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Posts Tagged ‘rilevanza’

Video e futuro della pubblicità online

March 14th, 2009 No comments

Il web compie 20 anni. Non come interconnessione fra diversi calcolatori ma come sistema di gestcurrentione e scambio delle informazioni. Forse sarebbe più corretto dire che sono i siti web a compiere 20 anni: ora sono centinaia di miloni ed è buffo pensare che quando mio nipote non aveva ancora 4 anni ce n’era uno solo (questo: http://info.cern.ch/).
In molte occasioni si continua a dire che il Web è il futuro, anche se ormai lo si dice da una quindicina d’anni. Sarebbe forse più interessante chiedersi qual’è il futuro del web. Non voglio però addentrarmi in un territorio così vasto e pieno di pericoli. Mi limito a chiedermi quale sarà il futuro del mio lavoro, ovvero della pubblicità su web. Qualche giorno fa Layla Pavone ha dichiarato che il video è il futuro della pubblicità online. Come disse non mi ricordo quale calciatore “sono completramente d’accordo a metà”.

Primo motivo di disaccordo a metà: il video non è il futuro bensì il presente del web. Ormai la maggior parte dei brand (soprattutto all’estero, va da se’) ha sperimentato una qualche forma di pubblicità video anche online. Parliamo per lo più di spot televisivi “sbattuti” dentro a qualche boxettone in Home Page o degli stessi spot tagliati a 5 o 7 secondi e mandati come pre-roll prima della fruizione di conenuti video on-demand (pensate alla sezione video di corriere.it o repubblica.it). Discutbili entrambe le modalità ma sicuramente per il momento più efficaci di tante tristissime animazioni flash (o peggio ancora) – e sottolineo “per il momento”, dato che l’effetto novità resterà tale ancora per un po’. Poi si vedrà.

Secondo motivo di disaccordo a metà: l’idea che il video prenda il sopravvento è per lo più dovuta alla convinzione che, come detto poc’anzi, il video sia più efficace di altre forme nel far salire i livelli di awareness, purchase intent, brand recall ecc. Cosa direi oggettivamente piuttosto vera allo stato dell’arte. In realtà sono abbastanza convinto che non sia tanto il video in se’ ad essere più efficace, quanto la modalità con la quale siamo stati abituati a vederci propinati tali video sinora – ovvero il cosiddetto interruption marketing. Non voglio tornare per l’ennesima volta sulla questione “couch potato vs interactive user” cercando paradossalmente di riabilitare i patatoni televisivi ma è questione di buon senso capire che, se è vero che anche se la metà degli spettatori stimati da Auditel fossero in bagno o addormentati sul divano mentre passa uno spot, è altrettanto vero che l’altra metà lo spot lo vede sicuramente e quest’ultimo entra a pieno diritto nel flusso di comunicazione fruito dallo spettatore stesso. Come dire: meno contatti ma quelli che rimangono lo spot se lo sciroppano fino in fondo ed è più difficile che se lo scordino. Dall’altro abbiamo gli utenti web e le diverse modalità di fruizione di video pubblicitari. Semplifichiamo e assumiamo che siano solo due o tre.
Prima modalità: videospot all’interno di formati standard in pagina. In questo caso credo possa essere assimilata alla pubblicità tabellare classica, con la sola differenza che il contenuto è – forse – più bello da vedere. Per questo sono abbastanza convinto che gli indici di attenzione/interesse/interazione quali il clickrate (giusto per citare il più semplice e consolidato) finiranno con il calare al livello delle creatività classiche: pura abitudine. Gli utenti generalmente sono su web per fare (attivamente) qualcos’altro e porre attenzione alla pubblicità nonchè interagirvi è ancora e sempre una questione di “contesto-rilevanza-creatività-pianificazione efficae”.
Seconda modalità: pre-roll. E’ questo il caso – lo dico apertamente – nel quale vedo un futuro più roseo poiché riunisce in se’ le cartatteristiche migliori di fruizione del web e di quella televisiva. Mi spiego: la visione di un contenuto video su web al quale anteporre uno spot è un’azione assolutamente “pull” (ovvero è l’utente che lo richiede proattivamente), cosa che da una parte si colloca a pieno titolo nel flusso di comunicazione online e dall’altra garantisce quasi al 100% sia il contatto (e il suo conteggio) che la visione del video stesso. Ovviamente la parte di modalità televisiva sta nel sopra citato “interruption marketing”.
Terza modalità: online video-spot (o, a mio modo di vedere e per usare un tecnicismo: video interstitial). E’ quella sicuramente più efficace ma anche la più pericolosa e per me fastidiosa in quanto va contro le logiche webbare classiche. E’ il “vecchio” interruption marketing applicato a internet: in parole povere il mio flusso di navigazione viene interrotto ex-abrupto da uno spot a schermo intero mentre vado da una pagina a un’altra. Efficacissimo perchè la mia attenzione è totalmente catturata, senza possibilità di essere distratto da altro contenuto. Pericoloso e fastidioso perché è un tipo di contenuto da me non richiesto e stravolge la mia navigazione naturale. Stresso molto questo punto perchè, anche se sembra banale, mi sembra che si stia nuovamente commettendo l’errore di applicare a internet logiche che non gli appartengono: sono anni che tra operatori del settore ci diciamo che è sbagliato usare gli stessi contenuti della tv sul web e adesso vogliamo pure usarli con le stesse modalità d fruizione? Direi che la cosa si commenta da sola.

