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Editori verticali e centri media: un rapporto basato sulla collaborazione

October 12th, 2009 6 comments

Con l’avvicinarsi dello IAB Forum 2009, un amico di una concessionaria mi ha chiesto di contribuire alla stesura di un e-book, dando qualche spunto riguardo al rapporto tra centri media e piccoli editori verticali. Il tutto in ottica propositiva, ovvero ipotizzando le condizioni per le quali i suddetti editori possono diventare “attraenti” per chi pianifica. Ho accettato volentieri, sperando di aver messo più buon senso che idee fumosamente astratte. Ecco l’anticipazione di quanto dovrebbe venire pubblicato. Liberi di commentare, aggiungere o dissentire.

In una situazione di mercato piuttosto complicata – caratterizzata da una maggiore attenzione e razionalizzazione degli investimenti da una parte e da un proliferare di nuovi attori sul mercato dall’altra – la fluidità, chiarezza e semplicità di rapporti e offerte è decisamente fondamentale.

Chi lavora in un centro media si trova di fronte a un panorama estremamente frammentato e incerto (si pensi che le persone che lavorano sui mezzi digitali in un’agenzia media possono arrivare ad avere a che fare con all’incirca un centinaio di concessionarie ogni anno), per cui le scelte di pianificazione sono spesso guidate dalla necessità di avere garanzie di sicurezza, velocità e cooperazione. Sono quindi questi gli elementi imprescindibili che editori e concessionarie devono tenere in considerazione per poter meglio interloquire con chi si occupa di gestire i budget pubblicitari dei propri clienti. Questo vale ovviamente per tutti, a maggior ragione per le realtà con numeri non propriamente da mass market o più semplicemente molto verticali.

I tre elementi sopra citati (sicurezza, velocità e cooperazione) fanno spesso parte di un unico approccio e modus operandi, che si dovrebbe tradurre in diversi elementi pratici. In sostanza l’offerta commerciale dovrebbe rispondere alle esigenze “classiche” di chi pianifica. Cominciando dai numeri: ogni campagna deve necessariamente raggiungere un determinato numero di individui, con una certa frequenza e secondo un determinato schema temporale; è quindi assolutamente necessario che siano ben chiari i numeri assoluti e la loro distribuzione. Quanti utenti unici al mese, alla settimana, al giorno? Quante pagine sviluppano? Come si costruisce la copertura totale nel corso del tempo? E soprattutto: chi sono le persone che navigano il mio sito? Non solo in termini di sesso ed età ma anche e soprattutto per quel che riguarda le loro caratteristiche sociali: quale l’ambito professionale? Quale il ruolo? Quali le abitudini? I gusti?
Il primo lavoro del planner è quello di individuare con precisione il target di riferimento, quantificarlo e trovare i canali più adatti per contattarlo. Risposte precise e puntuali alle domande di cui sopra sono il primo passo del processo tramite il quale una pianificazione prende corpo.

Trovato il target e il canale giusto, si debbono trovare gli strumenti più adatti per interagire col suddetto target. I formati corretti, tanto per cominciare. Ecco che allora avere a disposizione formati universalmente validi e riconosciuti semplifica la vita non solo ai planner ma anche e soprattutto alle agenzie creative e ai (budget dei) clienti, spesso costretti a produrre svariate declinazioni della stessa creatività per via di formati non-standard che sempre più editori adottano (a maggior ragione all’interno di pianificazioni piuttosto strutturate dove vengono inclusi svariati player).

