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Arroganza e contraddizioni di Beppe Grillo: webbaro a parole, televisivo nei fatti

May 3rd, 2009 7 comments

Negli ultmi anni Beppe Grillo si è contraddistinto – oltre che per il presunto impegno sociale e politico – per le ripetute dicharazioni a favore dell’utilizzo del web e dei benefici che se ne possono trarre in termini di informazione, conoscenza, dialogo, confronto e prevenzione. La cosa, di per se’, non può che fare piacere, anche perchè sono tutte cose vere: il web continua a fare quello che ha sempre fatto, ovvero mettere a disposizione di tutti informazioni, dare voce a chiunque, condividere conoscenza. Ecco che allora il cittadino ha più strumenti per lottare contro il malgoverno, denunciare ingiustizie o semplicemente inefficienze e soprattutto confrontarsi, protestare e proporre.
Lo stesso Grillo sembrerebbe razzolare bene qanto predica, editando uno dei blog più letti in Italia (e, in termini numerici, molto interessante anche a livello internazionale). Evviva!

Solo che.

Solo che un blog è tale quando l’autore esprime le proprie idee pubblicamente e da’ spazio all’interazione con chi legge tramite i commenti a cui, tendenzialente, dovrebbe ribattere. Se non da’ spazio a nessuno, allora è un prodotto editoriale in stile classico. Questo per fortuna nel blog di Grillo non succede: i commenti sono aperti e ad ogni post seguono regolarmente centinaia se non addirittura migliaia di risposte. Altro caso: si pubblica un post e si lascia libertà a tutti di commentare. Però non si risponde. Al massimo lo si lascia fare agli stessi utenti, che cominciano a dialogare tra di loro. Questo però non è un blog: è un forum. Ed è, mi pare di capire, il caso del blog di Grillo. Che, per inciso, raccoglie per la stragrande maggioranza dei casi commenti di suoi accoliti o comunque persone che la vedono, con sfumature diverse, allo stesso modo. Ma questo ci sta: è nella natura umana che ognuno preferisca sentire e parlare di quello che vuole e che meglio si accosta alle proprie opinioni.
Quello che trovo abbastanza fastidioso è invece l’atteggiamento generale di Beppe Grillo: urlante, dogmatico, arrogante e completamente chiuso a qualunque tipo di dialogo o confronto. Non l’ho mai seguito molto ma nelle ultime settiane mi è capitato di imbattermi in alcuni episodi e testimonianze che ne smontano totalmente l’immagine di paladino della libertà, della democrazia e soprattutto (quello che più mi interessa in questo contesto), del web 2.0 o per meglio dir del web sociale. Ricordo infatti:

– Il suo intervento alla trasmissione “Exit” di Ilaria D’amico su La7 (visionabile qui) dove, dopo aver berciato il suo solito comizio (uguale uguale a quello che ripete continuamente nei suoi spettacoli e nelle piazze, senza alcuna variante), si sottrae al dialogo e al dibattito fingendo sdegno per la situazione, gli interlocutori e quant’altro.

– Leggendo un’intervista a Pietro Ichino sul Magazine del Corriere, viene citato Beppe Grillo come colui che ha aspramente criticato lo stesso Ichino (noto giuslavorista del PD, per chi non lo sapesse) in riferimento alla legge Biagi. Ebbene, Ichino ha studiato i casi citati da Grillo come motivo del contendere (più di 300, contenuti in un volume ferocemente critico verso il precariato in Italia) e, trovandoli tutti palesemente fuorvianti, ha cercato Grillo per un confronto. Si noti bene: non ha sparato a zero su di lui, non l’ha accusato di falsità, non l’ha denunciato per diffamazione o simili. Ha solo cercato un dialogo (questo sì molto web 2.0). Risposte? Zero!

– Infine il già citato blog: io non ho letto tutto di tutto (non ho tutto questo tempo) ma invito chiunque lo possa fare a citarmi dei post in cui Grillo risponde a delle critiche o comunque a pareri discordanti. Io non ne ho trovati.