Terzo motivo di disaccordo a metà: credo che parlare di video online sia un po’ una semplificazione (ma nel senso di semplice, non semplicistico). Alla fine della fiera si tratta di contenuto, di creatività. Che sia video, flash o, perchè no, anche solo grafica animata, quello che rende la pubblicità efficace – assieme al modo di proporla da un punto di vista media – è la sua attrattività, la sua “bellezza”, il coinvolgimento che suscita, la sua rilevanza ecc. Come ho scritto poco sopra, allo stato dell’arte il video (soprattutto in Italia) è qualitativamente migliore delle altre forme ma semplicemente per una questione di creatività, produzione e, in ultima analisi, soldi che ci si mettono. A maggior ragione se si pensa che in pochi casi ha senso usare uno spot televisivo su web, credo sia opportuno continuare a parlare di “creatività”, indipendentemente dalle forme che può assumere, e di “creatività per il web” che devono essere belle, interattive, eye-catching ecc. Che poi siano video, animazioni, 3D, immagini statiche o altro poco importa.

Infine lancio una provocazione: più che parlare del video come futuro della pubblicità su Internet, non sarebbe più corretto parlare di Internet come futuro della pubblicità video? La tanto celebrata ibridazione viaggia in due direzioni convergenti: da una parte sempre più video online ma dall’altra – ricordiamocelo – sempre più video on-demand, sempre più IPTV, sempre più decoder satellitari con il modem attaccato al doppino telefonico. Ecco che allora forse sarebbe sensato chiedersi quali forme dare alla pubblicità fruita stravaccati su un divano dinanzi a uno schermo lcd 40 pollici collegato alla rete dove guardo per lo più solo video, oltre che chiedersi quale sarà il futuro della pubblicità fruita su un monitor 20 pollici che uso per lo più per leggere, scrivere e lavorare.

Il futuro della grande distribuzione (?)

March 8th, 2009 No comments

Forse cercando – una volta tanto – di anticipare i tempi rispetto alla concorrenza, la Microsoft ha prodotto alcuni video sulla visione del futuro a breve termine (nel 2019), la cui sintesi (pezzi di tutti montati assieme) ho riportato e riprodotto nel mio post sul digital divide, prendendolo a prestito da Imlog.

