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Twitter, Facebook, Google Plus: primi confronti

July 23rd, 2011 No comments

Chi mi segue su Facebook, Twitter o su questo blog già avrà capito come la penso sull’arrivo di Google Plus, anche se è ancora molto presto per esprimersi con piena cognizione di causa. Quindi per il momento cercherò di limitarmi a esporre e prendere in considerazione i dati di fatto, a partire dalla domanda attorno alla quale ruota il dibattito sulle possibilità si sopravvivenza o successo dell’ultimo arrivato, ovvero: che differenza c’è con Facebook e gli altri? Strumenti, funzionalità in più? Valore aggiunto?
Per questo ho trovato molto utile l’ultimo post di Stefano Epifani, da cui rubo apertamente l’infografica che ha creato per cercare di cogliere le prime differenze tra i tre big del social networking (o meglio, tra i due big e il terzo che per ora di big ha solo la G):


Io onestamente continuo a faticare a trovare differenze eclatanti, vedo solo quelle che per me sono sottigliezze. Ma, come dice lo stesso eEpifani, non saremo certo noi geek a decretare il successo o meno di una nuova piattaforma: sarà la gente comune che come al solito si farà guidare da abitudine, buon senso, comodità, facilità e – soprattutto – pigrizia (e con questo credo di aver detto abbastanza esplicitamente come la penso).

Ai posteri la facile sentenza! :-)

Foursquare: spazio all’immaginazione.

October 23rd, 2010 No comments

Se qualcuno si dovesse mai chiedere quali limiti (geografici) ha Foursquare, in questo momento credo che la risposta sarebbe: nessuno. Oggi è avvenuto il primo check-in… nello spazio. Più precisamente nella base spaziale internazionale.
La qual cosa si va ad aggiungere al fatto che gli astronauti usano Twitter (sempre dallo spazio, ovviamente) da più di un anno.
Ovviamente l’astronauta che ha fatto check-in ha conquistato anche il badge di “NASA Explorer”, che anche i comuni mortali potranno poi sbloccare visitando vari siti terrestri della NASA stessa.
Anche se il post su Su Mashable che riporta la notizia la tratta come una bella iniziativa (di marketing?) della NASA, a me sembra un’ottima occasione soprattutto per lo stesso Foursquare di farsi della gran pubblicità. Quando si dice “win-win”. E soprattutto – mi si passi la battuta elementare – spazio alla fantasia!

La qualunque sui social media – post lungo

August 25th, 2010 No comments

Dato che un magazine mi ha mandato delle domande sui social media a cui rispondere per un’intervista (che in teoria doveva essere pubblicata) e dato che dopo averci perso un po’ di tempo questi signori sono spariti, tanto vale che pubblichi il tutto qui, chiedendo scusa per la lunghezza. Domande generiche e quindi risposte generiche ma magari possono ispirare riflessioni più profonde a qualcun altro.

1 – Quanto è importante la presenza social media nel media mix di un’iniziativa di comunicazione oggi?

Così come per tutti gli strumenti e i mezzi di comunicazione più o meno tradizionali, non è possibile definire a priori l’importanza della presenza di elementi social all’interno di un’iniziativa di comunicazione. Come sempre, dipende da svariati fattori che attengono all’approccio di marketing: il target di riferimento, l’obiettivo di campagna, il prodotto stesso, la capacità di far curare e coltivare la relazione che si può instaurare ecc.

Chiaro che se il target è relativamente giovane, il brand è accattivante e soprattutto ha molte “cose da dire”, l’utilizzo di piattaforme social può avere decisamente molto senso, a patto che poi l’azienda sia in grado di mantenere vivo il rapporto una volta che questo si sia instaurato.

All’opposto, cercare di utilizzare i social media nel momento in cui il brand ha un carattere poco “attraente” per il target o più semplicemente quest’ultimo è poco presente sulle stesse piattaforme social ha evidentemente poco senso.