Ecco, è questo che trovo iritante: credo sia profondamente falso e ipocrita sparare bordate su tutto e tutti citando il web come struento di grande democrazia quando poi lo si utilizza come mezzo di comunicazione di massa unidirezionale. Qualcuno mi dovrà spiegare che differenza c’è tra l’utilizzo di Berlusconi della televisione e quello del web di Grillo: monologhi trasmessi ad audience enormi, nessuno che ribatte e tutti che discutono… tra di loro!!
Ritengo che democrazia e web 2.0 siano ben altro. Motivo per il quale mi preoccupo: il web è uno strumento potenzialmente democraticissimo. Basta saperlo usare in tal senso. O volerlo usare in tal senso. Ma così non avviene.  Credo anzi che per certi aspetti il problema non sia tanto nel mezzo di comunicazione utilizzato, quanto nell’aproccio che si utilizza nell’affrontare i fenomeni sociali e la politica: le idee, i proclami, le audience, i discorsi e quant’altro sempre quelli sono. Veicolabili tramite web, tv, radio, stampa, non vi è gran differenza. La potenza dei mezzi digitali sta nell’avere un canale di ritorno. Fonte di potenziale dialogo. Ergo di maggiore democrazia. Il problema è che per avere un dialogo bisogna essere in due, ad affermare, ribattere e controbattere. Se una delle due parti il dialogo non lo vuole e non ascolta, non ci sono santi: il dialogo muore. Web o non web. E Grillo a quanto pare ha cancellato la parola dialogo dal dizionario. Uccidendo, oltre che il dialogo stesso, anche un pochino del web. Povero web. E povera Italia.

L’han detto in Tv? No, l’ho trovato su internet.

April 5th, 2009 No comments

Segno dei tempi che cambiano. Fino a poco tempo fa (misurato in anni), la veridicità, l’autorevolezza, la sensatezza di una notizia, di un prodotto o di un giudizio erano per lo più avallati dalla frase “l’han detto in tivù”. Ora, almeno fra i più giovani, fra le classi sociali più evolute o comunque più colte, tale frase è stata sostituita da “l’ho trovato su internet”. L’oggettività dei fatti è ovviamente ben altra cosa: come diceva non so chi, una stupidaggine rimane una stupidaggine anche se la dicono trenta milioni di persone – al bar, in tivù, su internet o dove volete voi. Però, come riflettevo ieri sera a cena con amici, è significativo che una buona parte della popolazione consideri ora più attendibile la rete della televisione. Il problema rimane però che la Rete rimane un mezzo dalla fruizione individuale e come tale 10 persone diverse possono trovare 10 versioni differenti della stressa notizia o dello stesso dibattito. Con la tv no, il panorama è molto meno frastagliato e punti di vista differenti sono molto più rari. Ecco che allora il web è molto più democratico ma come tale molto più frammentato. Il segreto di un buon utilizzo del web – da un punto di vista di marketing politico, tanto per intenderci – è quindi riuscire a dare univocità ai messaggi in un ambiente che univoco non lo è per nulla, in modo da minimizzare la dispersione degli aderenti e di chi cerca un punto di riferimento. Beppe Grillo ha un bel dire quando parla della Rete come sinonimo di libertà e democrazia: per quello che vale, cercanodoli su Facebook, ho trovato un gruppo relativo al Partito Democratico e un altro elativo al PDL, rispettivamente con 562 e 1474 iscritti. Direi significativo.  Un’altra dimostrazioned della scarsa lungimiranza della sinistra italiana, che continua a lamentarsi del conflitto d’interessi sulla televisione di Berslusconi e intanto si fa surclassare proprio laddove gli elementi di apertura e democrazia sono maggiori. Cominciassero a guardare al presente e al futuro anziché continuare a lamentarsi del passato. Senno’ anche la coda lunga del web rischia di essere pestata dalle manie di protagonismo del Berlusca. Povero paese.

Efficacia di guerrilla e viral: una domanda aperta

March 16th, 2009 No comments

mmnsRubo la foto qui accanto dal profilo Facebookiano di Roberto Venturini per fare un paio di considerazioni e porre un paio di quesiti.