Dei vari video singoli, ho trovato molto interessante quello sulla grande distribuzione (anche se loro lo chiamano “retail”), che mi fa piacere riprodurre per intero senza linkarlo:

Generalmente mi occupo degli aspetti del marketing più vicini alla comunicazione in senso puro ma questo tipo di visione – che trovo abbastanza realistica – penso debba far riflettere. Siamo in presenza di una via di mezzo fra il marketing di prossimità, il mobile marketing, l’organizzazione del POS, una forma avanzatissima di search marketing e varie altre cose. La cosa bella – o brutta, a seconda dei punti di vista – è che praticamente tutti gli elementi necessari perchè questo tipo di visione si realizzi sono già presenti. Proviamo a dissezionare il filmato e ad elencarli, ovviamente semplificando:
– Una donna entra in un supermercato con un cellulare in mano. Questo ce l’abbiamo tutti
– Appena entrata si scopre che sul cellulare ha la lista della spesa. Anche questo è già possibile e io stesso lo faccio.
– Fatti i primi passi, riceve sul cellulare un messaggio di benvenuto. Questo è realistico, tramite, ad esempio, bluetooth
– Successivamente la sua lista della spesa si sincronizza con il database del supermercato e, tramite una specie di sistema gps, viene creato il percorso ottimale per trovare tutto. Anche in questo caso ho elencato elementi e processi esistenti o comunque possibili
– Poi, sempre tramite bluetooth, le viene notificata un’offerta speciale mentre passa davanti allo scaffale con il prodotto in questione
– Tralasciando tutta la parte di organizzazione del supermercato stesso, la spesa si conclude con il pagamento, sempre tramite cellulare. Anche questa è una modalità già possibile.

I motivi per cui esistono tutti gli elementi necessari a completare il quadro ma non ancora il quadro stesso, sono molteplici. Partiamo dalla scarsa familiarità delle persone con strumenti come il bluetoth, passando dalla bassa diffusione dei sistemi gps sugli attuali cellulari per finire con ovvi problemi legati alla privacy e a questioni più terra-terra come l’abitudine di certe persone – come me – ad andare a fare la spesa senza sapere esattamente cosa vogliono, ovvero senza lista predefinita. Per quanto affascinante, una visione di questo tipo è forse fin troppo complessa. E’ però certo che (e qui ammetto la mia scarsa modestia) già nella mia tesi di laurea del 2001 auspicavo un futuro in cui le offerte speciali o le promozioni mi venissero segnalate tramite cellulare in prossimità del punto vendita e in base ai miei gusti, precedentemente profliati. Questo sì, sarebbe già possibile ed è un’occasione che ritengo la GDO e i brand che ad essa si appoggiano dovrebbero cominciare a valutare. Quasi sicuramente svilupperebbero pochi numeri all’inizio ma sono abbastanza convinto che essere fra i primi ad abbracciare queste tecnologie ptrebbe portare a dei vantaggi competitivi non indifferenti.  Io intanto provo a suggerirlo ai miei clienti 😉
Staremo a vedere.

