e rischiare sulla pelle di qualcun altro. Io mi impegnerò a considerare il mio ruolo di responsabilità come tale e non come un privilegio: il capo prende decisioni a parità di altre variabili e se ne prende le resonsabilità, indica la direzione e consiglia i più giovani, per il resto è al servizio di chi lavora per lui, per fare in modo che gli altri possano lavorare al meglio ed essere il più possibile contenti di farlo.
Soprattutto, se mai mi dovessi dare alla politica, mi impegnerò a ricordarmi che essa è soprattutto un onere e non un onore: se dovessi mettermi al servizio dello Stato mi dovrò ricordare che di servizio si tratta, che devo fare gli interessi degli altri e non i miei. Perché fare politica dovrebbe essere un sacrificio, non un privilegio. Chi la fa dovrebbe mettersi il saio, non andare in giro con le auto blu. Chi la fa dovrebbe dare il buon esempio andando al supermercato cercando di gestire 1000 Euro al mese, perché solo così si possono capire i problemi della “gente”. Pagare tre Euro per un primo alla buvette con uno stipendio da 10.000 ho come idea che ti estranei un po’ dalla realtà…
Soprattutto, cercherò di impegnarmi a votare chi mi darà garanzia che la strada sotto casa mia sarà riasfaltata e che mio figlio potrà andare in un asilo decente piuttosto che dare la mia fiducia a chi mi convince che l’altro è “il male” perché 40 anni fa faceva parte dei movimenti studenteschi di una sedicente destra o di una ormai morta sinistra.
Mi impegnerò, davvero, ad essere una persona migliore e a cercare di farlo prima degli altri perché se aspetto “gli altri” temo che di migliore non arriverà mai niente.

Rai per una notte. Preoccupazione costante.

March 27th, 2010 No comments

A distanza di due giorni, scrivo tardivamente dell’evento “webmediatico” dell’anno, ovvero della puntata di Anno Zero (perché alla fine questo era) trasmessa sui vari mezzi digitali – fondamentalmente satellite e web in streaming. Il tutto sotto l’azzeccatissimo dominio o cappello di “Raiperunanotte.it”. Azzeccatissimo dal mio punto di vista perché se penso alla RAI penso al vecchio, al trito e ritrito, allo statale, al becero. Cosa che, ci piaccia o no, si è riflessa parecchio in questo evento, sia mediaticamente che politicamente.
Intendiamoci: io gioisco perché finalmente – seppur nominalmente – si comincia a dire e capire che la fruizione di certi contenuti via web può o deve sostituire quella via etere. Gioisco perché si è trovato un modo intelligente per ovviare a una legge e a un regolamento – quelli che hanno vietato i talk show politici sulle reti RAI, tanto per capirci – che non esito a definire idioti (per non dire inaccettabili e degni dei peggiori regimi anti-democratici). Sogghigno perché tale legge e tale regolamento sono davvero tipicamente italiani: anche negli atti dittatoriali chiunque sia al potere riesce a fare le cose all’italiana, ovvero in modo arraffazzonato e incompleto. Possibile che Berlusconi e i suoi accoliti non abbiano imparato nulla da Ahmedinejad? Non hanno letto che le notizie delle rivolte in Iran censurate in tv sono circolate su Facebook, Twitter e compagnia bella digitale?
Finite le gioie e i sogghigni però mi rattristo alquanto. Da un punto di vista mediatico e politico.
Mi rattristo da un punto di vista mediatico perché il presunto record di accessi alla trasmissione su web si è tradotto numericamente in 120.000 accessi contemporanei e un totale di 1.700.000 visitatori unici per l’intera puntata. Fico! Per l’Italia. Fossimo in un paese normale farebbe abbastanza ridere. Soprattutto se confrontato con gli analoghi numeri che la stessa trasmissione raggiunge di solito in tv: l’ultima andata in onda il 25 febbraio ha raggiunto un’audience media di 4.564.000 spettatori. Audience media, lasciamo stare i contatti totali (che sarebbero il corrispettivo dei sopracitati utenti unici del web). Come dire che il record assoluto del web ha fatto circa un terzo degli ascolti di una puntata media televisiva.
Tradotto in parole povere, continuiamo a essere un paese televisivo, arretrato e lento. Con piccoli segnali positivi, quali l’esistenza stessa di questa iniziativa, ma siamo nel 2010 e il fatto che il piccolo segnale positivo arrivi solo adesso è più che sconsolante, quasi tragico.
Mi rattristo anche da un punto di vista politico perché mi pare evidente che del milione e settecentomila utenti unici dello streaming, il 95% di questi fosse composto da sostenitori della parte politica avversa a quella del presidente del consiglio. Esattamente come i normali telespettatori di Anno Zero. Come dire: il solito parlarsi addosso. Anche in questo caso, siamo nel 2010 e continuiamo a dimenticarci dei rudimenti della comunicazione politica: di qualunque tipo possa essere quest’ultima, non smuoverà mai nessuno della parte avversa dalla proprie convinzioni, se esse sono ben radicate. Certo, servirà a cementare quelle di chi già è di una certa opinione. Ma la parte di popolazione su cui si deve andare a lavorare per spostare voti sono gli indecisi o, spesso e volentieri, i moderati. E di solito quello che li può convincere sono argomenti propositivi. Tutto questo era presente in Raiperunanotte.it? No, zero. Anzi. Tutta una puntata sprecata per attaccare e insultare Berlusconi. Che ci sta. Ma quando sono al bar con gli amici o in un contesto molto poco istituzionale. Da una trasmissione del servizio pubblico mi aspetto ragionamenti, dibattito, argomenti costruttivi. E invece mi ritrovo Luttazzi che mi parla di inculate. La qual cosa mi ha fatto ridere un sacco, per carità. Ma era fuori luogo. Voglio dire: pure io guardo spesso e volentieri i film porno e non ci vedo niente di male se fatto in un ambito privato. Ma non per questo sarei contento se cominciassero a trasmetterli in prima serata su Rai Uno. Mi sarei aspettato un po’ più di costituzionalisti e un po’ meno di battute da spogliatoio su “buchi del culo che si aprono” e “sborrate sulla schiena”. Che, ripeto, sono quelle che faccio anch’io con gli amici del calcetto e ci fanno sganasciare dalle risate. Ma non aiutano nessuno a capire quale possa essere l’alternativa politica a Berlusconi.
Insomma, nessuno che abbia risposto alla richiesta mia e di altri come me che, sbigottiti dal malaffare del centrodestra e dall’incapacità del centrosinistra, implorano che qualcuno cominci a raccontarci “qualcosa di nuovo”. Zero. Anzi, Anno Zero. Il solito parlarsi addosso, il solito insulto continuo, il solito j’accuse. Tutto sacrosanto. Ma per l’appunto, il solito.
Peccato. Una bella occasione risultata vincente a metà per quel che riguarda i numeri e totalmente perdente per quel che riguarda i conenuti.
Detto questo, ripubblico anch’io la prima mezz’ora di trasmissione, sperando quantomeno di aiutare il web. E la politica. Forza Internet. E forza Italia (adesso si può dire, no?)