Le considerazioni:
– L’iniziativa (di M&M’s, per chi non avesse riconosciuto la sagoma del cadavere) è a mio avviso molto carina e, per quello che vale una collega che te la racconta arrivando in ufficio, evidentemente efficace dal punto di vista dell’impatto.
– L’utilizzo del guerrilla marketing e iniziative “across the line” come i video virali, vengono intraprese sempre più spesso da molti brand.

I quesiti:
– Al di là dell’impressione a pancia e a naso che possono dare (generalmente buona), c’è un modo per misurare l’efficacia di iniziative di questo tipo? Mi spiego: se faccio una campagna tv (o su altri mezzi), si riesce generalmente a trovare una correlazione più o meno diretta tra la pressione pubblicitaria e la variazione nelle vendite. Oltre, ovviamente, a tutte le ricerche orientate a misurare l’aumento di brand awareness, purchase intent, advertising awareness ecc. Anche e soprattutto l’online ha i suoi bravi indicatori: a partire dal “vecchio” clickrate per arrivare al ROI vero e proprio, ovvero alle vendite generate (quando si vende qualcosa online) o comunque a una qualche forma di lead. Ma la guerrilla e il viral? Certo, ci sono gli indicatori media classici (quanti contatti, quanta gente esposta, quante visulizzazioni); ma per quel che riguarda l’efficacia? Io non ho ancora trovato nulla in proposito e su questo chiedo una mano ai quattro gatti e due topolini che mi leggono.
– Ammesso e non concesso che le azioni di guerrilla possano essere efficaci, mi chiedo se qualunque brand si possa permettere di puntare su queste forme di marketing. Non in senso economico bensì in termini di notorietà pregressa. Prendiamo l’esempio qui riportato: l’efficacia della campagna (ma quanta e quale?) è dovuta prima di tutto al fatto che gli M&M’s sono già ultra-noti (per lo più grazie a costosissime campagne e produzioni televisive) e che sarebbe molto difficile non riconoscerne la sagoma. Ma se il brand e/o il prodotto fosse sconosciuto e al primo lancio? La mia deduzione è che se si volesse creare un “teaser” prima del lancio con una campagna di guerrilla si dovrebbe farlo su vastissima scala, spendendo un sacco di soldi (generalmente una campagna di questo tipo viene fatta su quattro o cinque delle città maggiori quando va bene; se però vogliamo una copertura veramente estesa dovremmo aumentare a dismisura il numero di città, con relativi costi), di modo che poi la fase di svelamento sia comprensibile ai più. Come dire: se non sei già noto grazie ai mezzi tradizionali, dovrai o spendere un sacco per diventarlo oppure aspettare un sacco di tempo perché il passaparola si diffonda in modo ampio e profondo. Anche qui però confesso la mi ignoranza e invito chiunque ne sappia più di me a darmi la sua opinione/idea/testimonianza.

Per il momento me ne sto con la convinzione che non sia affatto vero che una guerrilla o un viral efficaci siano a basso costo, anzi. Ma ben felice di essere smentito.

Video e futuro della pubblicità online

March 14th, 2009 No comments

Il web compie 20 anni. Non come interconnessione fra diversi calcolatori ma come sistema di gestcurrentione e scambio delle informazioni. Forse sarebbe più corretto dire che sono i siti web a compiere 20 anni: ora sono centinaia di miloni ed è buffo pensare che quando mio nipote non aveva ancora 4 anni ce n’era uno solo (questo: http://info.cern.ch/).
In molte occasioni si continua a dire che il Web è il futuro, anche se ormai lo si dice da una quindicina d’anni. Sarebbe forse più interessante chiedersi qual’è il futuro del web. Non voglio però addentrarmi in un territorio così vasto e pieno di pericoli. Mi limito a chiedermi quale sarà il futuro del mio lavoro, ovvero della pubblicità su web. Qualche giorno fa Layla Pavone ha dichiarato che il video è il futuro della pubblicità online. Come disse non mi ricordo quale calciatore “sono completramente d’accordo a metà”.