Pubblicità e passaparola

February 24th, 2009 No comments

Così com’è vero che la storia si ripete sempre, è altrettanto vero che ciclicamente si riscopre l’acqua calda. L’acqua calda degli ultimi mesi è il passaparola, assieme a tutti suoi cugini markettari Buzz, Influential, Conversational e altri ancora. Acqua calda perchè sembra sempre che stiano per dare il premio Nobel all’ultimo arrivato che scopre che è il passaparola il mezzo di comunicazione più potente del mondo. L’ultimo post di Minimarketing mi fa però venire il dubbio che quest’acqua possa essere solo tiepida e non così calda. In effetti sono abbastanza convinto che il passaparola non sia tanto un potentissimo strumento di comunicazione quanto un ottimo “risolutore” delle decisioni di acquisto. Nel suo post, Diego fa giustamente notare che non si dovrebbe chiedere “come hai conosciuto” il tal prodotto, quanto piuttosto “come hai deciso di acquistarlo”. Alla prima domanda infatti credo che nella maggior parte dei casi si risponderebbe “tramite la pubblicità” o comunque attraverso una qualche tipo di comunicazione above o below the line. Sicuramente vi sarebbe anche il passaparola (tramite amici) ma, soprattutto nel caso di prodotti nuovi, con percentuali piuttosto esigue rispetto all’ancora potentissima tv o -perchè no- anche una campagna web con un budget consistente. Parliamo però di notorietà (accontentiamo gli amici markettari anglofoni: awareness rende meglio?), non necessariamente di intenzione d’acquisto. In quest’ultimo caso direi che invece i rapporti di forza spesso si ribaltano: basso potere della comunicazione (pubblicitaria) ma un ruolo strategico giocato dal passaparola. O meglio: basso potere della comunicazione se confrontato con quello del passaparola, nel caso in cui siano presenti tutti e due. Come dire: mi possono anche bombardare di immagini suadenti ad altissima frequenza, che mi danno l’idea di una macchina perfetta per me, ragione per la quale sarà decisamente top of mind quando mi incammino verso la concessionaria; ma se un mio amico esperto di auto mi ha detto che secondo lui è un catorcio con una bella carrozzeria, allora è molto facile che centinaia di grp televisivi verranno sconfitti da una chiacchierata di 15 minuti al bar. Questo non significa che la comunicazione non serva, anzi: è però solo un primo filtro prima di applicare quello finale dato dalla consulenza dell’amico esperto. Io che non capisco nulla di auto tenderò ad avere in testa i 3-4 modelli che più ho sentito o ho più visto, che mi hanno colpito di più. Sarà con questa short list che mi presenterò alla selezione finale del passaparola. Ovviamente il mio “peer” esperto di auto sarà pronto a darmi anche l’alternativa fuori dalla lista. Ma io che sono un tipo che poco resiste ai propri istinti tenderò comunque a rimanere coerente con la scrematura che ho già fatto, se non altro perchè non voglio fare la figura dello sprovveduto totale.
Ovviamente sto semplificando al massimo ed esistono una miriade di casi intermedi o totalmente opposti: se ad esempio un prodotto è assolutamente nuovo e non ho nessun amico esperto in proposito, nel momento in cui avrò davvero bisogno di tale prodotto, sarà la pubblicità il driver principale del mio acquisto (secondo la cara vecchia logica del “dato che nessuno lo conosce, se l’ho visto in tv dev’essere buono rispetto a quello che non ho mai sentito nominare”). Oppure, all’estremo opposto, vi sono sicuramente prodotti che non comunicano (tipicamente quelli di nicchia), per i quali sarà uno dei parenti del passaparola a convincermi: è il tipico caso, che so, di un viaggio nel Belucistan, i cui pacchetti tutto compreso non sono esattamente il prodotto su cui i tour operator spendono milioni in pubblicità. Ecco che allora diventa fondamentale l’amico bizzarro che ha già vissuto un’esperienza del genere. Oppure gli amici virtuali, ovvero le ricerche su web di testimonianze e persone che ci sono state. L’uno e l’altro caso (solo pubblicità o solo passaparola) sono gli estremi di uno spettro con infinite possibilità e combinazioni; uno spettro all’interno del quale credo la stragrande maggioranza dei prodotti si piazzi grosso modo a metà. Un mix di notorietà data dalla pubblicità e di persuasione data dal passaparola (o da forme di marketing mirate, come il buzz o l’influential).
Ecco che allora all’interno delle strategie di marketing bisognerebbe fare un po’ più di attenzione a dove piazzare il cosiddetto WOM: credo che in moltissimi casi sia necessario attivarlo ma soprattutto in un’ottica di lungo periodo. Sicuramente al lancio di un nuovo prodotto può creare buzz iniziale, può supportare una campagna di comunicazione strutturata ma trovo abbastanza difficile che da solo possa dare al prodotto la notorietà che gli può dare una campagna tv in grande stile. Sul lungo periodo invece l’efficacia del passaparola può essere determinante: sarà nel momento in cui decido di acquistare il tal prodotto (perchè ne ho bisogno o perchè mi piace) che mi informerò seriamente e presterò particolare attenzione a quello che se ne dice in giro. Ecco che allora – a parità di altre variabili – saranno i marchi che hanno fatto una buona opera di seeding preventiva ad avere maggiori possibilità di essere scelte sullo scaffale, sul bancone o in concessionaria. Ecco che allora i direttori marketing e/o comunicazione non si possono aspettare di vedere subito le vendite fare chissà quali balzi in avanti solo con una campagna di buzz marketing o virale. Così come non ci si può aspettare di risollevare le vendite di un prodotto di cui si parla male cercando di soffocare le maldicenze con milionate di televisione, stampa e radio.