Bisogna, a mio modo di vedere, cercare di evitare di “esserci” solo perché va di moda o perché “tutti gli altri ci sono”. Tutti i media digitali sono particolarmente selettivi (o per meglio dire, lo sono i loro utenti), in particolar modo il social può essere anche un boomerang se mal utilizzato o mal gestito. Ecco che allora il concetto non credo debba essere tanto l’esserci o meno, quanto piuttosto l’esserci in maniera sensata, curata e prolungata.

2 – Quali sono le caratteristiche quantitative e qualitative del target raggiunto attraverso i social media?

La dimensione dei cosiddetti social network è ormai talmente estesa che fondamentalmente tutto o quasi può essere considerato social – senza dimenticare comunque che la stessa Internet in versione moderna è nata come strumento social, ovvero come sconfinato luogo virtuale dove condividere informazioni. Questo implica che se proprio vogliamo parlare di un “target”, questo riflette fondamentalmente quello della popolazione internet attiva, almeno in Italia. Basti ricordare che il solo Facebook conta al momento circa sedici milioni e mezzo di utenti attivi, che corrisponde grosso modo al 67% del totale popolazione Internet attiva secondo gli ultimi dati Nielsen. Di conseguenza anche in termini socio-demografici la distribuzione per sesso e fasce d’età (giusto per citare le variabili classiche) riflette grosso modo quella che caratterizza Internet nella sua interezza: si tratta sostanzialmente della parte più attiva della popolazione italiana, con una maggiore concentrazione fra i 25 e i 44 anni e – rispetto alla fotografia generale del web italiano – una maggiore concentrazione di donne.

Detto questo, va anche sottolineato come il mondo digitale sta cercando di uscire dalle vecchie logiche socio demografiche per abbracciare sempre più quelle comportamentali e psicografiche. Certo, in molti casi l’età conta ancora ma sempre più le categorizzazioni avvengono per sfere di interesse e le aggregazioni in gruppi si realizzano più per affinità intellettuale e comportamentale che non per mera appartenenza a una determinata fascia sociale. Questo è ancora più evidente all’interno dei social network, dove tanti “gruppi” raccolgono individui che all’interno di un approccio media classico verrebbero considerati appartenenti a cluster spesso molto distanti.

Quindi anche in questo caso i vecchi parametri possono sicuramente essere applicati – trattandosi di media più che misurabili – ma non necessariamente sono quelli che ha più senso prendere in considerazione.

3 – Cosa significa concretamente fare social networking e pr online?

Probabilmente è più facile rispondere cosa NON significa fare social networking e pr online. Come sopra accennato, sicuramente esserci e basta non è assolutamente sufficiente: creare un gruppo, una fan page, fare un po’ di adv su una piattaforma social può porre una base di partenza ma le singole iniziativa in se’ non hanno alcuna efficacia se non sono coordinate tra di loro e soprattutto se non vengono alimentate nel tempo.

Non vi sono particolari segreti per mettere in piedi iniziative di successo nel social networking o nelle digital pr. Vi sono solo alcuni principi di massima di cui tendenzialmente bisognerebbe tener conto. Anzitutto tenere in considerazione il fatto entrare all’interno di un social network significa entrare prima di tutto all’interno di una comunità (o di più comunità), ciascuna delle quali ha le proprio regole, i propri principi, i propri contenuti e i propri sistemi di protezione. Bisogna quindi accettare e adeguarsi a tali regole, interagire con gli altri e farsi accettare. Soprattutto bisogna essere – è questa la parola d’ordine – rilevanti. Rilevanti in quel che si dice, quel che si propone ma anche e soprattutto in quel che NON si dice e quel che non si fa. Le vecchie regole della comunicazione push non valgono più, ora bisogna instaurare un dialogo e più che mai dare validi motivi agli utenti per interagire con i contenuti proposti, siano essi testi, immagini, filmati, affermazioni, negazioni, commenti o altro. Soprattutto gli utenti bisogna starli a sentire: non dimentichiamoci che i social media sono luoghi dove le persone anzitutto parlano tra di loro, spesso e volentieri anche di brand e prodotti; motivo per il quale diventano luoghi di ascolto privilegiato, dove cogliere insight e indicazioni su quella che è la percezione dei propri marchi,; soprattutto è il uogo dell’onestà, dove le aziende devono essere pronte a sentirsi criticare apertamente e dove devono essere consapevoli che la percezione che di loro hanno i consumatori potrebbe benissimo non essere in linea con quella che si è cercato di costruire a tavolino all’interno della direzione marketing. Infine – ma non meno importante – le persone (e qui torna il concetto di rilevanza) tendono a prestare ascolto a chi propone loro qualcosa di nuovo, di interessante e/o di gratificante. E, esattamente come accade con i giocattoli per i bambini – tendono a stufarsi abbastanza presto di quello che si è loro proposto. Questo significa riuscire a produrre contenuti accattivanti e rilevanti per il target, rinnovarli regolarmente e trovare sempre nuovi incentivi per gli utenti che con il proprio brand decidono di interagire.