Primo motivo di disaccordo a metà: il video non è il futuro bensì il presente del web. Ormai la maggior parte dei brand (soprattutto all’estero, va da se’) ha sperimentato una qualche forma di pubblicità video anche online. Parliamo per lo più di spot televisivi “sbattuti” dentro a qualche boxettone in Home Page o degli stessi spot tagliati a 5 o 7 secondi e mandati come pre-roll prima della fruizione di conenuti video on-demand (pensate alla sezione video di corriere.it o repubblica.it). Discutbili entrambe le modalità ma sicuramente per il momento più efficaci di tante tristissime animazioni flash (o peggio ancora) – e sottolineo “per il momento”, dato che l’effetto novità resterà tale ancora per un po’. Poi si vedrà.

Secondo motivo di disaccordo a metà: l’idea che il video prenda il sopravvento è per lo più dovuta alla convinzione che, come detto poc’anzi, il video sia più efficace di altre forme nel far salire i livelli di awareness, purchase intent, brand recall ecc. Cosa direi oggettivamente piuttosto vera allo stato dell’arte. In realtà sono abbastanza convinto che non sia tanto il video in se’ ad essere più efficace, quanto la modalità con la quale siamo stati abituati a vederci propinati tali video sinora – ovvero il cosiddetto interruption marketing. Non voglio tornare per l’ennesima volta sulla questione “couch potato vs interactive user” cercando paradossalmente di riabilitare i patatoni televisivi ma è questione di buon senso capire che, se è vero che anche se la metà degli spettatori stimati da Auditel fossero in bagno o addormentati sul divano mentre passa uno spot, è altrettanto vero che l’altra metà lo spot lo vede sicuramente e quest’ultimo entra a pieno diritto nel flusso di comunicazione fruito dallo spettatore stesso. Come dire: meno contatti ma quelli che rimangono lo spot se lo sciroppano fino in fondo ed è più difficile che se lo scordino. Dall’altro abbiamo gli utenti web e le diverse modalità di fruizione di video pubblicitari. Semplifichiamo e assumiamo che siano solo due o tre.
Prima modalità: videospot all’interno di formati standard in pagina. In questo caso credo possa essere assimilata alla pubblicità tabellare classica, con la sola differenza che il contenuto è – forse – più bello da vedere. Per questo sono abbastanza convinto che gli indici di attenzione/interesse/interazione quali il clickrate (giusto per citare il più semplice e consolidato) finiranno con il calare al livello delle creatività classiche: pura abitudine. Gli utenti generalmente sono su web per fare (attivamente) qualcos’altro e porre attenzione alla pubblicità nonchè interagirvi è ancora e sempre una questione di “contesto-rilevanza-creatività-pianificazione efficae”.
Seconda modalità: pre-roll. E’ questo il caso – lo dico apertamente – nel quale vedo un futuro più roseo poiché riunisce in se’ le cartatteristiche migliori di fruizione del web e di quella televisiva. Mi spiego: la visione di un contenuto video su web al quale anteporre uno spot è un’azione assolutamente “pull” (ovvero è l’utente che lo richiede proattivamente), cosa che da una parte si colloca a pieno titolo nel flusso di comunicazione online e dall’altra garantisce quasi al 100% sia il contatto (e il suo conteggio) che la visione del video stesso. Ovviamente la parte di modalità televisiva sta nel sopra citato “interruption marketing”.
Terza modalità: online video-spot (o, a mio modo di vedere e per usare un tecnicismo: video interstitial). E’ quella sicuramente più efficace ma anche la più pericolosa e per me fastidiosa in quanto va contro le logiche webbare classiche. E’ il “vecchio” interruption marketing applicato a internet: in parole povere il mio flusso di navigazione viene interrotto ex-abrupto da uno spot a schermo intero mentre vado da una pagina a un’altra. Efficacissimo perchè la mia attenzione è totalmente catturata, senza possibilità di essere distratto da altro contenuto. Pericoloso e fastidioso perché è un tipo di contenuto da me non richiesto e stravolge la mia navigazione naturale. Stresso molto questo punto perchè, anche se sembra banale, mi sembra che si stia nuovamente commettendo l’errore di applicare a internet logiche che non gli appartengono: sono anni che tra operatori del settore ci diciamo che è sbagliato usare gli stessi contenuti della tv sul web e adesso vogliamo pure usarli con le stesse modalità d fruizione? Direi che la cosa si commenta da sola.