Ripeto: sto facendo delle semplificazioni estreme ma credo che il messaggio sia chiaro. Rimanere semplici, quasi basici (il prodotto deve essere buono, deve essere facilmente trovabile, deve presentarsi bene, ecc.) e assegnare a ciascuno strumento il proprio ruolo (la pubblicità fa quello che dice: rende pubblico. Il passaparola fa quello che dice: diffonde opinoini) dovrebbero essere i segreti del successo di qualunque marca.

Social networks: wow o bau?

February 14th, 2009 No comments

Traggo spunto da questo post/articolo su OnlineMarketingBlog per dichiarare il mio pessimismo riguardo alle potenzialità pubblicitarie dei cosiddetti social network.
Proviamo ad andare per step; un mezzo, per essere sfruttato pubblicitariamente deve avere determinae caratteristiche:
1) Deve convogliare tanta gente (e i social network lo fanno: Facebook ha quasi 10 milioni di utenti in Italia)
2) Deve essere in grado di dare riconoscibilità ai propri utenti/lettori/quello che è (e cosa meglio dei social network per farlo, dato che bisogna iscriversi e – potenzialmente – dichiarre qualunque cosa, spesso anche il colore delle mutande)
3) Deve essere in grado di fornire un tipo di comunicazione pubblicitaria che in un modo o nell’altro sia percepita come positiva o nel peggiore dei casi come neutra dagli utenti: può intrattenere, può informare (sui prodotti), può affascinare, essere utile o alla peggio non avere alcun effetto. Nel caso della neutralità si può comunque puntare sulla cosiddetta “esposizione”, ovvero quello che succede nel caso dei media classici come la televisione. Chiaramente “esposizione” è pittosto diverso da “visione” e a maggior ragione da “attenzione” e “interesse”. Nel caso della televisione siamo ragionevolmente sicuri che quantomeno esposizione e visione coincidano (al netto di tutte le implicazioni pratico-filosofico-statistiche legate ai sistemi di misurazione, dove non mi voglio addentrare in questa sede – vedi eventualmente questo link: http://www.disinformazione.it/auditel3.htm). Questo per via della semplice modalità di fruizione del mezzo: la pubblicità fa parte del flusso di comunicazione undirezionale verso il quale è diretta la mia attenzione. Semplificando al massimo (e mi si perdoni il sottile confine fra semplicità e semplicismo sul quale sto camminando), una modalità analoga può essere applicata alla fruizione, che so, della stampa o dei siti web in sens allargato: il mio intento è abbastanza preciso (informarmi, ad esempio) ma, non sapendo in anticipo come è strutturata l’informazione sulla pagina o sul sito, il mo occhio e la mia attezione vagano alla ricerca di ciò che merita uno sforzo cognitivo maggore. Nell’ambito di questo girovagare dell’occhio e della mente, mi imbatto anche nella pubblicità, che può divenire (in oltre il 99% dei casi non succede ma sui grandissimi numeri anche uno zerovirgola fa testo) come gli altri elementi della pagina, oggetto principale della mia attenzione. E comunque, anche se non fosse questo il caso, il mio occhio (e quindi la mia mente) – consapevolmente o meno, è stato esposto al messaggio, che andrà così a lavorare su tutti quegli elementi che si trovano scritti sui libri di comunicazione  marketing: awareness, brand favourability, purchase intent, equity ecc.