4 – Quali aziende/marchi oggi apprezzano in particolar modo la comunicazione attraverso i social network?

Posto che oramai i social network sono la moda del momento e moltissime aziende cercano di cavalcarne l’onda a prescindere (e spesso senza molta cognizione di causa), verrebbe spontaneo dire che praticamente tutte apprezzano massimamente questo tipo di realtà. Dovendo invece cercare di individuare quelle che possono maggiormente trarre vantaggio da tutto ciò che è sociale, tenderei ad indicare quelle che già sono sostanzialmente penetrate nel tessuto sociale o che, per allargare un pochino di più il contesto, hanno qualcosa di concreto da dire ai propri consumatori. Volendo utilizzare dei termini di marketing magari in maniera non del tutto ortodossa, mi verrebbe da dire che all’interno di un contesto “social” meglio si possono trovare quelle aziende e quei marchi che hanno una brand equity (ovvero dei valori di marca) molto forte. Tipicamente, all’interno di una comunità o più semplicemente di un gruppo, spicca ed ha successo colui che ha un carattere molto forte, a prescindere dal fatto che sia conosciuto o meno. Spesso si tratta di persone che hanno molte cose da raccontare, che possono essere d’aiuto agli altri, che si differenziano dagli altri per dei particolari caratteri della loro personalità. Esattamente la stessa cosa (o quasi) avviene per le aziende, che hanno la possibilità di attecchire solo se hanno o si danno degli argomenti molto forti per attrarre nuovi “amici” o fans.

5 – Ritiene che il social spamming e la diffusione di fake account siano variabili da tenere conto nella realizzazione e nella misurazione dell’attività di comunicazione sui social network?

In questo momento i fake account e lo spamming sono fenomeni piuttosto limitati o comunque non tali da inficiare la misurazione o anche solo la percezione delle attività di comunicazione che avvengono sui social network. Vero è che si tratta di un fenomeno da tenere sotto controllo, soprattutto perché l’utilizzo delle piattaforme social a scopi commerciali è una (relativa) novità un po’ per tutti, compresi gli spammer e i truffatori. Si tratta in ogni caso di un fenomeno rispetto al quale mi sento di essere piuttosto ottimista, dato che sono anzitutto le piattaforme stesse ad essere estremamente severe nel gestire dati, privacy e attività poco chiare

Rai per una notte. Preoccupazione costante.