Parlando di online, un occhio di riguardo va dato ovviamente all’aspetto tecnologico, ovvero ai sistemi di gestione e tracciamento delle campagne. Parliamo in sostanza di ad server. Capita a volte che le piattaforme di editori piccoli o verticali siano incompatibili o non supportino una gestione in redirect con gli ad server più comuni. Altre volte la compatibilità esiste ma non è possibile tracciare alcuni formati particolari. Tutto questo chiaramente non contribuisce a facilitare il lavoro di chi gestisce grosse campagne tramite piattaforme centralizzate, visto che tutto ciò che non è compatibile con i sistemi dell’agenzia deve essere trattato alla stregua di eccezione, la cui moltiplicazione fa perdere moltissimo tempo e spesso anche denaro. Ergo anche da un punto di vista tecnologico un adeguamento agli standard di mercato si rende decisamente necessario per facilitare i flussi e i processi fra agenzie ed editori/concessionarie.

Naturalmente da un punto di vista commerciale è altrettanto importante riuscire a trovare il giusto mix di offerte, che possano rispondere alle esigenze di campagna, ovvero agli obiettivi, che di volta in volta i clienti pongono. Questi ultimi possono essere i più diversi e va da se’ che ognuno richiede un approccio diversificato: a seconda che si parli di semplice visibilità, di generare traffico al sito, registrazioni, vendite o altro, chi pianifica avrà bisogno di avere a disposizione la mdalità di acquisto che meglio si adatta ai propri scopi. La flessibilità in tal senso assume un ruolo fondamentale. Flessibilità in senso commerciale, certo, ma anche e soprattutto in termini di supporto che gli editori sono in grado di dare agli inserzionisti, laddove non si parli solo ed esclusivamente di presenza tabellare. Sempre più spesso vengono richiesti progetti speciali, integrazioni e co-brand, che rendano più appetibile il prodotto del cliente. Il tutto in moltissimi casi all’interno di un contesto totalmente volto ai risultati, alle performance: specialmente dove la campagna e il sito all’interno del quale è ospitata sono molto verticali o comunque tecnici, i clienti cercano di quantificare l’efficacia in modo molto concreto, tramite la valorizzazione di documenti scaricati, nominativi raccolti o simili. In questo senso dovrebbe valere la regola secondo cui nessuno come il cliente conosce il proprio prodotto ma specularmente nessuno come l’editore conosce il proprio prodotto editoriale e il proprio pubblico. Da qui l’idea della collaborazione in ottica di partnership e non solo di rapporto cliente-fornitore, dove lo scopo diventa comune e il rischio condiviso.
In questo senso, sempre più ci si aspetta, a prescindere dalla strettezza e dall’impegno nella collaborazione, che la conoscenza del proprio mezzo significhi anche e soprattutto essere in grado di produrre delle stime di risultati. L’erogazione delle impression è ora il minimo indispensabile. Dare rassicurazioni astratte sulla bontà del target lascia il tempo che trova. Al giorno d’oggi i clienti chiedono benchmark, si aspettano che si sia in grado di stimare quale sarà l’esito finale della campagna. Quanti click? Quante visite? Quante conversioni? Cosa ci di può aspettare, insomma? E’ ovvio che vi sono in gioco tantissime variabili come la creatività, gli asset precostituiti, le limitazioni strutturali (policy e simili) che rendono tale lavoro di previsione più difficile. Però come accennato poc’anzi, laddove la collaborazione è in ottica di partnership, anche gli obiettivi di marketing devono essere condivisi e – nel limite del possibile – stimati a priori.

Quest’ultima parte dovrebbe rientrare nel campo della tanto celebrata “disponibilità”, “proattività”, “flessibilità” o, se preferite, del generico buonsenso.

Infine, ma non meno importante, spesso e volentieri – soprattutto in periodo di crisi – i centri media tendono a cercare di concentrare gli investimenti su pochi player, sia per questioni di ritorno economico che semplicemente per non disperdere energie. Ecco allora che se una realtà web non può contare su numeri da mass market, presentarsi come singola entità può non essere la migliore delle idee, poiché il rischio di venire percepiti come uno dei tanti “piccoli” con cui è dispersivo avere a che fare diventa molto alto. Tradotto in parole povere, concessionarie aggregatrici di realtà verticali sono probabilmente la soluzione migliore, sia per quel che riguarda gli editori che – soprattutto – i centri media, abituati a lavorare con poche realtà consolidate. Ancora una volta, quindi, il concetto di collaborazione biunivoca deve stare alla base di tutti i rapporti e delle modalità di lavoro.