Ora proviaamo a pensare a quello che succede quando sto navigando su una piattaforma di social networking: anzitutto, l’ambiente non è percepito come istituzionale ma come decisamente più informale e – per molti versi – intimo. E’ un po’ come se mi aggirassi nella vecchia piazza di paese dove mi aspetto di trovare persone che conosco, di conoserne di nuove, di parlarci, di scambiare pettegolezzi, di spiare le ragazze in situazioni non abituali (suvvia, chi non l’ha mai fatto?), di confrontarmi e confortarmi su avvenimenti, pensieri e sentimenti reciproci. Ttutto questo attiene alla mia sfera personale, privata e per lo più emotiva. Sono pronto a recepire e dare informazioni che riguardino tale sfera ma decisamente meno nei confronti di tutto ciò che riguarda la sfera pubblica, ovvero il mondo esterno. La mia attenzione selettiva ha, in un certo senso, delle barriere più alte. A questo si aggiunga il fatto che – si parli di Myspace, Facebook o altro – lo spazio virtuale all’interno del quale mi muovo e interagisco è percepito cme strettamente personale (oltre che personalizzato), u po’ come se fosse casa propria. Piazzarci della pubblicità in senso classico equivale da questo punto di vista ad appiccicare un cartellone pubblicitario nel proprio salotto o, quando visito i profili degli altri, a trovarsene uno nella sala da pranzo della bella figliola che ti ha invitato a cena. Parecchio fuori luogo e molto probabilmente distonico rispetto al resto dell’arredamento e del contesto.

A meno che.

Tutto questo a meno che la maxi-affissione che mi viene piazzata in cameretta non abbia colori che si intonino con le pareti e il resto dell’arredo e del corredo. A meno che il soggetto della stessa maxi-affissione non sia qualcosa che abbia a che fare con quello che sto cercando e che mi fa piacere trovare in piazza. A meno che, insomma, la comunicazione non sia talmente mirata, conestualizzata e targetizzata da renderla un elemento piacevole, utile e non distonico rispetto a tutto il resto e soprattutto rispetto a me stesso.
Questo significa però una conoscenza minuziosissima di ogni singolo utente del social network, delle sue caratteristiche e dei suoi gusti. Significa essere davvero in grado di stabilire la mitica comunicazone one-to-one con ciascuno di essi, che non si traduce però nella “profilazione” spesso utilizzata ad esempio nel direct marketing: non è più sufficiente comunicare prodotti di bellezza adatti a donne con più di 50 anni a donne con più di 50 anni. Significa comunicare prodotti di bellezza adatti a donne cone più di 50 anni a donne con più di 50 anni, che sono interessate a tali prodotti, che ne parlano con le amiche, che fanno domande in proprosito; significa farlo al momento giusto nel posto giusto, ovvero quando la rilevanza è massima (ad esempio all’interno di una discussione sulle righe), inserendosi nel discorso in maniera coerente.
Ttutto questo è tecnicamente possibile. Le persone, i contesti, i momenti, i topic giusti si possono individuare facilmente. Il punto è: ma quanto costa essere così rilevanti ogni volta? E ne vale la pena? E’ sensato pensare a 50 messaggi diversi per adattarsi a circostanze composte da 10 variabili differenti, per cui basta la variazione di una sola di esse per andare fuori tema? Allo stato dell’arte temo che no, non ne valga la pena. Se devo fare tutta questa fatica per attirare l’attenzione allora tanto vale inestire un po’ di soldini in uno spot fatto bene e spararlo in tv come si è sempre fatto. Costoso, dispersivo, poco rilevante ma almeno ho la sicurezza che qualche milionata di persone mi ha visto. E alla lunga pagherà.