Del perché Berlusconi è comunista

October 9th, 2009 2 comments
Quand’ero piccolo i miei genitori si sono sempre ben guardati dal parlarmi di politica e dal farmi capire da che parte stavano. Si sono limitati a crescermi con certi valori e principi. Così sono cresciuto con alcune convinzioni.
Sono convinto che quel che si ha ce lo si deve guadagnare con il sudore della fronte.
Sono convinto che nasciamo tutti uguali, con pari diritti e pari doveri. Poi crescendo smettiamo di essere tutti uguali e ci differenziamo in base ai nostri gusti, alle nostre capacità, al nostro lavoro e al nostro impegno. Ma alcuni diritti e soprattutto tutti i doveri rimangono sempre uguali per tutti.
Sono convinto che la ricchezza non sia immorale ma solo se non è a danno degli altri.
Sono convinto che ognuno debba essere libero come individuo e che la società debba essere costruita in modo tale da difendere la libertà di ciascuno. Ma sono anche convinto che la libertà di ciascuno finisca dove comincia quella degli altri.
Sono convinto che una società possa funzionare solo se tutti rispettano la legge, anche se la trovano ingiusta. E se la trovano ingiusta, le persone devono lottare per cambiarla, non per infrangerla.
Sono convinto che uomini e donne siano profondamente diversi e che le diversità vadano valorizzate, non ignorate. Valorizzate e soprattutto rispettate.
Sono convinto che gli esseri umani siano fondamentalmente egoisti e che alla fin fine perseguano ciascuno i propri interessi. Ma sono anche convinto che si possa trovare un equilibrio tra interessi diversi, soprattutto se vi è, ancora una volta, rispetto.
Sono convinto che il capitalismo sia decisamente imperfetto ma che sia fondamentalmente il minore dei mali. Così come sono convinto che lo Stato dovrebbe garantire l’istruzione, la sicurezza, la giustizia e la sanità dei propri cittadini. E poco altro. Intervenire il meno possibile, insomma. Ma quando interviene dovrebbe essere forte, deciso e sicuro. Allo stesso modo con tutti.
Sono convinto che le tasse dovrebbero essere il giusto prezzo per garantire l’istruzione, la sicurezza, la giustizia e la sanità di tutti. Non un iniquo balzello. E che tutti dovremmo essere sereni nel pagarle. Quindi pagarle tutti tutte.
Di tutte queste e tante altre cose mi sono convinto crescendo.

Successivamente, quando sono diventato un po’ più grande ho scoperto che la mia cultura famigliare era di stampo liberal-conservatore. Allora ho pensato che evidentemente ero di destra. E tutt’ora, anche se un po’ a fatica, lo penso.