March 27th, 2010 No comments

A distanza di due giorni, scrivo tardivamente dell’evento “webmediatico” dell’anno, ovvero della puntata di Anno Zero (perché alla fine questo era) trasmessa sui vari mezzi digitali – fondamentalmente satellite e web in streaming. Il tutto sotto l’azzeccatissimo dominio o cappello di “Raiperunanotte.it”. Azzeccatissimo dal mio punto di vista perché se penso alla RAI penso al vecchio, al trito e ritrito, allo statale, al becero. Cosa che, ci piaccia o no, si è riflessa parecchio in questo evento, sia mediaticamente che politicamente.
Intendiamoci: io gioisco perché finalmente – seppur nominalmente – si comincia a dire e capire che la fruizione di certi contenuti via web può o deve sostituire quella via etere. Gioisco perché si è trovato un modo intelligente per ovviare a una legge e a un regolamento – quelli che hanno vietato i talk show politici sulle reti RAI, tanto per capirci – che non esito a definire idioti (per non dire inaccettabili e degni dei peggiori regimi anti-democratici). Sogghigno perché tale legge e tale regolamento sono davvero tipicamente italiani: anche negli atti dittatoriali chiunque sia al potere riesce a fare le cose all’italiana, ovvero in modo arraffazzonato e incompleto. Possibile che Berlusconi e i suoi accoliti non abbiano imparato nulla da Ahmedinejad? Non hanno letto che le notizie delle rivolte in Iran censurate in tv sono circolate su Facebook, Twitter e compagnia bella digitale?
Finite le gioie e i sogghigni però mi rattristo alquanto. Da un punto di vista mediatico e politico.
Mi rattristo da un punto di vista mediatico perché il presunto record di accessi alla trasmissione su web si è tradotto numericamente in 120.000 accessi contemporanei e un totale di 1.700.000 visitatori unici per l’intera puntata. Fico! Per l’Italia. Fossimo in un paese normale farebbe abbastanza ridere. Soprattutto se confrontato con gli analoghi numeri che la stessa trasmissione raggiunge di solito in tv: l’ultima andata in onda il 25 febbraio ha raggiunto un’audience media di 4.564.000 spettatori. Audience media, lasciamo stare i contatti totali (che sarebbero il corrispettivo dei sopracitati utenti unici del web). Come dire che il record assoluto del web ha fatto circa un terzo degli ascolti di una puntata media televisiva.
Tradotto in parole povere, continuiamo a essere un paese televisivo, arretrato e lento. Con piccoli segnali positivi, quali l’esistenza stessa di questa iniziativa, ma siamo nel 2010 e il fatto che il piccolo segnale positivo arrivi solo adesso è più che sconsolante, quasi tragico.
Mi rattristo anche da un punto di vista politico perché mi pare evidente che del milione e settecentomila utenti unici dello streaming, il 95% di questi fosse composto da sostenitori della parte politica avversa a quella del presidente del consiglio. Esattamente come i normali telespettatori di Anno Zero. Come dire: il solito parlarsi addosso. Anche in questo caso, siamo nel 2010 e continuiamo a dimenticarci dei rudimenti della comunicazione politica: di qualunque tipo possa essere quest’ultima, non smuoverà mai nessuno della parte avversa dalla proprie convinzioni, se esse sono ben radicate. Certo, servirà a cementare quelle di chi già è di una certa opinione. Ma la parte di popolazione su cui si deve andare a lavorare per spostare voti sono gli indecisi o, spesso e volentieri, i moderati. E di solito quello che li può convincere sono argomenti propositivi. Tutto questo era presente in Raiperunanotte.it? No, zero. Anzi. Tutta una puntata sprecata per attaccare e insultare Berlusconi. Che ci sta. Ma quando sono al bar con gli amici o in un contesto molto poco istituzionale. Da una trasmissione del servizio pubblico mi aspetto ragionamenti, dibattito, argomenti costruttivi. E invece mi ritrovo Luttazzi che mi parla di inculate. La qual cosa mi ha fatto ridere un sacco, per carità. Ma era fuori luogo. Voglio dire: pure io guardo spesso e volentieri i film porno e non ci vedo niente di male se fatto in un ambito privato. Ma non per questo sarei contento se cominciassero a trasmetterli in prima serata su Rai Uno. Mi sarei aspettato un po’ più di costituzionalisti e un po’ meno di battute da spogliatoio su “buchi del culo che si aprono” e “sborrate sulla schiena”. Che, ripeto, sono quelle che faccio anch’io con gli amici del calcetto e ci fanno sganasciare dalle risate. Ma non aiutano nessuno a capire quale possa essere l’alternativa politica a Berlusconi.
Insomma, nessuno che abbia risposto alla richiesta mia e di altri come me che, sbigottiti dal malaffare del centrodestra e dall’incapacità del centrosinistra, implorano che qualcuno cominci a raccontarci “qualcosa di nuovo”. Zero. Anzi, Anno Zero. Il solito parlarsi addosso, il solito insulto continuo, il solito j’accuse. Tutto sacrosanto. Ma per l’appunto, il solito.
Peccato. Una bella occasione risultata vincente a metà per quel che riguarda i numeri e totalmente perdente per quel che riguarda i conenuti.
Detto questo, ripubblico anch’io la prima mezz’ora di trasmissione, sperando quantomeno di aiutare il web. E la politica. Forza Internet. E forza Italia (adesso si può dire, no?)