Terzo motivo di disaccordo a metà: credo che parlare di video online sia un po’ una semplificazione (ma nel senso di semplice, non semplicistico). Alla fine della fiera si tratta di contenuto, di creatività. Che sia video, flash o, perchè no, anche solo grafica animata, quello che rende la pubblicità efficace – assieme al modo di proporla da un punto di vista media – è la sua attrattività, la sua “bellezza”, il coinvolgimento che suscita, la sua rilevanza ecc. Come ho scritto poco sopra, allo stato dell’arte il video (soprattutto in Italia) è qualitativamente migliore delle altre forme ma semplicemente per una questione di creatività, produzione e, in ultima analisi, soldi che ci si mettono. A maggior ragione se si pensa che in pochi casi ha senso usare uno spot televisivo su web, credo sia opportuno continuare a parlare di “creatività”, indipendentemente dalle forme che può assumere, e di “creatività per il web” che devono essere belle, interattive, eye-catching ecc. Che poi siano video, animazioni, 3D, immagini statiche o altro poco importa.

Infine lancio una provocazione: più che parlare del video come futuro della pubblicità su Internet, non sarebbe più corretto parlare di Internet come futuro della pubblicità video? La tanto celebrata ibridazione viaggia in due direzioni convergenti: da una parte sempre più video online ma dall’altra – ricordiamocelo – sempre più video on-demand, sempre più IPTV, sempre più decoder satellitari con il modem attaccato al doppino telefonico. Ecco che allora forse sarebbe sensato chiedersi quali forme dare alla pubblicità fruita stravaccati su un divano dinanzi a uno schermo lcd 40 pollici collegato alla rete dove guardo per lo più solo video, oltre che chiedersi quale sarà il futuro della pubblicità fruita su un monitor 20 pollici che uso per lo più per leggere, scrivere e lavorare.

Social networks: wow o bau?

February 14th, 2009 No comments

Traggo spunto da questo post/articolo su OnlineMarketingBlog per dichiarare il mio pessimismo riguardo alle potenzialità pubblicitarie dei cosiddetti social network.
Proviamo ad andare per step; un mezzo, per essere sfruttato pubblicitariamente deve avere determinae caratteristiche:
1) Deve convogliare tanta gente (e i social network lo fanno: Facebook ha quasi 10 milioni di utenti in Italia)
2) Deve essere in grado di dare riconoscibilità ai propri utenti/lettori/quello che è (e cosa meglio dei social network per farlo, dato che bisogna iscriversi e – potenzialmente – dichiarre qualunque cosa, spesso anche il colore delle mutande)
3) Deve essere in grado di fornire un tipo di comunicazione pubblicitaria che in un modo o nell’altro sia percepita come positiva o nel peggiore dei casi come neutra dagli utenti: può intrattenere, può informare (sui prodotti), può affascinare, essere utile o alla peggio non avere alcun effetto. Nel caso della neutralità si può comunque puntare sulla cosiddetta “esposizione”, ovvero quello che succede nel caso dei media classici come la televisione. Chiaramente “esposizione” è pittosto diverso da “visione” e a maggior ragione da “attenzione” e “interesse”. Nel caso della televisione siamo ragionevolmente sicuri che quantomeno esposizione e visione coincidano (al netto di tutte le implicazioni pratico-filosofico-statistiche legate ai sistemi di misurazione, dove non mi voglio addentrare in questa sede – vedi eventualmente questo link: http://www.disinformazione.it/auditel3.htm). Questo per via della semplice modalità di fruizione del mezzo: la pubblicità fa parte del flusso di comunicazione undirezionale verso il quale è diretta la mia attenzione. Semplificando al massimo (e mi si perdoni il sottile confine fra semplicità e semplicismo sul quale sto camminando), una modalità analoga può essere applicata alla fruizione, che so, della stampa o dei siti web in sens allargato: il mio intento è abbastanza preciso (informarmi, ad esempio) ma, non sapendo in anticipo come è strutturata l’informazione sulla pagina o sul sito, il mo occhio e la mia attezione vagano alla ricerca di ciò che merita uno sforzo cognitivo maggore. Nell’ambito di questo girovagare dell’occhio e della mente, mi imbatto anche nella pubblicità, che può divenire (in oltre il 99% dei casi non succede ma sui grandissimi numeri anche uno zerovirgola fa testo) come gli altri elementi della pagina, oggetto principale della mia attenzione. E comunque, anche se non fosse questo il caso, il mio occhio (e quindi la mia mente) – consapevolmente o meno, è stato esposto al messaggio, che andrà così a lavorare su tutti quegli elementi che si trovano scritti sui libri di comunicazione  marketing: awareness, brand favourability, purchase intent, equity ecc.