Pubblicità e passaparola

February 24th, 2009 No comments

Così com’è vero che la storia si ripete sempre, è altrettanto vero che ciclicamente si riscopre l’acqua calda. L’acqua calda degli ultimi mesi è il passaparola, assieme a tutti suoi cugini markettari Buzz, Influential, Conversational e altri ancora. Acqua calda perchè sembra sempre che stiano per dare il premio Nobel all’ultimo arrivato che scopre che è il passaparola il mezzo di comunicazione più potente del mondo. L’ultimo post di Minimarketing mi fa però venire il dubbio che quest’acqua possa essere solo tiepida e non così calda. In effetti sono abbastanza convinto che il passaparola non sia tanto un potentissimo strumento di comunicazione quanto un ottimo “risolutore” delle decisioni di acquisto. Nel suo post, Diego fa giustamente notare che non si dovrebbe chiedere “come hai conosciuto” il tal prodotto, quanto piuttosto “come hai deciso di acquistarlo”. Alla prima domanda infatti credo che nella maggior parte dei casi si risponderebbe “tramite la pubblicità” o comunque attraverso una qualche tipo di comunicazione above o below the line. Sicuramente vi sarebbe anche il passaparola (tramite amici) ma, soprattutto nel caso di prodotti nuovi, con percentuali piuttosto esigue rispetto all’ancora potentissima tv o -perchè no- anche una campagna web con un budget consistente. Parliamo però di notorietà (accontentiamo gli amici markettari anglofoni: awareness rende meglio?), non necessariamente di intenzione d’acquisto. In quest’ultimo caso direi che invece i rapporti di forza spesso si ribaltano: basso potere della comunicazione (pubblicitaria) ma un ruolo strategico giocato dal passaparola. O meglio: basso potere della comunicazione se confrontato con quello del passaparola, nel caso in cui siano presenti tutti e due. Come dire: mi possono anche bombardare di immagini suadenti ad altissima frequenza, che mi danno l’idea di una macchina perfetta per me, ragione per la quale sarà decisamente top of mind quando mi incammino verso la concessionaria; ma se un mio amico esperto di auto mi ha detto che secondo lui è un catorcio con una bella carrozzeria, allora è molto facile che centinaia di grp televisivi verranno sconfitti da una chiacchierata di 15 minuti al bar. Questo non significa che la comunicazione non serva, anzi: è però solo un primo filtro prima di applicare quello finale dato dalla consulenza dell’amico esperto. Io che non capisco nulla di auto tenderò ad avere in testa i 3-4 modelli che più ho sentito o ho più visto, che mi hanno colpito di più. Sarà con questa short list che mi presenterò alla selezione finale del passaparola. Ovviamente il mio “peer” esperto di auto sarà pronto a darmi anche l’alternativa fuori dalla lista. Ma io che sono un tipo che poco resiste ai propri istinti tenderò comunque a rimanere coerente con la scrematura che ho già fatto, se non altro perchè non voglio fare la figura dello sprovveduto totale.
Ovviamente sto semplificando al massimo ed esistono una miriade di casi intermedi o totalmente opposti: se ad esempio un prodotto è assolutamente nuovo e non ho nessun amico esperto in proposito, nel momento in cui avrò davvero bisogno di tale prodotto, sarà la pubblicità il driver principale del mio acquisto (secondo la cara vecchia logica del “dato che nessuno lo conosce, se l’ho visto in tv dev’essere buono rispetto a quello che non ho mai sentito nominare”). Oppure, all’estremo opposto, vi sono sicuramente prodotti che non comunicano (tipicamente quelli di nicchia), per i quali sarà uno dei parenti del passaparola a convincermi: è il tipico caso, che so, di un viaggio nel Belucistan, i cui pacchetti tutto compreso non sono esattamente il prodotto su cui i tour operator spendono milioni in pubblicità. Ecco che allora diventa fondamentale l’amico bizzarro che ha già vissuto un’esperienza del genere. Oppure gli amici virtuali, ovvero le ricerche su web di testimonianze e persone che ci sono state. L’uno e l’altro caso (solo pubblicità o solo passaparola) sono gli estremi di uno spettro con infinite possibilità e combinazioni; uno spettro all’interno del quale credo la stragrande maggioranza dei prodotti si piazzi grosso modo a metà. Un mix di notorietà data dalla pubblicità e di persuasione data dal passaparola (o da forme di marketing mirate, come il buzz o l’influential).
Ecco che allora all’interno delle strategie di marketing bisognerebbe fare un po’ più di attenzione a dove piazzare il cosiddetto WOM: credo che in moltissimi casi sia necessario attivarlo ma soprattutto in un’ottica di lungo periodo. Sicuramente al lancio di un nuovo prodotto può creare buzz iniziale, può supportare una campagna di comunicazione strutturata ma trovo abbastanza difficile che da solo possa dare al prodotto la notorietà che gli può dare una campagna tv in grande stile. Sul lungo periodo invece l’efficacia del passaparola può essere determinante: sarà nel momento in cui decido di acquistare il tal prodotto (perchè ne ho bisogno o perchè mi piace) che mi informerò seriamente e presterò particolare attenzione a quello che se ne dice in giro. Ecco che allora – a parità di altre variabili – saranno i marchi che hanno fatto una buona opera di seeding preventiva ad avere maggiori possibilità di essere scelte sullo scaffale, sul bancone o in concessionaria. Ecco che allora i direttori marketing e/o comunicazione non si possono aspettare di vedere subito le vendite fare chissà quali balzi in avanti solo con una campagna di buzz marketing o virale. Così come non ci si può aspettare di risollevare le vendite di un prodotto di cui si parla male cercando di soffocare le maldicenze con milionate di televisione, stampa e radio.