Notizie dal basso alla velocità della luce: futuro del giornalismo

September 21st, 2009 No comments

Stasera un treno (per fortuna vuoto) ha deragliato entrando a Milano all’altezza del ponte ferroviario di viale Monza. Nessuna vittima o feriti, questo è l’importante. Quindi posso commentare altro, ovvero il modo in cui ne sono venuto a conoscenza.
Corriere.it ne ha dato notizia alle 23.37 all’interno delle “notizie flash”. Ma io lo sapevo dalle 22.50 circa. Grazie a 3 fonti di informazione, ovvero a tre miei contatti su Facebook e Twitter. Due che abitano lì vicino, il terzo che ha ripreso la notizia da un altro suo contatto. Così come ho fatto io. Il tam-tam della rete funzona così.
Questo è un “innocuo” esempio locale ma sempre più spesso le notizie dal basso battono gli organi di informazione ufficiali – si pensi ad esempio alla vicenda delle elezioni iraniane e alle seguenti rivolte di piazza, raccontate tramite i social media, dato che tutto il resto veniva oscurato.

Tutto questo pone svariati interrogativi:

– quale futuro per i media tradizionali?
– quale futuro per i giornalisti di professione, che almeno sul campo della tempestività non hanno speranze contro le nuove tecnologie
– come controllare la veridicità e l’accuratezza delle notizie che vengono dal basso?

Proprio dal basso della mia ignoranza e della mia scarsa fantasia, comincio ad intravedere dei mezzi di informazione che somiglieranno sempre più a degli aggregatori di post di gente comune o di giornalisti improvvisati. Questo per le notizie in senso proprio – dove l’ inglese rende di più l’idea: news (ovvero tutto ciò che c’è di nuovo, che è appena accaduto).
Il giornalismo di vecchio tipo andrà invece sempre più verso l’approfondimento, il reportage e tutto ciò che non è semplice riporto della notizia qui e ora.
Più difficile è invece dare una riposta al terzo punto: anche Wikipedia ha avuto problemi legati all’autorevolezza degli articoli che la gente vi scriveva ma attraverso i controli e le modifiche incrociate ha raggiunto un livello di credibilità e affidabilità decisamente alto. Questo però è stato anche frutto di un processo lungo e articolato. Le notizie non hanno tutto questo tempo. Difficile dire, quindi. O forse sarà proprio questa necessità di autorevolezza – contrariamente a quanto affermato poc’anzi – a salvare il giornalismo tradizionale… Staremo a vedere. Voi cosa ne pensate?

I concetti di Facebook nell’era pre-Facebook

September 16th, 2009 No comments

In effetti a volte la tecnologia “normalizza” degli atteggiamenti sociali che in un’era precedente sarebbero stati ridicoli, fastidiosi o inconcepibili… In questo video alcuni esempi fatti da Christine Gambito – altrimenti nota come HappySlip – una brava e simpatica attrice e webonaggio (neologismo da me coniato per indicare un personaggio di spicco del web) che analizza a modo suo i fenomeni digitali dell’oggi. La lista però sarebbe ben più lunga e i contributi di chiunque in questo senso sono i benvenuti. Enjoy!