Ora proviaamo a pensare a quello che succede quando sto navigando su una piattaforma di social networking: anzitutto, l’ambiente non è percepito come istituzionale ma come decisamente più informale e – per molti versi – intimo. E’ un po’ come se mi aggirassi nella vecchia piazza di paese dove mi aspetto di trovare persone che conosco, di conoserne di nuove, di parlarci, di scambiare pettegolezzi, di spiare le ragazze in situazioni non abituali (suvvia, chi non l’ha mai fatto?), di confrontarmi e confortarmi su avvenimenti, pensieri e sentimenti reciproci. Ttutto questo attiene alla mia sfera personale, privata e per lo più emotiva. Sono pronto a recepire e dare informazioni che riguardino tale sfera ma decisamente meno nei confronti di tutto ciò che riguarda la sfera pubblica, ovvero il mondo esterno. La mia attenzione selettiva ha, in un certo senso, delle barriere più alte. A questo si aggiunga il fatto che – si parli di Myspace, Facebook o altro – lo spazio virtuale all’interno del quale mi muovo e interagisco è percepito cme strettamente personale (oltre che personalizzato), u po’ come se fosse casa propria. Piazzarci della pubblicità in senso classico equivale da questo punto di vista ad appiccicare un cartellone pubblicitario nel proprio salotto o, quando visito i profili degli altri, a trovarsene uno nella sala da pranzo della bella figliola che ti ha invitato a cena. Parecchio fuori luogo e molto probabilmente distonico rispetto al resto dell’arredamento e del contesto.

A meno che.

Tutto questo a meno che la maxi-affissione che mi viene piazzata in cameretta non abbia colori che si intonino con le pareti e il resto dell’arredo e del corredo. A meno che il soggetto della stessa maxi-affissione non sia qualcosa che abbia a che fare con quello che sto cercando e che mi fa piacere trovare in piazza. A meno che, insomma, la comunicazione non sia talmente mirata, conestualizzata e targetizzata da renderla un elemento piacevole, utile e non distonico rispetto a tutto il resto e soprattutto rispetto a me stesso.
Questo significa però una conoscenza minuziosissima di ogni singolo utente del social network, delle sue caratteristiche e dei suoi gusti. Significa essere davvero in grado di stabilire la mitica comunicazone one-to-one con ciascuno di essi, che non si traduce però nella “profilazione” spesso utilizzata ad esempio nel direct marketing: non è più sufficiente comunicare prodotti di bellezza adatti a donne con più di 50 anni a donne con più di 50 anni. Significa comunicare prodotti di bellezza adatti a donne cone più di 50 anni a donne con più di 50 anni, che sono interessate a tali prodotti, che ne parlano con le amiche, che fanno domande in proprosito; significa farlo al momento giusto nel posto giusto, ovvero quando la rilevanza è massima (ad esempio all’interno di una discussione sulle righe), inserendosi nel discorso in maniera coerente.
Ttutto questo è tecnicamente possibile. Le persone, i contesti, i momenti, i topic giusti si possono individuare facilmente. Il punto è: ma quanto costa essere così rilevanti ogni volta? E ne vale la pena? E’ sensato pensare a 50 messaggi diversi per adattarsi a circostanze composte da 10 variabili differenti, per cui basta la variazione di una sola di esse per andare fuori tema? Allo stato dell’arte temo che no, non ne valga la pena. Se devo fare tutta questa fatica per attirare l’attenzione allora tanto vale inestire un po’ di soldini in uno spot fatto bene e spararlo in tv come si è sempre fatto. Costoso, dispersivo, poco rilevante ma almeno ho la sicurezza che qualche milionata di persone mi ha visto. E alla lunga pagherà.