Poi è arrivato Berlusconi. Lo guardo, lo seguo, vedo quello che dice e che fa. E se penso a tutte le cose in cui credo giungo alla conclusione che se io sono di destra e lui fa tutto il contrario di quello in cui credo, evidentemente deve essere comunista! Ah, cosa si scopre crescendo!

L’han detto in Tv? No, l’ho trovato su internet.

April 5th, 2009 No comments

Segno dei tempi che cambiano. Fino a poco tempo fa (misurato in anni), la veridicità, l’autorevolezza, la sensatezza di una notizia, di un prodotto o di un giudizio erano per lo più avallati dalla frase “l’han detto in tivù”. Ora, almeno fra i più giovani, fra le classi sociali più evolute o comunque più colte, tale frase è stata sostituita da “l’ho trovato su internet”. L’oggettività dei fatti è ovviamente ben altra cosa: come diceva non so chi, una stupidaggine rimane una stupidaggine anche se la dicono trenta milioni di persone – al bar, in tivù, su internet o dove volete voi. Però, come riflettevo ieri sera a cena con amici, è significativo che una buona parte della popolazione consideri ora più attendibile la rete della televisione. Il problema rimane però che la Rete rimane un mezzo dalla fruizione individuale e come tale 10 persone diverse possono trovare 10 versioni differenti della stressa notizia o dello stesso dibattito. Con la tv no, il panorama è molto meno frastagliato e punti di vista differenti sono molto più rari. Ecco che allora il web è molto più democratico ma come tale molto più frammentato. Il segreto di un buon utilizzo del web – da un punto di vista di marketing politico, tanto per intenderci – è quindi riuscire a dare univocità ai messaggi in un ambiente che univoco non lo è per nulla, in modo da minimizzare la dispersione degli aderenti e di chi cerca un punto di riferimento. Beppe Grillo ha un bel dire quando parla della Rete come sinonimo di libertà e democrazia: per quello che vale, cercanodoli su Facebook, ho trovato un gruppo relativo al Partito Democratico e un altro elativo al PDL, rispettivamente con 562 e 1474 iscritti. Direi significativo.  Un’altra dimostrazioned della scarsa lungimiranza della sinistra italiana, che continua a lamentarsi del conflitto d’interessi sulla televisione di Berslusconi e intanto si fa surclassare proprio laddove gli elementi di apertura e democrazia sono maggiori. Cominciassero a guardare al presente e al futuro anziché continuare a lamentarsi del passato. Senno’ anche la coda lunga del web rischia di essere pestata dalle manie di protagonismo del Berlusca. Povero paese.

Il silenzio che non c’è

February 14th, 2009 No comments

Sono uno dei tanti che scrive, ha scritto e scriverà della vicenda di Eluana Englaro. Un po’ mi spiace perchè entro in contraddizione con quello che è il mio pensiero, rivolto al slenzio. Ma vorrei esprimere un punto di vista diverso. Non sulla vicenda in se’. Su questo ho le idee chiare e semplici: piena, ferma e indiscutibile solidarietà con il papà di Eluana.  Forse molti non si sono resi conto che non si è trattato di togliere la vita a lei ma di ridonarla a tutte le persone che le sono state accanto pr 17 anni. Perchè lei ha smesso di esistere come Eluana quando è entrata in coma irreversibile. Un corpo che funziona in maniera artificiale non è un corpo umano, è un robot fatto di cellule organiche anzichè di metallo e silicio. E sifdo chiunque a dimostrare il contrario. Forse bisognerebbe piuttosto denunciare Chiesa e Stato per maltrattamenti e omicidio morale di parenti e amici, costretti a vivere con quel robot per così tanti anni. Nella mia famiglia si è vissuto un dramma diverso ma analogo e – senza voler entrare nei dettagli – non so se sia più doloroso vedere la sofferenza di una persona condannata a morte che sbatte la testa contro i muri per il dolore o la devastazione di chi è costretto a vedere un tale impietoso spettacolo con il proprio padre come protagonista. Ma questo succedeva in Inghilterra – un paese civile – e comunque non è questo il punto.

Quello che davvero non ho sopportato e che trovo indegno di un paese civile è il baillamme che si è creato attorno a questo caso. La strumentalizzazione da parte dei partiti politici. Le urla. Le corbellerie dettate da principi astrusi. Gli insulti. Le frasi fuori luogo. Il battage mediatico. Il frastuono che attorno alla vicenda si è creato e che ancora continua.
I miei genitori sono piuttosto vecchio stile e, come sempre accade in questi casi, spesso alcune loro affermazoni fanno arrabbiare, altre fanno sorridere e alcuni insegnamenti sono un po’ fuori dal tempo. Una cosa però mi hanno insegnato e trovo sacrosanta: di fronte alla morte non ci sono mai parole adatte, in nessun caso. L’unica forma di rispetto vero per la morte è solo il silenzio. Una persona in questo paese è morta due volte e tutti si sono messi a gridare come degli ossessi. In questo paese non esiste il rispetto, evientemente. Povero paese.