Ripeto: sto facendo delle semplificazioni estreme ma credo che il messaggio sia chiaro. Rimanere semplici, quasi basici (il prodotto deve essere buono, deve essere facilmente trovabile, deve presentarsi bene, ecc.) e assegnare a ciascuno strumento il proprio ruolo (la pubblicità fa quello che dice: rende pubblico. Il passaparola fa quello che dice: diffonde opinoini) dovrebbero essere i segreti del successo di qualunque marca.

Creatività nella pubblicità: prodotto vs divertimento o prodotto divertente?

February 19th, 2009 No comments

Negli ultimi giorni al lavoro stiamo tribolando per cercare di raddrizzare le sorti del mese di un nostro cliente telefonico (il cui numero di abbonati è sempre correlato al piano di comunicazione). Come sempre accade si discute anche di creatività e della sua efficacia. Quasi sempre, essendo lo spazio e il tempo della comunicazione pubblicitaria molto limitato, si tende – almeno in Italia – a voler considerare il prodotto, la sua utilità e il divertimento come alternativi l’uno all’altro. Come dire: se uno spot è accattivante, difficilmente riesco a comunicare bene il prodotto o il suo uso e viceversa. Il risultato è che assistiamo da una parte a spot/creatività estremamente (!?) divertenti ma in cui il prodotto gioca un ruolo quasi secondario e spesso non si capisce o non si ricorda cosa sia l’offerta; dall’altra abbiamo invece spot/creatività pieni di contenuto e incentratissimi sul prodotto o sull’offerta ma che sono veramente poco accattivanti. A volte ho l’impressione che sia un po’ una pecca dei creativi italiani. In UK non si capisce come ma spesso riescono a far convivere tutto assieme. Come in questi due casi, non recentissimi ma sempre interessanti.